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sono stato tanti anni a lavorare in america e ho avuto la green card . ho vissuto nell mia a mata kansas city ..
e lì avevo un grande amico .. nel tempio vedico..in onore a questo sito pubblico una serie di immagini inedite e simpatiche



Ed ecco le strane e straordinarie immagini, realizzate
utilizzando una sola, di quelle belle
“particolarissime pietre”, l'unica che è chiaramente ed "esteriormente
visibile", e quindi la sola
fra tutte quelle trovate dal Tellini, che rende palese e chiaro tutto il
senso del suo discorso e
delle sue analisi!
Stando poi a quello che lui stesso asseriva, questo è solo il lato
“esteriore”, di queste
stupende realizzazioni artistiche, ovvero quello più facilmente visibile e
percepibile, ad un
occhio poco esperto ed allenato, nella capacità di intravvedere ... e di
andare oltre!
Stando infatti alle sue dichiarazioni, esistono pietre ancor più belle e
spettacolari di questa,
se fatte girare lentamente su un piano rotante e sotto l’effetto di una
opportuna luce
mirata, che ne proietta opportunamente le ombre.
Ma passiamo ad esaminare in dettaglio, alcune fra le più belle, di queste
incredibili e
affascinanti immagini!
Nell’immagine, che anche il Tellini ha denominato “profilo di donna” si può
vedere il piccolo
occhio ammiccante, a cui faceva riferimento … sul fianco dx una didascalia
della rivista,
da cui ho tratto tale foto.
Nell’immagine sottostante, denominata “profilo di guerriero”, che dire [?]
se non, che è di
grande e spettacolare coinvolgimento?
Nel suo perfetto contrario, troviamo invece un’immagine quasi naif, da me
denominata -
forse impropriamente - “profilo di guerriero bis” … ma con il solo scopo di
rendere di facile
interpretazione, il fatto che è l’esatta “silhouette” contraria, di quello
che vediamo
nell’immagine precedente.
Nell’immagine denominata “muso di pesce”, con leggerissimi e opportuni
spostamenti, si
possono notare anche fisionomie umane, molto simili a quelle di persona
magra e molto
ironica.
Girando adeguatamente questa foto, troviamo l’immagine di un “grande occhio”
con
morbide sopracciglia, un occhio ben strano e quasi metaforico … come se
l’artista avesse
voluto lasciarci “le tracce del proprio occhio”, per darci la possibilità di
guardare meglio il
manufatto e le diverse anime che in esso erano state riprodotte…e qui mi
nasce un
intrigante interrogativo: ma sono ciglia finte o sono vere?
E se fossero finte, con quale stratagemma son state realizzate e con quali
tecniche son
state ivi fissate? … E se fossero vere, non penso sia difficile poterle
adeguatamente
datare!
V’è poi un’immagine, che il Tellini stesso definisce “anamorfica” …e che a
me è sembrata
quasi, la caricatura di qualche personaggio un po strano e visto di profilo.
Nell’immagine “volto - becco di grande uccello” par di scorgere il muso di
un grande
uccello primitivo, uno di quelli che noi oggi definiremmo da “Jurassick
Park” e
nell’immagine che ne esce, girando quest'ultima di 90°, troviamo quelle
sottostanti che ho
denominato - per esemplificare - “profilo di un uomo cane” e profilo di uomo
di uomo cane bis.
Utilizzando la stessa immagine “volto – becco di grande uccello”, ma
spostando
leggermente e idealmente detta pietra, troviamo il vero TOP di questa
“inconcepibile e
straordinaria pietra” … un’immagine, che tecnicamente e artisticamente ci
dimostra in
modo ammirevole ed inconfutabile, tutto quello che recentemente è stato
possibile
dimostrare (ma che il Tellini non ha avuto la possibilità di conoscere)
avendo potuto
ricostruire solo oggi e con i software più sofisticati, il vero volto di
Lucy …
Guardate attentamente “il profilo quasi sognante di Lucy” così come è stato
rappresentato da quest’eccezionale artista primitivo, (perfino i dentini
aguzzi gli ha ben
configurato, ma come avrà fatto a riprodurli con così tanta efficacia? O è
solo un effetto
ottico?) …
e poi, provate a confrontare questa immagine, con quella che troverete sulla
copertina di un
N° di FOCUS, che ne riproduce le medesime fattezze e sembianze viste di
fronte … ma
realizzate da un uomo “sapiens, sapiens”, tecnicamente munito di PC e di un
software
adeguato!
Com’è bello, poetico e quasi “acheropitico” quello realizzato dal misterioso
artista
cavernicolo, e com’è ben sveglio, ma freddo e soprattutto “troppo
scimmiesco” quello
riprodotto con le attuali tecniche computeristiche! ;o/
Tutto ciò, che vi ho fotograficamente rappresentato è stato trovato in un
unico e piccolo
pezzo di selce, ma è possibile (secondo voi) che tutte queste forme si siano
realizzate, grazie
a madre natura e in un solo sasso? Molto cordialmente
Piero Tellini
L'UOMO DELLA PIETRA
Sono arrivato al termine di un incredibile viaggio nel passato, un viaggio senza fine fra stupori e ansie struggenti, sofferenze, speranze, delusioni, rinunce. Sono vent'anni che ho scoperto le traccie di una civiltà che si perde nella notte dei tempi, che sono penetrato in antichissimi mondi sconosciuti, in culture di cui si è perduta la memoria; località, abitazioni, usi e costumi, volti di uomini e di donne di quei tempi lontani mi sono diventati familiari. Non c'è stato giorno, in questi lunghissimi anni, che non sia vissuto almeno un poco con loro, per conoscerli meglio, per capire che cosa stavo vedendo. Non sono uno scienziato, non ho mai seguito studi di archeologia, paleontologia o simili. Solo il buon senso, una profonda conoscenza della natura umana e la convinzione che la Bibbia sia anche il compendio, tradotto in termini psicologici, dei fatti determinanti accaduti all'uomo fin dalle origini, la storia della nostra realtà; mi hanno aiutato in questo lavoro e sorretto nei momenti più neri, quando sentivo di avere contro di me la scienza ufficiale, i parenti, gli amici, gli interessi. Ho le prove ormai, visibili e concrete, che una civiltà antichissima, molto progredita artisticamente, con conoscenze tecnologiche superiori e ancora sconosciuta, è esistita, e che l'uomo aveva l'aspetto fisico che noi abbiamo adesso, da molte migliaia d’anni in più di quanto finora si era pensato.
Tutto ebbe inizio nell'agosto del '62 ad Ansedonia, sulla costa Toscana. Stavo scrivendo il copione di un film, quando il padrone dell'albergo dove abitavo mi disse che nella sua proprietà, in mezzo al materiale tirato fuori da certe grotte vicino al mare, si trovavano delle punte di freccia preistoriche di pietra e di osso. Nei momenti di riposo mi misi anch'io a cercarle e un giorno, mentre stavo curiosando ai piedi della parete circolare di una piccola grotta dalla volta crollata, trovai una decina di pietre da quattro a dieci centimetri di lunghezza, incollate nella roccia stessa con una specie d’argilla fragile. Più tardi, spazzolando la rivestitura d’argilla bianca che le avvolgeva, mi accorsi che erano degli utensili preistorici; punte, raschiatoi, bulini, lavorati con molta finezza, quasi ricamati, ma inadatti allo scopo perché fatti con una pietra troppo tenera. Sembrava che quelle pietre, recassero incise facce e profili umani e figure d’animali, ma se poi guardavo, facevo fatica a rintracciare le immagini o addirittura non le trovavo più; pensai che fossero prodotti dalla natura o della fantasia. Insieme alle punte di freccia trovai altre pietre nei pressi della grotta crollata. Una particolarmente mi colpì, quando la impugnavo, il palmo della mano vi aderiva così perfettamente da sembrare che fosse stata fatta su misura e le dita finivano in sedi consumate per il lungo uso. In alto emergeva come un profilo di nobil uomo, una specie di re. Impugnata dall'altra parte tutta la pietra sembrava come un uccello in piedi. Una notte, mentre ero intento a scrivere nella mia stanza, scoppiò un violento temporale e la luce se ne andò. Accesi la torcia elettrica, che mi serviva per andare a cercare nelle grotte e in attesa che tornasse la luce, mi misi ad esaminare una delle pietre che avevo messo sul tavolo di lavoro come fermacarte; mentre la rigiravo fra le mani, improvvisamente vidi sul muro, proiettata dalla pietra, l'ombra enorme di un uomo bestia, una specie di uomo di Neanderthal. La cosa più impressionante era che si trattava di un'ombra tridimensionale, l'occhio aveva una pupilla che si muoveva al minimo spostamento della pietra, mentre la bocca si apriva e si chiudeva come se parlasse.
Non potei evitare di ricordarmi di un articolo che avevo letto anni prima, sulle leggende che circondavano Ansedonia, l'antica città romana di Cosa, costruita su rovine etrusche, centro di favolosi tesori nascosti e mai ritrovati. Ma non vi era nulla di magico nell'ombra vivente, solo semplici accorgimenti tecnici producevano quell'effetto, il buchetto che nella pietra rappresentava il foro dell'occhio, era attraversato verticalmente da una barretta, movendo piano la pietra orizzontalmente su se stessa avanti e indietro, l'ombra di questa barretta, cioè la pupilla, si muoveva. La bocca era formata da una fessura orizzontale, che ad ogni movimento della pietra lasciava filtrare più o meno luce, modificando in tal modo il contorno delle labbra. L'effetto era comunque straordinario, la stessa pietra impugnata dalla parte opposta, proiettava la testa e il collo di un animale, probabilmente un dinosauro e in un'altra sezione ancora il profilo di un uomo con una lunga barba. La scoperta della pietra che proiettava "ombre animate", mi spinse a pensare ai nostri lontani progenitori e alle centinaia di millenni che avevano passato nelle caverne, durante i periodi glaciali, prigionieri del freddo e della fauna! Vivendo per migliaia di secoli nelle caverne, illuminate da una sola fonte di luce, di giorno proveniente dall’entrata e di notte dal fuoco centrale, l'uomo doveva essere diventato un vero maestro della luce e delle ombre. La pietra proiettore, doveva essere solo uno degli innumerevoli tipi di oggetti che si era fabbricato per necessità o per passatempo, per ragioni didattiche o di comunicazione; l'abilità tecnica, non poteva essersi limitata alla riproduzione di ombre sulle pareti, ma doveva per forza essersi esercitata in altri settori e aspetti della vita. Con grande preoccupazione del mio produttore che aveva una villa ad Ansedonia e mi aveva fatto venire a lavorare vicino a lui proprio per potermi avere un po’ sotto controllo, cominciai a comprare libri divulgativi di archeologia e ad andare in giro con un sacchettino per le pietre; in uno di questi libri lessi dell'enorme "buco nero" archeologico, circa 25.000 anni, che si riscontra nella evoluzione artistico-culturale dalle pitture rupestri spagnole alla scrittura pittografico-ideografica egizia, frattura data dall'assenza di una massa di reperti adeguata all'importanza dei due eventi. La riduzione di tutta la realtà ad una serie di simboli, un salto culturale così eccezionale, fa presupporre un’intensa e vastissima attività, in molti altri campi dell'arte figurativa e poiché questa sperimentazione doveva essere stata lenta e massiccia, doveva essersi particolarmente esercitata sulla pietra, materiale generalmente non deteriorabile, o sull'argilla, il legno e l'osso, destinati in buona parte a pietrificarsi; non riuscivo a capire dove fossero andate a finire le tracce di questa evoluzione. Del resto comunità di individui di sesso e di età diversi, costrette a vivere in spazi ristretti, non potevano aver trascorso diverse ore di veglia, assolutamente libere ogni giorno, senza far nulla; condizione che non favorisce di certo alcuna evoluzione; non sono certo queste le condizioni adatte per evolversi come invece è avvenuto. Doveva esserci stata senz'altro un'altra attività, che consentisse particolarmente l'evoluzione del fenomeno della riflessione, un'attività legata al campo dell'arte figurativa, come il passaggio dalle pitture rupestri al simbolo ideografico lasciava supporre. Mi venne in mente un'idea, talmente ovvia da sembrare perfino stupida; per i nostri antenati, la luce delle caverne doveva essere più naturale della luce del sole, poiché era in quella luce che erano abituati a vivere la maggior parte del loro tempo.
Riprodussi allora, nella mia camera d'albergo, la luce bassa e diffusa delle caverne e cominciai a guardare in quella luce, gli utensili trovati nella grotta crollata e che all'aperto mi erano sembrati lavorati. Le immagini cominciarono come per incanto ad apparire e più chiaramente, ma mi ci vollero due nottate per capire che la luce adatta da sola non bastava e che per ottenere la visione corretta occorrevano anche la distanza giusta dall'occhio alla pietra e una velocità particolare per girarla sul piano: Appena potei visionare un reperto nel giusto modo, fu come metter un film nel proiettore; facce, profili umani, figure di animali, si susseguivano davanti ai miei occhi sbalorditi ad ogni sesto, ottavo giro della pietra. Le immagini erano belle e di un realismo sorprendente e questa volta non sparivano, potevo rivederle quando volevo. I volti erano moderni, i costumi vagamente orientali, alcuni personaggi sembravano portare mitrie, corone, turbanti. Le pietre, non lavorate in forma convenzionale, erano incise o scolpite in modo che prendendole in mano da qualsiasi punto di vista, si potessero vedere delle immagini; sembrava che l'aspetto naturale della pietra grezza, fosse stato adattato per assomigliare a qualcosa di umano se osservato da un punto di vista soggettivo; qualcuno dopo mi spiegò che si trattava di un tipo di lavorazione "anamorfico". Nei giorni e nelle notti che seguirono, potei controllare, che gli utensili posati su un piano, avevano una media di quattro-cinque posizioni stabili e che ogni posizione stabile conteneva una media di sei-otto immagini, il che significava che ogni oggetto riproduceva fra trenta e quaranta immagini diverse. Feci una prova; per descrivere una sola immagine dovevo usare più parole (per es. faccia di uomo maturo, bello, mite, espressione stupita) quindi una frase che per quanto telegrafica era in media di sette-otto parole. Ogni pietra perciò, non conteneva solo trenta-quaranta immagini, bensì, in pratica, fra le duecentocinquanta e le trecento parole, ovvero un piccolo racconto. Forse il seguito delle immagini non era così caotico come a tutta prima appariva, forse aveva un senso, una logica e quindi descrivere e narrare qualcosa. Uomini così progrediti tecnicamente e artisticamente dovevano aver sfruttato queste loro qualità nel modo più razionale, per comunicare. Forse avevo trovato un linguaggio, un mezzo di espressione e di comunicazione delle idee preistoriche, più evoluto di qualsiasi altro noto fino ad ora. Anche la frattura archeologica nella storia della evoluzione artistico-culturale, prima e dopo le pitture rupestri poteva essere spiegata; le tracce c'erano ma per poterle vedere occorrevano le stesse condizioni di luce nelle quali erano state lavorate; quante volte le guardavamo e non le vedevamo, anzi tiravamo loro dei calci? Qui mi prese la paura di sbagliare, di dire cose inesatte in un campo per me nuovo; forse tutte le pietre del mondo contenevano immagini di uomini e di animali, poteva essere un fenomeno naturale; allora presi delle pietre, le ruppi a metà e cominciai ad esaminarle dentro, con la stessa tecnica ed attenzione con cui avevo guardato le altre, ne spaccai una cinquantina, esaminai un centinaio di superfici interne (negli anni successivi ne avrò esaminate un migliaio) ma non riuscii a trovare niente di simile, a quanto avevo visto nelle pietre di Ansedonia; al massimo trovai su qualche superficie, un'immagine o due, chiaramente molto casuali.
Mi convinsi allora, di aver veramente trovato, il segreto, per leggere gli artefatti di una cultura dimenticata, forse le tracce di un'antichissima civiltà antidiluviana di cui parla anche la Bibbia, o di quelle fantastiche che vengono menzionate nei Veda; forse potevano essere addirittura le tracce della stessa mitica Atlantide. Le docce fredde non tardarono, quando nel mio entusiasmo cercavo di mettere al corrente di quello che avevo trovato, amici, parenti, colleghi e mi dovevo scontrare spesso con il loro scetticismo!
Mostrare le immagini a qualcuno non era cosa semplice, occorreva soprattutto una bella preparazione e il punto di vista soggettivo e poi cambiarlo spesso di pochi centimetri; e per guardare in due, anche guancia-guancia bisognava spesso cambiarlo e questo significava non vedere più niente o vedere immagini diverse da quelle che annunciavo; e allora cominciavano i sorrisetti ironici, i consigli di lasciare l'archeologia agli addetti ai lavori, e quando capitava di intravedere qualche immagine, subito c'era chi sosteneva che si trattava di immagini naturali; inutilmente cercavo di spiegare che una natura che si incarica di produrre decine di profili, facce, figure umane, animali con tratti anatomici regolari, su una stessa pietra, visibili chiaramente solo sotto una certa luce, a una determinata distanza, con una data velocità di rotazione e da un punto di vista strettamente soggettivo, era una natura davvero ben strana. Bisognava trovare un collegamento occulto fra la pietra e l'immagine umana, un fatto cioè molto più inverosimile che non la stessa semplice ammissione che quelle immagini fossero veramente prodotte dalla mano dell'uomo. Invano mi affannavo a ricordare che la procedura per leggere le pietre non era più complicata di quella che occorreva a leggere un libro (prenderlo dalla parte giusta, aprirlo dalla prima pagina, cominciare a leggerlo dalla prima riga, da sinistra verso destra, per poi passare alla seconda riga, leggendo sempre da sinistra verso destra e così fino alla fine della pagina, per poi voltare la pagina e ricominciare nello stesso modo e così via, tutto questo sempre con un minimo di luce per poter vedere). Avrei voluto che tutti mi credessero e mi capissero, che riconoscessero che avevo ragione; ero sicuro ma troppo impulsivo e poco scientifico, spesso mi sono comportato come uno sciocco. Oggi mi vergogno di quello che avrà pensato di me un corrispondente del "Times" che un amico mi mandò, di fronte a quei sassi, stesi sul letto dopo il solito guancia-guancia nella semioscurità, per cercare di vedere le famose immagini; talvolta le critiche erano così fraterne e convincenti da mettermi veramente in crisi; dopo tutto ero un ottimo scrittore di cinema, conosciuto anche all'estero, bisognava piantarla di scherzare e tornare a fare la persona seria. Ma le pietre erano lì, le potevo toccare, guardare, le immagini belle e misteriose non cambiavano; inoltre basandomi sull'ubicazione dei ritrovamenti di Ansedonia, trovavo spesso nuove località con dei meravigliosi reperti. Come sui Monti Albani, sulla parte alta del Lago di Albano o sulla via Aurelia, vicino a Torrimpietra dove erano state scoperte le ossa di un Mammouth, mentre stavano costruendo la superstrada. Proprio curiosando fra gli scavi, trovai un bellissimo pesto in pietra e una conchiglia, usata senz'altro come lampada e una pietra cubica insieme ad una statuetta, raffigurante una specie di scimmione con un casco e una tuta moderna ... tutti dello stesso tipo della "cultura di Ansedonia" come ormai li chiamavo.
Intanto, ero riuscito a migliorare la visione dei reperti, usando una luce così diffusa da non produrre false ombre, il che era anche logico se i nostri antenati lavoravano la pietra con una luce di taglio, la lettura doveva avvenire con la stessa luce di taglio; quindi sia la lavorazione che la visione dovevano effettuarsi in una luce comune a tutti e cioè senza ombre: Con il nuovo sistema mi accorsi che girando la pietra tenuta in mano, imprimendole variazioni minime di asse rispetto alla luce, secondo quel che suggerivano le linee e osservando le figure che apparivano al di sopra delle linee stesse, il seguito delle immagini non era più senza senso, ma serviva a descrivere un piccolo fatto, come le stesse parole servono a descrivere una frase. Muovendo una pietra, che rappresentava una figura di donna di fronte a quella di un uomo, vidi che per effetto dell'altorilievo, la figura dell'uomo sembrava avvicinarsi a quella della donna, fino a confondersi in un abbraccio, inoltre le facce muovevano gli occhi e la bocca ... e forse per effetto della permanenza delle immagini nella retina, il passaggio da un'immagine all'altra sembrava avvenire per quella che in un film si chiama dissolvenza incrociata. Mi sentivo confuso dalla grandiosità di quello che andavo trovando; contemporaneamente mi accadeva un fatto strano, sentivo in modo sicuro che qualcosa di determinante stava accadendo nel mondo, per cui tutti gli uomini di buona volontà erano obbligati a dare il meglio di sé, in assoluto, per il raggiungimento della conoscenza e della verità. Il cinema, che era stata la ragione prima della mia vita per tanti anni, perdeva gradualmente d’interesse; ero convinto che con questo mezzo non si poteva più comunicare efficacemente. Da una parte, il condizionamento economico e politico, impediva di esprimersi in piena libertà e dall'altra, il pubblico ormai sapeva a livello inconscio che tutto quello che accadeva, nei film spettacolari, anche nei migliori, era stato opportunamente preparato e quindi non era vero! Fare il cinema non era più una vocazione, voleva dire assecondare la propria vanità e il desiderio di benessere; prevaleva in me, un grande desiderio di divulgare al più presto, ciò che avevo scoperto e non potevo contare sulla collaborazione di scienziati, un paio di tentativi furono semplicemente disastrosi.
La particolare messinscena per visionare i reperti, dava alla dimostrazione un'aria di ciarlataneria; gli scienziati non vollero mai assistervi fino alla fine e mi invitarono a portare le fotografie prima di riprendere il discorso; ma fotografare rappresentava una difficoltà enorme, bisognava fotografare quello che l'occhio vedeva, in una luce bassa e diffusa, solo come un occhio lo vedeva. Se la foto veniva più chiara, era come se la pietra si fosse avvicinata all'occhio e l'effetto era perduto. Passai mesi e mesi a cercar di ottenere risultati positivi, chiesi consigli a tutti gli operatori, ai fotografi che conoscevo, inutilmente. Nella stessa casa di mia madre, dove mi fermavo qualche volta passando da Roma, se mi mettevo a fotografare reperti, si faceva un silenzio di tomba, sguardi carichi di drammatico rimprovero, tentavano di raggiungere la mia coscienza; piano piano mi accorsi, che delle pietre non potevo parlare con nessun altro, all'infuori di due vecchi amici, Peter Tompkins uno scrittore americano che avevo conosciuto a Roma dopo la guerra e Harold Fischbaker, un piccolo editore franco-americano che aveva una delle più antiche librerie d'arte di Parigi in Rue de Seine. Harold mi presentava persone dell'ambiente culturale, che potevano essere interessate al problema e mi metteva a disposizione, la libreria per le informazioni di cui avevo bisogno; con Peter invece iniziai, una corrispondenza che andò avanti per molti anni; abitava negli Stati Uniti, era molto addentro a studi esoterici, scriveva libri sulle Piramidi egizie, messicane, sugli obelischi, i Rosacroce, i Templari; ne scrisse uno anche sulla vita segreta delle piante e mi aiutava moltissimo a dare un senso a tutto quello che trovavo, mi metteva al corrente dell'importanza della "pietra" nella tradizione, mi mandava citazioni che la riguardavano nei testi sacri indiani, tibetani, cinesi, mussulmani ecc. e poi mi incoraggiava nei momenti di debolezza o mi prendeva in giro per risvegliare il mio amor proprio, quando stavo per abbandonare. Perso ogni interesse per il cinema, dovevo pur farlo, magari senza firmare, per vivere; ovunque mi spostassi per ragioni di lavoro continuavo la mia ricerca nelle località adatte che ormai individuavo con facilità, o nei luoghi che altri avevano gia scavato, archeologi o costruttori, non potendo permettermi di farlo io stesso con i miei scarsi mezzi; trovavo spesso reperti di rara bellezza, in Inghilterra, fra New Market e Cambridge, trovai una serie di pietre lavorate in un modo ancor più misterioso, non erano ne scolpite ne incise, eppure le immagini apparivano nelle parti lucide della selce, prodotte dal riflesso della luce. I volti avevano occhi e bocche che si muovevano e le figure si animavano, alcuni personaggi portavano dei caschi e una specie di maschera davanti alla bocca, altri sembravano avere delle maschere metalliche. La cosa curiosa era che le pietre trovate in Bretagna, in Francia o ad Alicante (in Spagna) recavano immagini simili a quelle inglesi; di fronte a queste pietre straordinarie, apparentemente magiche, capii la ragione, dell'avversione degli antichi ebrei per la riproduzione delle immagini, se queste pietre potevano lasciare sbalordito me, uomo moderno abituato alle quotidiane conquiste della scienza e della tecnologia, c'era da immaginarsi cosa poteva capitare a chi in quel tempo "inciampava in una pietra", come dice la Bibbia. Ignaro che da tre milioni e mezzo di anni, i nostri antenati costruivano utensili, che da settecentomila anni l'Homo Sapiens accendeva il fuoco e viveva in comunità e non potendo lontanamente pensare che quegli oggetti fossero opera dell'uomo; il malcapitato credeva che la pietra stessa fosse Dio e perdeva così la Fede nel Dio d'Israele; per questo Isaia cerca di mettere il popolo sull'avviso, avvertendo che questi oggetti non erano Dio, ma solo "opera di antica mano"; forse da queste pietre ebbe origine l'idolatria dei popoli che circondavano Israele; probabilmente c'era molto di più, la tradizione ebraica, doveva conoscere la ragione morale, che aveva condotto questa grande civiltà delle immagini, alla distruzione, e voleva che fosse cancellata per sempre dalla memoria dell'uomo; rendendomi conto della delicatezza della materia, decisi di rivolgermi per avere chiarimenti, proprio alla sede che più di ogni altra mi parve rigorosa e competente a giudicare; feci una comunicazione della mia scoperta a un padre Gesuita, insegnante alla facoltà di Teologia di Granata in Andalusia e ad un altro padre Gesuita di "Civiltà Cattolica" a Roma che mi conosceva, per il mio lavoro nel mondo del cinema; ero convinto che quello che era stato "tabù" fino a ieri, alla luce della Scienza, poteva ora essere divulgato, senza pericolo per la fede dei credenti. Ricevetti lusinghieri incitamenti a continuare nella ricerca e a pubblicare, il che però significava fotografare, cosa che ancora non mi riusciva; per ovviare a questo inconveniente, a Malaga, dove mi trovavo con alcuni amici poeti "beatniks" di San Francisco, fabbricai un marchingegno che consentiva a chiunque la visione corretta delle immagini, una scatola di latta rotonda di tabacco da pipa, con sopra una pietra, che potevo far girare a distanza con dei fili, sistemata in mezzo ad un tavolo, intorno al quale, più persone sedute alla distanza voluta e con un oculare di carta, potevano osservare la pietra che girava nelle condizioni richieste; le dimostrazioni ebbero molto successo, Philip Lamantia, Vanderbroek e altri scrittori americani non credevano ai loro occhi.
Ma nessuno scienziato, accettò mai di esaminare le pietre in quelle particolari condizioni, mi chiedevano solo in quale località e in quale strato avessi trovato i reperti e siccome ero un po’ vago perché non ero un archeologo, mi licenziavano; poiché dall'esame col carbonium 14 non si poteva stabilire una datazione certa, andai a cercare altri reperti in una località inglese dov'era avvenuto uno scavo in una industria litica del paleolitico inferiore; trovai tre pezzi magnifici, ma quando ritornai dallo scienziato con cui ero in contatto, questi mi disse che il ritrovamento non era valido, perché i pezzi potevano essere stati abbandonati in quello scavo da qualcuno (sic). In Spagna allora si spendeva poco per vivere, andai ad abitare in una casetta di pescatori, una stanza tutto compreso sulla spiaggia di Nerja, vicino a Malaga; scrivevo saggi filosofici sul "mezzo di espressione" e cercavo in Andalusia le località adatte per i miei reperti, ogni tanto andavo a Londra a vendere una storia o a collaborare a qualche sceneggiatura per un amico produttore, con il quale da ragazzo avevo cominciato a fare il cinema a Milano. Le località, dove i misteriosi abitanti, appartenenti alla scomparsa civiltà abitavano, erano bellissime; o vicino al mare come Ansedonia, Alicante, Nerja stessa o sulle rive di fiumi disseccati e in alto nelle grotte orientate a Sud. A Roma trovai oggetti bellissimi sull'antico letto del Tevere, all'altezza della Magliana; non sapevo ancora se erano stati gli abitanti delle grotte a fabbricare quegli oggetti straordinari, le immagini dei reperti, mostravano due tipi d'uomo, uno all'incirca con le nostre stesse fisionomie, un altro all'apparenza estremamente più evoluto, dai tratti bellissimi, che spesso portavano caschi o maschere dall'aspetto metallico; i primitivi comunque abitavano nelle grotte e nelle pietre si vedeva bene che guardavano verso l'alto ... poi girando convenientemente le pietre apparivano "gli altri" . Ogni anno che passava, mi separava sempre più dal mio ambiente, dal mio lavoro abituale, dalle persone che mi avevano accompagnato nella vita; qualche volta provavo un'acuta nostalgia, per i vecchi amici che continuavano a fare i film e di cui ogni tanto vedevo i manifesti in giro per il mondo, Fellini, Antonioni, Zampa, Zavattini, De Laurentis e altri coi quali avevo diviso e condiviso speranze, successi, notti insonni e notti di intenso lavoro; me li immaginavo mentre si riunivano nelle loro case accoglienti, a cercare storie, imbastire produzioni, mentre io andavo in giro a cercare sassi, magari con le mani rovinate e gli abiti sporchi e a volte mi sentivo veramente umiliato. Ma bastava che mi ritrovassi nella mia stanza a visionare i reperti, che ogni tristezza scompariva; era come assistere in continuazione al più bello dei film. Mondi scomparsi mi afferravano, personaggi sepolti da migliaia di anni, mi guardavano, mi parlavano, e vivevano di nuovo. Una caratteristica curiosa era la diversità di stili, che trovavo nelle immagini, miceneo, assiro, maya, etrusco, incas, cinese, ed altri insieme a quelli della "cultura di Ansedonia".
A Guadix trovai dei pezzi ancora più strani, delle parti erano come stampate su una pellicola leggera, che rivestiva la superficie della pietra; chi aveva lavorato quegli artefatti? Come erano scomparsi? Qual'era stato il tragico destino che li aveva portati alla distruzione? Per quanto mi sforzassi, non riuscivo ad immaginare con quale genere di prodigiosa tecnica fossero state lavorate quelle pietre; cominciai a pensare, che avessero collegato una tecnica usuale portata ai massimi dell'efficienza partendo dalla iniziale modellazione dell'argilla, del legno, dell'osso, della pietra. Con l'energia che consideriamo puramente umana, il tatto, la vista, la volontà; per esempio, dovevamo considerare che si trattasse opera di magia? Forse per questo i loro stessi costruttori, un giorno, cominciarono a distruggersi? Questi antichi uomini, dovevano aver carpito qualche gran segreto della natura e lo strumento per la lavorazione di quegli oggetti poteva essere paranormale?Ammettiamo che sapessero sfruttare particolari energie a loro beneficio, con l'uso appropriato di queste, potevano addirittura tecnicizzare quest'arte e "pantografare" nella pietra la realtà, poi forse ... per aver abusato nel toccare l'albero della vita, erano stati puniti con l'autodistruzione. Così fantasticavo ... Ogni tanto ricevevo da Peter notizie sulle ricerche che egli stava effettuando nel golfo del Messico, o sulle mitologie di varie civiltà; più mi calavo nel mistero delle nostre origini, più venivo portato a profonde speculazioni metafisiche e a grandi scoperte spirituali, la natura della pietra, quella della mente, del punto e del movimento, delle origini ed erano meditazioni che occupavano continuamente il mio spirito. L'esperienza della pietra, si rivelava come un'altissima disciplina spirituale; la lotta che continuamente si svolgeva in me fra quello che volevo fare e quello che dovevo fare per sopravvivere ed investiva tutta la mia vita. Cominciavo a capire, perché la pietra occupasse una posizione di privilegio nella tradizione; perché si dicesse che esisteva un rapporto stretto fra l'anima e la pietra; e che pietre vive cadute dal cielo mantenessero la loro vita, fossero considerate parlanti, contenessero inciso un messaggio antico o una profezia; perché la pietra materializzasse lo spirito e avesse un posto preminente in tutte le religioni del mondo; <> ... <> ... sono decine, centinaia, le citazioni sulla pietra solo nella Bibbia e nel Nuovo Testamento. La ragione è che: tramite la pietra, l'uomo comincia la sua interminabile ascesi per la conquista della riflessione e dello spirito; dapprima egli riconosce se stesso nella natura, in un legno o in una pietra, che casualmente reca un volto che gli assomiglia, poi col tempo cerca di fare assomigliare sempre di più a se stesso quello che in natura casualmente gli somiglia; finché si crea una tecnica nella manipolazione della materia, che gli permette di riprodurre a piacere se stesso e tutto ciò che è circostante, al punto che, impossessandosi di tutti i segreti per la tecnica di tale lavorazione della pietra, comincia a vedere se stesso agire nella realtà che riproduce e sperimenta senza intervenire fisicamente, la realtà prossima a venire, riflette, immagina, sintetizza sempre di più queste immagini, le riduce a simbolo, poi riduce tutte le realtà ad una serie di simboli, fino al formarsi del pensiero attuale.
La vita mi obbligava a lavorare duro per vivere e a concedere sempre meno spazio a queste antiche civiltà, malgrado le prove quasi schiaccianti che avevo accumulato, nelle migliaia di immagini, trovate all'interno di quei trecento eccezionali reperti, non ero riuscito ad avere una sola foto convincente, che dimostrasse scientificamente, la validità di quanto avevo trovato. Sentivo che sarebbe stato estremamente importante poter dimostrare con dei fatti, toccando con mano, alla maniera del nostro tempo, per quale errore una civiltà così progredita come quella era scomparsa dalla faccia della terra e dalla storia. Facevo programmi televisivi, alcuni anche di un certo rilievo, ed ero sempre in giro per il mondo; trovai reperti della stessa cultura sulla West Coast degli Stati Uniti, in Corea, alle Canarie, in Messico, evidentemente tale civiltà era diffusa ed estesa in tutto il mondo; su una pietra inglese, trovai le immagini di un sacrificio umano, un uomo incappucciato teneva la sua vittima ferma, mentre un altro incappucciato le tagliava la gola con un oggetto triangolare; poi come nei sacrifici aztechi, mangiava il cuore; sulla stessa pietra era riprodotto il profilo del Dio azteco della pioggia! Per due anni fui così preso dalla realizzazione di un lungo programma sui movimenti giovanili americani, che quasi finii per dimenticare la mia esperienza archeologica; avevo sempre con me, qualche bella pietra da guardare, ma era diventata più che altro un'abitudine.
Un giorno, nel North Dakota, mentre facevo un programma sugli indiani americani, mi capitò di filmare il Monte Rushmore nelle Black Hills, le montagne sacre dei Sioux e anche della democrazia americana, da quando sulla roccia furono scolpite le teste gigantesche di quattro presidenti. A New York, mandando avanti e indietro il film alla moviola, mi accorsi che accanto alla testa del presidente George Washington si notava il profilo di un pellerossa grande almeno cinque volte i volti dei presidenti; la visione era stata possibile perché il giorno della ripresa era una giornata grigia, senza ombre, la condizione ideale cioè per leggere una pietra, e fu solo la mia abitudine a leggere le pietre che mi permise di scoprirlo; per quasi quarant'anni, milioni di visitatori ad ogni anno e nessuno se n'era accorto !!! Il servizio andò in onda anche in Italia, nel programma televisivo "Odeon" e una grande rete americana, la NBC mi fece un intervista in "Today Show" trasmettendo anche il brano girato su "Odeon". In quattro giorni il servizio andò in onda cinque volte negli Stati Uniti e dovetti dare anche per telefono "per la RAI corporation" decine di interviste in tutto il Paese; ne parlo solo perché quell'episodio, servì a ricordarmi che sapevo leggere le pietre e che non mi sbagliavo e questo fatto mi fece ritornare ai vecchi interessi. Un giorno in Francia, diciannove anni dopo la scoperta di Ansedonia, mi capitò di trovare vicino a Fleury Merogis (a pochi chilometri da Parigi) un selce a forma di mezzo uovo, che aveva una particolarità eccezionale, se toccato su un piano perfettamente liscio e duro continuava ad oscillare per oltre due minuti; sulla pietra si vedevano immagini così chiare che ebbi l'impressione di poterle fotografare con successo. Di ritorno a Firenze, per fotografare misi sottosopra la casa del caro amico d'infanzia che mi ospitava, e qualcosa venne fuori, tanto da farmi sperare di poter avere finalmente successo, usando macchine più adatte alla fotografia di questi reperti. Telefonai a Peter Tompkins per raccontargli quello che stava accadendo e Peter mi disse di raggiungerlo subito nella sua casa in Virginia per lavorare insieme alla riuscita delle foto. In Virginia speranze e delusioni si alternarono per un paio di settimane; le foto fiorentine non erano un gran che e quelle fatte con Peter non erano ancora così convincenti per una pubblicazione; la famiglia e gli amici di Peter cominciarono nuovamente a scuotere la testa e forse a pensare che fossi irrimediabilmente un visionario! Come ultimo tentativo Peter mi mise a disposizione una telecamera con video registratore per provare con quella a filmare le pietre; una mattina all'alba trovata la luce adatta, cominciai a muovere i reperti davanti all'obiettivo della telecamera e di colpo sullo schermo del televisore, cominciarono ad apparire ingrandite decine di volte le immagini contenute nella pietra, erano chiare fedeli, belle, colorate e tutti le potevano vedere, esattamente come io le vedevo. Quello che avevo sognato per diciannove anni si era improvvisamente avverato. In un paio di settimane di lavoro, riuscii a riprendere con la telecamera la pietra francese di Fleury Merogis e una inglese di New Market; decine di immagini chiare e belle, che piacquero a tutti i familiari e agli amici di Peter; io e Peter non potevamo credere che fosse vero, andammo a New York e Peter invitò il più scettico dei suoi amici a visionare il videotape era Sidney Gruson, vice presidente del "New York Times" ... c'erano davvero le immagini? E si potevano davvero vedere? Grisou le vide e le piacquero molto; il secondo passo fu quello di mostrare il videotape al senior editor della casa editrice newyorkese Harper & Row, la risposta fu la stessa, il videotape era di grandissimo interesse; un'amica Katryn Kean organizzò una visione per degli artisti di New York nello studio della pittrice Mimi Gross e il successo fu ancora più grande del previsto; tutti rimasero ammirati ed esterrefatti, dalle singolari immagini, che dopo tante migliaia d’anni di silenzio tornavano alla vita. Non c'erano più dubbi. La dottoressa Lois Katz, capo di un settore del Metropolitan Museum di New York con i suoi tre assistenti trovò il videotape molto stimolante ma altrettanto inesplicabile. Al Country Museum di Los Angeles dove la dottoressa Katz mi mandò per mostrare il videotape al dottor Peter Meyer e ai suoi assistenti, fu da qualcuno avanzata l'ipotesi che esse fossero casuali ma ritoccate e riabbellite da mano umana; era gia un successo, la prima ammissione scientifica anche se fatta a voce, che l'uomo poteva essere intervenuto nella lavorazione di queste immagini; eppure ci sarebbe voluto ancora un anno, prima di arrivare a risultati più concreti, le foto per la pubblicazione.
A Firenze dove tornai per tentar di fotografare i reperti con un amico fotografo, Piero Boni, mi successe un fatto curioso che negli anni di lavoro con le pietre non mi era mai capitato; trovai una pittrice Nilou Kashfi, che non solo credette subito alla mia teoria della civiltà scomparsa, ma riuscì a vedere le immagini delle pietre senza che le spiegassi come fare; fu sorprendente e la sua collaborazione si rivelò di buon auspicio; un particolare strano, mi accorsi che la pittura della Nilou aveva qualche somiglianza con la tecnica delle pietre. Boni fotografò le immagini del videotape mentre passavano sul monitor, ma le foto non erano sufficientemente belle per essere pubblicate, servirono però a far vedere agli increduli in Europa e negli Stati Uniti, che le immagini c'erano veramente e non erano parto di fantasia. Una sera al cinema Archimede di Roma durante l'intervallo mi misi a guardare una piccola pietra che avevo in tasca; la visione era perfetta, la migliore che mi fosse mai capitata di osservare, presi nota della disposizione delle luci e appena arrivato a Firenze rifeci con Boni la stessa disposizione per fotografare i reperti e questa volta finalmente, dopo vent'anni e tre mesi di tentativi, le fotografie erano sicuramente pubblicabili. Chiedo perdono alla Scienza per le cose inesatte che posso aver detto, trasportato dall'entusiasmo e dall'ignoranza, non sono uno scienziato; sono soltanto uno che per qualche ragione, aiutato da un po’ di fortuna, ha trovato delle antiche immagini lavorate in modo insolito su delle pietre e desidera che altri più esperti di lui le vedano e spieghino che cosa sono, che cosa significhino, chi le ha fatte quando e dove. Il mio sforzo continuo, non è stato quello di formulare teorie, ma di accumulare immagini e prove tali da rendere impossibile sostenere che quelle immagini non sono opera umana e che non si tratti di un'antica cultura scomparsa; sono venuto a conoscere molte cose su questa civiltà, oltre a quelle cui ho accennato, così sorprendenti che non mi azzardo neppure a riferirle perché temo di essere preso ancora una volta per visionario. Desidero che altri scoprano questi fatti e che facciano sapere a tutti, per quale ragione una grande civiltà, diffusa in tutto il mondo, estremamente abile nel manipolare la materia e artisticamente raffinata, sia improvvisamente scomparsa dalla faccia della terra così da essere perfino cancellata dalla memoria degli uomini; sarebbe davvero istruttivo saperlo oggi, quando allegramente seduti sui miliardi di tonnellate di tritolo delle nostre belle bombe atomiche, dimentichiamo di che cosa sia l'uomo, della sua eterna lotta per la conquista dello spirito, delle sofferenze di miliardi di miliardi di esseri fin dalle origini per tentare di migliorarsi.
Viviamo in un periodo così scientifico, che non è per niente scientifico pensare che noi sappiamo gia tutto; l'esperienza ci insegna che sappiamo pochissimo e che solo faticosamente e lentamente riusciamo a conquistare qualche nuova conoscenza, mentre i problemi più profondi ed essenziali continuano a sfuggirci; non è scientifico, per esempio, rigettare in blocco una tradizione spirituale, antica come l'uomo, accumulatasi pazientemente e dolorosamente in milioni e milioni di anni, fin dalle prime origini della nostra realtà, è perfino un po stupido se vogliamo. Viviamo sempre in una grotta, solo un po più grande e non più limitata dalla materia ma dalla nostra conoscenza, dai nostri sensi, dalla nostra umanità sulla base di valori tuttora inalterati; il mistero della vita, la conservazione della vita e della specie, la comunità con tutti i doveri e tutti i diritti che essa comporta, l'attività artistico-culturale per comunicare, quella più adatta o adattata ai tempi, la guida suprema dello spirito alla ricerca costante della prossima dimensione nella quale "essere veramente". Fuori dalle nostre grotte non ci sono più il gelo ed i mostri feroci, l'uomo oggi è solo e in lotta contro l'altro uomo, ma contro soprattutto, la parte negativa che ancora dimora in lui; ieri riproduceva il passato e il presente sulla pietra, per poter osservare il circostante e vedersi nel circostante, per impadronirsene e poter agire in esso senza muoversi ... e cioè riflettere e immaginare; oggi, da un paio di secoli almeno, stiamo proiettando noi stessi sulla materia, riproducendo su di essa, tutto quello che di più materiale è in noi, traduciamo in chimica le funzioni dello stomaco e quelle del fegato, in meccanica quelle degli arti, in fisica quelle del cuore e del sangue, in elettronica quelle della vista e del cervello, all'insegna di un progresso tecnologico guidato da un solo traguardo, che è quello di un più razionale benessere. Talmente intenti in questa riproduzione da trascurare la ragione prima per la quale siamo uomini, come l'antica civiltà delle sculture in movimento in qualche modo ci illustra.
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Da "PM Avventure", 1983
Le fotografie si riferiscono tutte alla stessa pietra ripresa da diverse angolazioni.
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antigravitation, force physique présentée comme une hypothèse qui frésiste à la force de gravité (Physique) antigravitación (en física - fuerza hipotética contraria a la fuerza de la gravitación) antigravitatie (in fysica-hypothetische kracht tegengesteld aan aantrekkingskracht) anti-gravidade, força hipotética contrária à força da gravidade Antigravität (in der Physik der Anziehungskraft entgegenwirkende Kraft)
Με την έννοια της αντιβαρύτητας (antigravity) εννοούμε μία υποθετική δράση η οποία αντιτίθεται στην επίδραση της βαρύτητας. Η αντιβαρύτητα μέχρι σήμερα δεν αποτελεί επίσημο και αυστηρά καθορισμένο επιστημονικό όρο. Χρησιμοποιείται γενικά για να υποδηλώσει την κατανίκηση της βαρύτητας με τη βοήθεια κάποιων τεχνητών μεσων, αλλά επίσης χρησιμοποιείται και στην προσπάθεια εξήγησης της επιταχυνόμενης διαστολής του σύμπαντος. Μέχρι σήμερα η επιστήμη δεν έχει καταφέρει να αποδείξει την ύπαρξη μίας τέτοιας δύναμης, όπως επίσης και οι υφιστάμενοι φυσικοί νόμοι δεν προβλέπουν την ύπαρξή της (ούτε όμως την απαγορεύουν). Παρ΄όλα αυτά, υπάρχουν αρκετές θεωρίες, μελέτες και πειράματα που ασχολούνται με τους τρόπους με τους οποίους θα ήταν δυνατό να επιτευχθούν φαινόμενα αντιβαρύτητας, αλλά και να εξηγήσουν επίσης την επιταχυνόμενη διαστολή του σύμπαντος. Μεταξύ αυτών, ορισμένα υπονοούν και την ανάγκη ύπαρξης της επίσης υποθετικής, εξωτικής αρνητικής μάζας (πχ μοντέλο σκουληκότρυπας, Alcubierre ή warp drive). ÇEKİM KESME ETKİSİ:Mahiyeti henüz keşfedilmemiş bir enerji sahasının, roket araçları ve insan vücudu gibi kütleler üzerinde yer çekim kuvvetini kaldırdığı veya azalttığı sanılan etki
(ש"ע) אנטיגרביטציה (בפיסיקה-כוח היפותטי המנוגד לכוח המשיכה)