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I libri III e IV della Brhadaranyaka Upanisad [BU],
tradizionalmente designati come “Yajnavalkya Kanda”,
formano un racconto a sé stante, divenuto quasi leggenda
intorno a questo celebre personaggio di sapiente. Il loro
contenuto è strettamente collegato ai testi del Śatapatha-Brahma
[SB] (X e XI libro) e al secondo libro dell’Upanisad.
Il tema dominante dei due dialoghi tra Yajnavalkya e Janaka
(IV 1–2 e 3–4) è il timore dello stato cui si perviene
dopo la morte. Questo tema è esposto chiaramente nella
domanda dai toni quasi ironici che Yajnavalkya pone al
centro del primo dialogo, come introduzione al suo
insegnamento:
[Yajnavalkya disse:] “E dunque, o grande re, così come
chi si appresti a un lungo viaggio si procura un carro o una
barca, così il tuo essere [atman] si è preparato in queste
profonde teorie [upanisad]. Ma tu che regni sugli altri
uomini e che sei ricco, dove andrai lasciando questo mondo,
ora che sei stato istruito nei Veda e nelle Upanisad?” [Janaka
rispose: ] “Non lo so, signore, dove andrò”. [Yajnavalkya
disse:] “Ora ti dirò veramente dove andrai” [Janaka:]
“Dunque parla, ti prego”.
Il saggio re, desideroso di possedere la conoscenza che
libera da tale timore, insiste con domande appropriate
affinché Yajnavalkya lo guidi passo a passo nella profonda
ed elevata dottrina dell’Atman. Infine, i due dialoghi
terminano con Yajnavalkya che riconosce che il re ha
conseguito l’abhaya ‘assenza di timore, liberazione
dalla paura’. Il re lo ricompensa offrendogli il suo regno
e se stesso. Così termina il primo dialogo:
“Quel sé descritto con ‘non questo, non questo’ [neti
neti] non può essere afferrato, perché non si afferra; non
può essere spezzato, perché non si spezza; nulla gli è
attaccato, a nulla è legato, non è saldato e non oscilla.
Ora veramente hai conquistato la libertà dalla paura.”
Dice Yajnavalkya.
Disse allora Janaka, capo dei Videha: “Omaggio a te, oh
Yajnavalkya. Che la libertà dalla paura sia con te,
signore, che ci hai fatto conoscere tale libertà. Eccoti la
gente di Videha; e me stesso.”.
Alla fine del secondo dialogo la parola chiave abhaya
compare di nuovo, identificata con Brahman.
“ Ciò è espresso nell'inno che dice: ‘L'eterna gloria
del conoscitore del Brahmam non cresce e non è sminuita
dalle opere. Perciò si ricerchi di comprendere la natura di
questo soltanto, poiché conoscendola non si è più
macchiati da alcun peccato’. Dunque colui che così
conosca acquisti saldo controllo di sé, e calmo, raccolto
in sé stesso, saldo e concentrato, comprenda il Sé nel suo
stesso sé; così facendo egli perviene a vedere il Sé in
tutto. Il male non trionfa su di lui, ma lui trascende ogni
male. Il male non lo mette in difficoltà, poiché lui
consuma ogni male. Egli diviene senza peccato, senza forma,
libero da ogni dubbio e un vero conoscitore del Brahman.
Questo è il mondo del Brahman, o re, e tu l'hai
conquistato", concluse Yajnavalkya. E il re ‘Ti darò
l'impero dei Videha, signore, e me stesso per poterti
servire’.
Quel grande Sé increato è Colui che mangia il cibo ed è
Colui che dispensa le ricchezze. Colui che questo conosce
riceve ricchezza.
Quel grande Sé increato non invecchia, non muore, non
conosce paura ed è il Brahman infinito. In Brahman infatti
non vi è timore di nulla, e chi conosce questo non prova
timore di nulla.”
In questo brano troviamo tre parole che qualificano l’Atman:
ajara (che non invecchia), amara (che non ha fine), amrta
(che non muore), abhaya (che non ha paura). Non si tratta di
quattro epiteti decorativi, ma di espressioni di qualità
essenziali dell’Atman, come trascendenza da ogni timore.
L’insegnamento attribuito a Yajnavalkya è considerato
l’apice della filosofia delle Upanisad, in cui vanno a
confluire tutte le idee precedenti. E da questo deriveranno
diverse tesi esposte nei Brahmana e negli Sramana, cioè dai
continuatori del pensiero tradizionale della classe
sacerdotale e anche dai liberi pensatori e dai fondatori
delle nuove correnti religiose successive. Le discussioni
sull’Atman – ‘l’eterna sostanza del sé’ – che
continua a vivere dopo la morte fisica, sono basate
sull’assioma della legge del Karma – ‘le azioni
compiute’ che determinano lo stato conseguito dopo la
morte , e del Samsara – ‘trasmigrazione, perpetua
successione di nascita e morte’ che ne deriva.
Queste idee hanno origine nelle speculazioni ritualistiche
contenute nei Brahmana sul valore dell’istapurta.
In epoche precedenti era generalmente accettato che una
persona che offriva un numero sufficiente di sacrifici
rituali e riveriva conformemente i sacerdoti era destinata,
dopo la morte, al paradiso degli antenati (pitar), descritto
nel RgVeda I e X quale dimora celeste di Yama. Là riceveva
il frutto dell’isatpurta, ‘ciò che è stato offerto
agli dei e donato ai sacerdoti’ durante la vita, ovvero,
‘l’effetto delle offerte e delle donazioni’ che gli è
dovuto. Questo è l’istapurta che costituisce la sua dote
nella vita ultramondana, che gli accorda cibo e corpo
celesti. Nel corso del tempo questa visione ottimistica fu
incrinata dal timore che l’istapurta si potesse esaurire;
e che si potesse morire anche in cielo, punar-mrtiu, e
quindi ri-nascere sulla terra. La letteratura del periodo
dei Brahmana ricerca di stabilire la misura dei sacrifici,
la durata dei loro effetti e le possibilità di rinascita
che sono relative ad essi.
Maitrayani Samhita:
“Colui che, dopo aver donato molto (ai sacerdoti) e
offerto molto (agli dei) per se stesso, si accomoda vicino
al fuoco sacrificale (al momento di morire) non morirà
(abbandonando il corpo). Poiché il non-morire gli
appartiene (istapurta). Chi avrà compiuto i rituali che gli
sono prescritti raggiungerà gli uomini giusti nel mondo
ultraterreno. Le costellazioni del cielo sono questi uomini.
Quando qualcuno esclama: ‘una luce è discesa’, ‘è
caduta una stella’ sono realmente questi uomini che
discendono. Dopo aver raggiunto quel luogo e avervi
soggiornato, ritornano sulla terra secondo il mondo che
hanno conquistato meritoriamente. Chi, invece, dopo aver
molto dato e dopo aver compiuto molti riti per sé, offre
l’Agnihotra, compie i sacrifici della Luna Nuova e della
Luna Piena, i sacrifici dovuti al Quarto mese e partecipa al
rito del Soma, a lui appartiene (istapurta) l’immortale (aksayya).
Il rito, in verità, diventa separato (nascosto) da chi lo
ha compiuto. Dunque si devono bruciare questi due fuochi (Ahavaniya
e Garhapatya). Poiché si ascenderà verso di essi
successivamente.”
Due tipi di sacrificatori (yajamana) sono confrontati in
questo passaggio. Il primo compie molti rituali e offre
generose donazioni, ma solo nel limite dei rituali Grhya
(domestici e cerimoniali). Il suo istapurta –
‘l’effetto di ciò che è stato offerto e donato’ –
continua ad esistere dopo la sua morte ma limitatamente ad
un certo periodo, così che egli, divenuto una stella in un
cielo minore, deve ricadere entro una certa sfera di
esistenza terrena, secondo le condizioni che il suo
istapurta avrà determinato anche in questo senso. Il
secondo compie numerosi rituali Srauta (solenni) secondo
l’uso degli Ahitagni, cioè di coloro che alimentano i
fuochi sacri (due in questo caso: Ahavaniya e Garhapatya)
richiesti nel rituale Srauta. Il suo istapurta è eterno,
così che potrà godere l’eterna beatitudine dei cieli più
alti.
Accanto alle riflessioni sul rapporto tra i rituali, i loro
effetti, e le rinascite, troviamo nei Brahmana l’idea che
le azioni rituali terrene compongano di fatto l’atman –
il ‘sé’ in paradiso. In questo contesto l’Atman non
è solo il principio spirituale individuale, come si dirà
nelle Upanisad, ma anche il soggetto effettivo, materiale,
della successiva esistenza, il corpo vivente nel mondo
ultraterreno. La dottrina di Sandilya sull’Agnicayana (Satapatha
Brahmana) può essere istruttiva a questo proposito,
indicando il termine nel senso del ‘corpo’ di
un’aquila, la cui forma viene ripresa nella costruzione
degli altari, che è anche ‘il sé, la sostanza-soggetto
dell’esistenza futura’.
La famosa leggenda di Bhrgu, di cui esistono almeno due
versioni, testimonia un cambiamento della concezione del
mondo ultraterreno, che avviene durante il periodo dei
Brahmana. Secondo la versione contenuta nel Satapatha
Brahmana, Bhrgu percorse cinque direzioni per ordine di suo
padre Varuna: est, sud, ovest, nord e nordest. Nelle prime
quattro incontrò uomini tormentati da altri uomini. Questi
erano gli alberi, le erbe, gli animali e le acque che
avevano preso forma umana per vendicarsi, dopo la morte, di
coloro che li avevano tormentati in questo mondo.
Nell’ultima direzione vide una donna bellissima (kalyani)
ed una eccessivamente bella (atikalyani) che rappresentavano
rispettivamente la fede (sraddha) e la mancanza di fede (asraddha)
e insieme a loro un uomo nero con un bastone, l’ira (krodha).
Secondo un’altra versione Bhrgu era stato privato del
respiro da Varuna e visitò sei luoghi nel mondo
ultraterreno. Nelle epoche più antiche i sacrifici rituali
erano considerati come uccisioni, sia nel sacrificio del
Soma, del vitello (pasu) o del grano (Haviryajña):
“Hanno realmente ucciso, compiendo il sacrificio. Quando
spremono il Re (il Soma), lo uccidono. Quando fanno
acconsentire l’animale (ad essere ucciso) al fine di farlo
a pezzi, lo uccidono. Con mortai e pestelli, con l’uso di
due macine uccidono Haviryajña (nel sacrificio del
grano)”. [ŚB II 2,2,1 = IV 3,4,1 = XI 2,2,1]
Nel corso del tempo questo senso di colpa divenne più
potente. Sempre nel Satapatha Brahmana troviamo l’idea che
ciò che mangiamo mangerà noi, nel modo ultraterreno, di
conseguenza. Questi peccati sono espiati con l’offerta
dell’Agnihotra, che necessita l’accensione dei fuochi
previsti per i rituali Srauta.
Si può osservare inoltre che nella storia di Bhrgu i luoghi
descritti vengono visitati durante la vita terrena e dunque
si trovano in questo mondo. Ne consegue che essi non si
trovano nei regni celesti, cui si giunge immediatamente dopo
la morte, come decritto nei Brahaman, ma che si tratta di
luoghi terreni in cui si può rinascere dopo il soggiorno
nei cieli. La condizione di vita celeste non è in
questione, probabilmente perché è solo temporanea. E’ in
questo passaggio che la nozione che successivamente sarà
indicata come Samsara acquista un’importanza cruciale.
La visione ortodossa del Samsara è espressa nelle Upanisad
attraverso la teoria attribuita a Yajnavalkya.
La sua descrizione inizia con la scena della morte:
“Allora si dice che egli non vede, non fiuta, non gusta,
non parla, non ode, non pensa, non tocca, non conosce perché
le sue facoltà si sono unificate. La sommità del cuore
risplende e da questo punto luminoso di diparte il sé,
attraverso l'occhio o attraverso la sommità del capo o da
qualunque altro punto del corpo. E con lui dipartono le
forze vitali, e con esse tutti gli organi di senso”.
E immediatamente passa a descrivere il momento della
rinascita sulla terra:
“Quindi, secondo la consapevolezza che è in lui, egli va
verso il corpo che ad essa è collegato. In questo lo
seguono le sue passate conoscenze, le sue opere e la sua
maturata esperienza.” (IV 4,2)
L’Atman della persona morente fuoriesce (ut-kram) dal
corpo insieme alle funzioni vitali; poi ridiscende (ava-kram)
per incontrare la rinascita, seguito dalle conoscenze (vidya-),
dalle azioni (karma) e dalle esperienze (prajña) acquisite
nel corso della vita precedente. Questa idea si ritrova in
tutte le speculazioni ritualistiche sull’istapurta,
secondo le quali le condizioni costitutive dell’esistenza
successiva sono determinate da ogni atto sacrificale. Lo
stato intermedio tra la morte e la rinascita, che nei
Brahmana è definito come permanenza temporanea in paradiso,
nelle Upanisad non è più riconosciuto come “una vita”.
L’attenzione si sposta quindi su ciò che avviene dopo il
tempo trascorso in paradiso, dopo la seconda morte, nella
rinascita.
“Come un bruco passando oltre l'estremità di un ramo,
sale sopra un altro e qui si raccoglie, così il sé
individuale getta via un corpo, lasciandolo privo di sensi,
per prendere un altro supporto e lì trovare sé stesso.
Come l'orefice con la materia di un vecchio ornamento d'oro
plasma in una nuova forma più bella, così il sé
individuale si libera di un corpo, lasciandolo privo di
sensi, e prende una nuova forma, nuova e più bella, simile
a quella dei Mani, dei Gandahrva, degli Dei, di Viraj, di
Hiranyagarbha o di altri esseri.” [BU 4,3-4]
Nelle strofe successive Yajnavalkya espone la dottrina del
Karma [4, 4-5]: con le buone azioni (sadhukari punyena
karmana) si va verso il bene (sadhuh punyah), cioè si
rinasce in una condizione favorevole, e con le cattive
azioni (papakari papena) si va verso il male (papah) Questo
teorema deve essere inteso come riferito alla rinascita
terrena, successiva alla dipartita dal paradiso; poiché
quest’ultimo, orami considerato una condizione intermedia
e transitoria, non è più preso in esame.
Quindi indica il desiderio (kama) come la causa reale del
Karma e del Samsara. La particolare condizione di un uomo
che libero da ogni desiderio, trascende perciò il Samsara:
“Ma gli uomini che non hanno desideri non subiscono la
trasmigrazione.
Colui che è privo di desideri, che è privo di
attaccamenti, i cui oggetti sono stati ottenuti e risolti, e
per il quale tutti gli oggetti sono risolti nel Sé, non è
abbandonato dalle forze vitali. Essendo egli stesso niente
altro che Brahman, si risolve completamente nel Brahman. A
questo proposito dice una strofa: ‘Quando tutti i desideri
che albergano nel cuore sono dileguati, allora il mortale
diviene immortale e realizza il Brahman in questa vita’.”
Questo passaggio descrive come una persona ancora in vita
possa ottenere il Brahman e diventare ‘amrta’. La parola
‘amrta’, immortale, non significa qualcuno che vivrà
senza incontrare la morte sulla terra, ma che non vi è
morte alcuna. Con la vittoria sulla seconda morte in
paradiso, e dunque senza rinascita in terra, si ha il
trascendimento del Samsara. In questo caso l’Atman è
riassorbito nel Brahman nel momento e nel luogo stesso della
morte. Questo è l’ideale affermato nella religione vedica
fin dal periodo dei Brahmana, e che rimase centrale in tutta
la filosofia Vedanta successiva, e fu anche quanto insegnato
nelle scuole dei discepoli di Gotama Buddha con il nome di
Nirvana o “perfetto annullamento”.
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