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modello
CErchi nel grano cosa fare ... se visitate un crop vi
consiglio di portarvi una serie di piccoli recipienti (una ventina, dieci
per i campioni da prelevare all'interno del crop e dieci per i campioni
esterni al crop); per la campionatura delle spighe inoltre sarebbe bene
attrezzarsi con dei sacchetti per conserve alimentari da riporre
assolutamente lontano dai raggi solari diretti (in una zona d'ombra).
MONITORAGGIO STRUMENTALE DI FENOMENI LUMINOSI ANOMALI IN ATMOSFERA: SETV?
di Massimo Teodorani, Ph.D.
ABSTRACT
Viene presentata la problematica relativa alla ricerca di intelligenze extraterrestri in prossimità del pianeta Terra, inquadrandola nell'ambito del protocollo SETV (Search for Extraterrestrial Visitation). Si delinea la connessione tra SETV e SETI, nel contesto dell'investigazione scientifica relativa alla ricerca strumentale di sonde di origine esogena eventualmente presenti nel sistema solare. Viene successivamente introdotta la problematica relativa ai fenomeni luminosi anomali in atmosfera e l'importanza del loro studio a mezzo di monitoraggio strumentale al fine di conoscerne il meccanismo fisico di irraggiamento, ponendo particolare attenzione all'opera di discernimento scientifico che può consentire di separare eventi di origine naturale da eventi di origine tecnologica. Vengono successivamente descritti i risultati preliminari ottenuti dalla missione italiana EMBLA 2000 nella valle di Hessdalen in Norvegia, ponendo in particolare risalto la rivelazione di segnali anomali nelle onde radio e descrivendo le caratteristiche ottiche di eventi luminosi nella bassa atmosfera. Vengono inoltre discusse le anomalie scoperte nell'ambito di un modello interpretativo ad hoc.
SETV, FENOMENI ATMOSFERICI ANOMALI E FISICA FONDAMENTALE
SETV non è altri che le iniziali di "Search for Extra-Terrestrial Visitation". La SETV è un'iniziativa voluta e creata da scienziati [36], che dal punto di vista metodologico non ha assolutamente nulla a che vedere con la "UFO-logia", se non per alcuni possibili contenuti, ammesso che questi contenuti possano essere convalidati come prove scientifiche. Il protocollo della SETV deriva direttamente dal protocollo della SETA (Search for Extra-Terrestrial Artifacts), iniziativa specifica nata all'interno del più generale progetto SETI (Search for Extraterrestrial Intelligence). Scopo della SETA è di cercare le eventuali prove scientifiche che dimostrino l'esistenza di sonde e/o artefatti tecnologici di natura extraterrestre all'interno del sistema solare. In questo ambito sono stati messi a punto molti progetti di ricerca, e tentate diverse investigazioni, le quali hanno comportato la ricerca di eventuali indizi comprovanti un "processo migratorio" in atto nella galassia [12, 26, 49, 52, 54]. Queste sonde sono state cercate in varie zone, in modo particolare nei punti Lagrangiani Terra-Luna [9, 10, 50], e nella fascia asteroidale [29] utilizzando sia telescopi ottici che telescopi spaziali operanti nell'infrarosso come IRAS e ISO [22]: non ci sono attualmente risultati di rilievo, anche se molti dati sono ancora sottoposti ad analisi. Dunque, allo stato attuale non esistono prove scientifiche che il sistema solare sia visitato da civiltà extraterrestri, o che su Marte e sulla Luna siano presenti basi o manufatti di natura non terrestre [2].Tuttavia la ricerca continua, avvalendosi ai giorni nostri anche di tecnologia particolarmente sofisticata [41]. Esistono anche progetti di ricerca per monitorare la Luna, che vengono focalizzati sulla fenomenologia dei fenomeni LTP (Lunar Transient Phenomena) e che si avvalgono di sofisticati sensori in grado di registrare, localizzare e identificare qualunque tipo di segnale ottico a carattere transiente [43]. C'è quindi da sperare che la incrementata sofisticazione dei rivelatori astronomici, in particolare la capacità di rilevare segnali deboli e di risolverne spazialmente il punto di origine, possa portare nel prossimo futuro a qualche risultato probante. Lo stesso programma di monitoraggio mondiale degli eventuali asteroidi in rotta di collisione con la Terra, può fornire risultati aggiuntivi in tal senso, soprattutto se si ricorda la natura spesso di "serendipity" delle scoperte astronomiche. Altre ricerche direttamente o indirettamente connesse alla SETA postulano su un piano teorico l'esistenza di meccanismi di propulsione non convenzionali [7, 13, 14, 18, 21].
E' immediato concepire che se eventuali sonde extraterrestri sono riuscite a raggiungere il nostro sistema solare, esse possono essere anche in grado di raggiungere agevolmente qualunque punto della Terra. Proprio da questa considerazione è nata l'iniziativa SETV. Alcune dettagliate indagini sono state effettuate da personale scientifico [17], in merito a corpi luminosi anomali filmati da membri di alcune missioni effettuate dallo Space Shuttle, ma senza portare a risultati concreti se non alla confutazione su base matematica della natura prosaica di tali corpi (particelle di ghiaccio, pezzi di satelliti, ecc.). Esiste anche una teoria che prendendo in esame in senso statistico gli unici rapporti attendibili di avvistamenti di corpi luminosi anomali nell'atmosfera terrestre, postula l'esistenza di particolari "finestre di rientro" per eventuali sonde di natura presumibilmente extraterrestre [8]. Allo stato attuale in Irlanda sta per entrare in fase operativa un osservatorio astronomico dedicato anche al monitoraggio automatico di oggetti luminosi avvistati piuttosto spesso nella zona di Boyle [1]. In realtà sono almeno 20 i luoghi della Terra in cui fenomeni luminosi anomali fanno la loro apparizione in maniera più o meno ricorrente [56]. La valle di Hessdalen in Norvegia è probabilmente la più importante di queste aree di incidenza del fenomeno, dal momento che è stata la prima zona del mondo in cui i fenomeni luminosi sono stati misurati con strumentazione scientifica, prima nel 1984 nell'arco di un'osservazione intensiva multi-strumentale durata 36 giorni [39, 46], poi dal 1998 a tuttora con una stazione automatica specificamente mirata alla rilevazione di corpi luminosi anomali presenti nella vallata [40, 46]. Le misurazioni norvegesi sono state precedute da analoghe iniziative nate in USA, i cui risultati si sono comunque limitati ad aspetti cinematici del fenomeno avvistato in quell'area specifica [34]. L'esperimento norvegese, tuttora in corso, ha dimostrato che il fenomeno è dunque misurabile, e che i dati ottenibili da tali misurazioni non solo sono completi, dato che vengono ottenuti con strumenti come i magnetometri, i radiospettrometri, i radar, e le videocamere, ma si prestano ad una vera e propria analisi quantitativa [44, 46]. Progetti che comportano strumentazione molto sofisticata, avvalentesi di sensori radar-guidati, sono stati messi a punto, e allo stesso modo sono stati definiti i parametri fisici più rilevanti che si intende misurare in futuro [44, 45]: in particolare, dalle tecniche di fotometria CCD e ad alta velocità, spettroscopia, spettrofotometria con filtri interferenziali e polarimetria, ci si aspettano risultati di grande rilevo.
Certamente in questo contesto va messo bene in evidenza un punto fondamentale: l'investigazione strumentale di fenomeni anomali in atmosfera non è mirata a cercare la prova di visite extraterrestri sulla Terra, bensì ad ottenere parametri fisici che consentano un'analisi quantitativa del fenomeno luminoso osservato in quanto tale, al fine di ampliare le conoscenze di fisica fondamentale, in particolare quelle di fisica atmosferica, geofisica, fisica dei plasmi, fisica atomica e fisica della radiazione. Questo tipo di indagine è dunque di importanza fondamentale perché di fatto consente di effettuare una scrematura ben pesata dei fenomeni luminosi anomali in atmosfera: se di aeronavi ET si trattasse l'analisi dei dati strumentali lo proverebbe in maniera inconfutabile. Da un lato, ci si aspetta infatti che un fenomeno con comportamento radiativamente e cinematicamente erratico, e strutturalmente inconsistente (come può essere un plasma o qualunque oggetto non solido), possa essere un fenomeno naturale di cui però non conosciamo ancora le caratteristiche fisiche. Molte sono le teorie relative ad una possibile origine naturale del fenomeno [5, 38, 44], che si intendono prendere in esame in fase di test osservativo: in modo particolare la piezoelettricità innescata da effetti di stress tettonico [20, 30, 32, 44, 53], l'esistenza di monopoli magnetici in grado di costituire un nucleo coesivo di globuli di plasma luminoso [11, 44], e l'interazione dei raggi cosmici di natura solare e/o galattica con plasmi a bassa energia di origine terrestre [1, 44]. Da un altro lato, ci si aspetta che un fenomeno che presenti nei parametri fisici misurati un andamento regolare sui brevi periodi e/o monotonicamente crescente o decrescente, una struttura geometrica molto ben identificabile a mezzo di sensori ad alta risoluzione spaziale, e una distribuzione superficiale della luce emessa di tipo non-gaussiano (che invece è tipica di un plasma), possa essere un vero e proprio congegno volante di origine eventualmente (ma non necessariamente) esogena. La questione è estremamente delicata, dal momento che alcune caratteristiche prese da sole, come la regolarità o periodicità dell'emissione elettromagnetica eventualmente temporalmente correlata con un fenomeno luminoso, se non associate ad altri fattori come il "carattere strutturato" del target luminoso, non provano la "natura di sonda ET" di un dato fenomeno luminoso, ma possono altresì indirizzare l'interesse dei fisici verso lo studio di fenomeni atmosferici ancora non conosciuti. Allo stesso modo, la eventuale capacità di un target luminoso di "rispondere" a segnalazioni luminose da parte dell'osservatore [39], non prova in nessun modo la eventuale natura intelligente di un simile fenomeno, per la semplice ragione che non si può escludere da un punto di vista fisico che l'iniezione di fotoni addizionali ad un plasma che si trova in un determinato stato quantico, possa elevarne il suddetto ad uno stato energeticamente superiore in base a meccanismi di interazione fotoni-elettroni: la apparente "risposta" con aumenti di luminosità e/o cambiamenti di colore da parte dell'oggetto luminoso, potrebbe essere spiegata proprio in questi termini, seppur nell'ambito di meccanismi fisici specifici tuttora non ancora ben compresi.
Esiste anche il problema delle "sorgenti di rumore" di origine naturale (attività solare, attività ionosferica, attività sismica) e artificiale (interferenze EM dovute ad apparecchiature umane), che, come si è osservato, tendono a sovrapporsi temporalmente al fenomeno in oggetto [5, 6, 30, 32, 44, 46, 53]. Esiste dunque tutta una serie di fattori che vanno valutati con grande attenzione e accuratezza, prima di poter penetrare nel nucleo stesso del fenomeno.
La tematica "SETV" può eventualmente rientrare in questo tipo di ricerca, ma se-e-solo-se qualunque causa naturale possa essere drasticamente esclusa. In caso positivo, le procedure e il protocollo previsti dalla SETV entrerebbero in gioco [36], auto-innestandosi automaticamente nella tematica SETI. Un punto importante che va ripetutamente sottolineato è il seguente: anche l'eventuale identificazione di fenomeni luminosi come veri e propri artefatti volanti di natura esogena, se non accompagnata da un'accurata analisi della fisica che li fa muovere nella nostra atmosfera, non porterebbe a risultati di alcun rilievo di natura scientifica. Ecco che allora l'ipotetica origine ET di certi oggetti volanti, richiederebbe una disamina quantitativa dei parametri misurati, la quale dovrebbe portare (lo scopo diventerebbe proprio questo) ad una comprensione dei meccanismi fisici osservati come effetti di un possibile sistema di propulsione. In tal senso, le procedure previste dalla SETV, si innesterebbero nelle procedure rigorose previste dalla fisica sperimentale e dalla fisica teorica: dunque non solo identificare l'origine di un dato fenomeno, ma anche e soprattutto comprenderne il meccanismo fisico che sta alla base della sua natura intrinseca. Assumendo la natura ET come pura ipotesi di lavoro, da parte di scienziati professionisti sono già stati condotti studi teorici e quantitativi che postulano precisi meccanismi fisici inerenti la propulsione e/o gli effetti da essa prodotti nell'atmosfera terrestre [3, 13, 16, 28, 47, 55].
Va infine puntualizzato che la "banca dati testimoniale", a volte di rilievo (ma di fatto molto raramente), prodotta da studiosi e investigatori competenti in ambito multidisciplinare, non può essere assunta come base di lavoro nel caso del monitoraggio strumentale di fenomeni luminosi anomali [6, 15, 27, 35]. Il dato testimoniale non produce numeri, non fornisce l'errore sperimentale, ma è quasi sempre basato su una non oggettiva valutazione da parte del testimone per via di ragioni psicologiche, percettive, sociologiche [37], e anche biofisiche [31, 33]. Un "caso Ufo" assume allora una caratteristica esclusivamente anedottica, di nessuna utilità per la scienza, nonché una valenza negativa agli occhi dell'establishment scientifico. Dove invece l'attività degli investigatori competenti in discipline scientifiche e quindi predisposti ad una analisi obiettiva delle testimonianze può essere utile, è soprattutto la marcatura geo-topografica delle zone di ricorrenza del fenomeno luminoso nel mondo e la conseguente rappresentazione statistica: in tal senso può esserci un filo di continuità che conformi il lavoro propedeutico di tali studiosi a quello operativo degli scienziati professionisti [42, 51].
EMBLA 2000: UNA MISSIONE STRUMENTALE ITALIANA
Parte dei concetti discussi sopra è stata messa in pratica anche nel corso di una recente missione italiana in Norvegia. Per quasi tutto il mese di agosto dell'anno 2000 un gruppo del CNR composto dagli ingegneri Stelio Montebugnoli [24], Jader Monari [23] e dallo scrivente in qualità di consulente scientifico, ha effettuato misure nella famosa valle di Hessdalen. La fenomenologia delle famose luci atmosferiche avvistate in detta valle è ben nota, così come la tendenza delle luci a produrre perturbazioni del campo elettromagnetico [39]. La missione, denominata EMBLA 2000, aveva lo scopo primario di monitorare l'emissione radio in un intervallo di frequenze che andava dalle onde lunghe (VLF) a quelle ultracorte (UHF). Utilizzando apparecchiature allo stato dell'arte si intendeva approfondire quanto i ricercatori norvegesi avevano rilevato per la prima volta 16 anni prima nell'ambito della prima campagna osservativa del fenomeno luminoso [39].
Nel 1984 la fenomenologia elettromagnetica, che a volte si manifestava in concomitanza con l'avvistamento di fenomeni luminosi di varia forma e durata, si presentava sotto forma di improvvisi balzi (emissione di tipo "spike") ad andamento periodico del flusso radio. L'evoluzione tecnologica recente dei ricevitori e degli spettrometri in campo radio, caratterizzata da una completa digitalizzazione e automatizzazione e da una elevatissima risoluzione sia temporale che in frequenza, ha potuto di fatto consentire di studiare con maggior dettaglio le anomalie radio. La strumentazione di EMBLA 2000, composta da antenne di vario tipo, ricevitori, spettrometri e computers, che per l'installazione poteva contare sull'efficiente contributo anche progettuale di un gruppo di tecnici della Stazione Radioastronomica di Medicina (BO) del CNR [57], è stata implementata all'interno dell'osservatorio norvegese noto come Hessdalen Interactive Observatory (altrimenti detto "Blue Box"). Questa stazione di rilevamento veniva creata 2 anni prima dall'ingegnere norvegese Erling Strand dell'Østfold College (Sarpsborg) al fine di consentire la rilevazione ottica di fenomeni luminosi per mezzo di una videocamera automatica [40]. Con l'integrazione della strumentazione radiometrica di EMBLA nell'agosto 2000 la stazione norvegese ha così potuto disporre contemporaneamente di strumenti sia ottici che radio.
Ci si aspettava di rilevare in modalità pressochè simultanea sia segnali ottici che radio. In realtà, il monitoraggio effettuato ha permesso di registrare segnali radio di carattere altamente peculiare pressochè in tutte le ore della giornata e senza che venissero rilevate, eccetto una volta, controparti ottiche. Il personale era comunque presente ai monitors soprattutto di giorno quando le luci possono essere viste molto raramente, mentre di notte esso si trovava quasi sempre ai punti di osservazione visuale delegando all'automatismo degli apparati della Blue Box la registrazione di eventuali segnali radio anomali.
Gli eventi radio anomali [48], che sono stati quasi sempre rilevati nell'intervallo delle VLF con forte intensità nell'intervallo di frequenza 3-7 KHz, presentavano una netta periodicità sulla scala dei secondi e della frazione di secondo, ed erano di due tipi ben distinti: a) segnali di tipo Spike (, b) segnali di tipo Doppler. A volte questi segnali venivano rilevati simultaneamente.
I segnali Spike riproducevano molto fedelmente quanto i norvegesi avevano avuto modo di rilevare nel 1984, ma questa volta potevano essere osservati con più dettaglio e soprattutto memorizzati su CD ROM per uno studio più approfondito in fasi successive (tuttora in corso). Sulla base delle videate "snap-shots" che venivano puntualmente registrate mentre il personale era presente alla Blue Box, questi segnali mostravano un netto andamento pulsante con picchi di ampiezza costante e di brevissima durata. La sequenza temporale dei segnali appariva e scompariva a volte gradualmente e a volte improvvisamente, e talora persisteva per varie decine di minuti. I segnali Spike, dei quali veniva esclusa una causa dovuta alle interferenze, potevano avere due origini: 1) un emettitore radio che opera in modo intermittente, 2) un emettitore radio localizzato operante in modo continuo che viene modulato dalla rotazione di un corpo sferoidale, cilindrico o similare la cui superficie contiene una zona specifica (spot) di emissione. La graduale intensificazione e l'altrettanto graduale indebolimento dei segnali "spike" potevano essere dovuti al fatto che il corpo radio-emittente era in avvicinamento o in allontanamento rispetto all'osservatore. Mentre non c'è altra spiegazione per la comparsa e scomparsa improvvisa di tali segnali se non l'accensione e lo spegnimento del meccanismo che lo provoca.
I segnali Doppler, che venivano rilevati nell'intervallo di frequenza 1-2 KHz, si manifestavano come linee inclinate su un grafico che fornisce la frequenza in funzione del tempo. Ciò significa che la frequenza del segnale subiva uno spostamento in frequenza in tempi rapidissimi corrispondenti ad una sorgente di emissione che si spostava con una velocità oscillante dai 10.000 ai 100.000 km/sec. La variazione di velocità avveniva in modo estremamente graduale nell'arco di alcuni secondi, mentre l'inclinazione delle linee doppler andava talora soggetta ad inversione nel giro di un minuto al massimo. Ciò significa che il segnale doppler registrato corrispondeva ora ad una sorgente che si avvicinava ora ad una sorgente che si allontanava.
Allo stesso modo in cui si procede in astrofisica quando si studiano le radiosorgenti cosmiche [4], si è appurato che le velocità semi-relativistiche rilevate possono essere prodotte, non da un corpo solido in movimento, ma solamente da particelle ad alta energia (elettroni e/o nucleoni) accelerate da un forte campo magnetico. L'effetto doppler rilevato può essere spiegato esclusivamente come un effetto prospettico dovuto alla rotazione di un corpo sferoidale il cui asse è disallineato rispetto ad un asse magnetico. Assumendo che le particelle vengano accelerate lungo l'asse magnetico, che in questo caso le canalizza in un binario preferenziale, è intuitivo visualizzare uno scenario in cui per via della rotazione del corpo sferoidale, il canale magnetico di accelerazione particellare è ora rivolto verso l'osservatore, ora nella direzione opposta: questo è un meccanismo in parte simile a quello del "rotatore obliquo" ben noto nel caso di oggetti astrofisici come le Pulsar [19]. Nella fenomenologia riscontrata a Hessdalen l'effetto doppler ha luogo con spostamenti ora verso il blu (fascio di particelle in avvicinamento), ora verso il rosso (fascio di particelle in allontanamento), un meccanismo che ricorda su grande scala anche quanto avviene nei "jets extragalattici" [4]. Affinchè tale fenomenologia si verifichi così come è stata registrata dallo spettrometro VLF, è necessario che il canale di accelerazione magnetica avvenga o lungo il polo sud magnetico o lungo il polo nord magnetico del solido in rotazione, ma non lungo entrambi.
Esistono in natura meccanismi spontanei di accelerazione particellare, e in particolare nella nostra atmosfera? Lo si sospetta, ma non ce n'è conferma per ora. Le stesse teorie che stanno alla base dei meccanismi fisici che produrrebbero un fulmine globulare, prevedono di fatto forti campi magnetici localizzati con caratteristiche di contenimento e confinamento del plasma, cosa che farebbe assumere ad un fenomeno luminoso la caratteristica sferoidale che i testimoni hanno più volte riportato. Tuttavia non è noto, sulle piccole scale, se il campo magnetico sia in grado di estrarre particelle da un plasmoide e di eiettarle verso l'esterno usando un canale preferenziale. Ci è tuttavia ben noto che tale meccanismo viene di fatto rilevato su scale macroscopiche, in particolare in certe radiosorgenti galattiche ed extragalattiche di interesse astrofisico. Esistono in natura meccanismi che simulano quanto avviene nell'universo? Non lo sappiamo ancora, d'altra parte i dati rilevati mostrano un profilo fenomenologico ben chiaro, dal quale, proprio come in astrofisica, è possibile ricostruire sia la geometria che la fisica in atto. Cosa ci spinge ad affermare che sia proprio una palla di plasma a produrre i meccanismi rilevati, quando al momento della rilevazione dei segnali non veniva quasi mai avvistato in simultanea alcun fenomeno luminoso? Per rispondere a questa domanda ci viene in aiuto la teoria di Plank del corpo nero [19] che afferma che i meccanismi di emissione termica possono spaziare ben oltre gli stretti limiti dello spettro visibile. E dalla fisica della "radiazione non-termica" sappiamo anche che quando sussistono condizioni in cui è presente una grande quantità di elettroni liberi, che in questo caso verrebbero prodotti da efficaci processi di ionizzazione, accoppiati a fortissimi campi magnetici, tali elettroni possono venire accelerati verso l'esterno [19]. Se immaginiamo una palla di plasma con un forte campo magnetico, e supponiamo (come nel caso del nostro pianeta) che quest'ultimo assuma la configurazione di una mela con linee chiuse all'equatore e linee aperte lungo i poli, è facile immaginare che proprio lungo i poli debba avvenire il canale di sfogo degli elettroni. Elettroni ad alta energia accelerati da un forte campo magnetico danno luogo al meccanismo dell'emissione di sincrotrone il cui picco, capita più spesso nelle onde radio. Ciò lo si verifica molto bene sulle scale macroscopiche. Se si è portati a supporre che le leggi di natura siano "autosimili", si può dunque pensare che il macrocosmo e il microcosmo siano legati da meccanismi comuni, allo stesso modo in cui il volo di una farfalla è supportato dalle stesse leggi del volo di un'aquila. Ma come spiegare, in termini puramente naturali, l'emissione di tipo Spike caratterizzata da fasi estremamente regolari di "on" e "off"? Non sono conosciute al momento cause naturali in grado di innescare questa fenomenologia. Può la casualità con cui si manifestano i fenomeni naturali produrre fenomeni di tale regolarità? Sappiamo che certe stelle, come le Cefeidi, pulsano regolarmente [19]. Ma non sappiamo se un analogo esista sulle piccole scale. Quindi resta un punto interrogativo in merito all'origine dei fenomeni radio rilevati a Hessdalen, anche se il meccanismo di emissione in sè sembra piuttosto chiaro dal punto di vista osservativo.
Nello stesso periodo in cui il team EMBLA 2000 ha operato con la strumentazione radio a Hessdalen, si è presentata anche l'opportunità di avvistare le famose luci. Mentre gli spettrometri radio registravano in automatico alla Blue Box ogni eventuale anomalia, il gruppo effettuava nel corso delle sere non piovose attività di "sky-watching" presso alcuni siti scelti della valle di Hessdalen, in particolare nelle zone di Aspåskjölen e Finnsåhögda [48]. Nell'arco di 25 giorni venivano avvistati diversi tipi di fenomeni luminosi che andavano dalle intensissime luci sferoidali di tipo plasmoide viste più volte in prossimità del terreno e dal comportamento irregolarmente pulsante, a oggetti parzialmente o debolmente luminosi dalle caratteristiche indiscutibilmente strutturate. Per quanto riguarda le palle di luce pulsanti, un successivo processamento delle riprese video effettuate ha mostrato caratteristiche di forte saturazione della luce nella zona nucleare, indicante ciò un'emissione che in certi istanti era elevatissima; anche le dimensioni dell'area di emissione cambiavano drasticamente nel giro di pochi secondi. Le luci pulsanti mostravano dunque caratteristiche emissive di puro plasma senza contorni definiti, e la loro netta vicinanza al terreno faceva ritenere agli osservatori che le precedenti teorie in merito alla natura meramente tellurica e piezoelettrica del fenomeno [32] potessero avere un qualche fondamento.
Purtuttavia l'inaspettato avvistamento anche di oggetti luminosi nettamente strutturati [48], che per qualche ragione sconosciuta a Hessdalen sembrano veramente sovrapporsi ai fenomeni non strutturati di tipo plasmoide, ha messo a dura prova il gruppo EMBLA. La sera dell'11 agosto (ore 00.10) ben 4 testimoni (incluso lo scrivente) in due posizioni diverse della vallata rilevavano una formazione di luci disposte a triangolo equilatero. Dal momento che tale formazione, che non emetteva alcun rumore, si avvicinava agli osservatori fino a giungervi sopra la verticale per poi fermarsi ed eseguire una rotazione e infine sparire, era possibile studiarne alcuni dettagli sia dinamici che morfologici. Ad un'osservazione binoculare lo scrivente rilevava una struttura geometrica più scura del cielo con tre luci puntiformi ai vertici. Purtroppo di quest'oggetto mancano dati sia fotografici (impossibile seguire l'oggetto in movimento) che video (quella sera mancava la videocamera). Un'altra sera (13 Agosto ore 23.00), preceduto da una specie di sibilo, appariva all'improvviso un'oggetto molto piccolo (dimensioni stimate: circa 40 cm) nel bosco antistante al punto di osservazione, a circa 100 metri di distanza. L'osservazione binoculare, così come il successivo processamento dell'immagine fotografica, provavano che l'oggetto in questione non aveva caratteristiche di plasma ma mostrava un netta struttura ellittica e simmetrica parzialmente nascosta da un ramo di albero. Tale oggetto rimaneva in sospensione a circa due metri da terra, per poi sparire dopo circa 10 minuti. Si è potuto appurare che entrambi i due avvistamenti anomalmente strutturati erano di fatto "oggetti", non solo per via dei loro contorni definiti, ma anche per via del tipo di luminosità emessa. Un'analisi effettuata con software specifico ha permesso di studiare il profilo tridimensionale della luminosità del piccolo elissoide avvistato nel bosco: l'andamento non mostra un profilo gaussiano, tipico di un plasma luminoso, bensì un profilo ad andamento lineare, e non esponenziale, che è tipico di un corpo solido sferoidale uniformemente illuminato [48]. Dunque di cosa si trattava esattamente? Al momento non c'è risposta a questa domanda, ed ogni interpretazione in merito è sia rischiosa che prematura, dato che, nonostante la possibilità di processare una delle immagini acquisite, in quelle circostanze non si disponeva di apparati di misurazione ottica adeguati. In ogni caso in entrambi i tipi di avvistamento di luce strutturata, la seppur semplice testimonianza visuale era comunque multipla e coerente, sempre da parte del gruppo EMBLA, e in un caso anche corroborata da un secondo gruppo dell'Østfold College.
CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE
Anche alla luce degli argomenti di natura epistemologica posti in precedenza, non resta dunque che prendere atto di quanto è stato misurato (spettrometria radio), fotografato (luci sia strutturate che non) e visto (avvistamenti visuali): la scienza stessa richiede un'assoluta imparzialità, e i dati non possono essere selezionati apriori per provare teorie preconfezionate. Occorre accettare la sfida posta dalla stessa realtà, la quale va pesata con estrema precisione e completezza qualunque essa sia. In ogni caso l'enorme mole di dati radio acquisiti (21 Gb compressi su CD ROM) verrà ulteriormente analizzata nella fase di post-processing (tuttora in corso), intendendo anche verificare l'esistenza di una sincronicità tra fenomeni luminosi di vario tipo e eventuali segnali radio anomali di qualunque tipo registrati in automatico. Resta il fatto che le anomalie radio per ora rilevate, mostrano meccanismi fisici piuttosto evidenti. Si tratta di verificare, e si spera di farlo nel corso delle prossime missioni, se tali meccanismi possano nascere spontaneamente da fenomeni naturali localizzati in atmosfera oppure se possano essere l'effetto di una causa innescata da sistemi di propulsione a noi del tutto sconosciuti. Ma al momento ogni eventuale speculazione in merito a questo secondo aspetto, è assolutamente prematura per non dire folle. Occorrono nuove misure, soprattutto misure ottiche, e l'utilizzo di un radar per ricerca e inseguimento dei targets. Fasi successive dell'investigazione ottica, che sarà realizzata con apparati ottici ad elevata portabilità di tipo "scout", fondi permettendo, comporteranno lo studio sia fotometrico che spettroscopico dei fenomeni luminosi di qualunque tipo utilizzando rivelatori ad accoppiamento di carica (CCD) ultrasensibili. In tal modo diverrà possibile effettuare vere e proprie misure dell'aspetto ottico del fenomeno [1, 44, 45, 48], che vadano ben oltre le videoriprese e le fotografie. Ciò consentirà di fornire una diagnosi pressochè definitiva sia sul meccanismo fisico con cui avviene l'emissione luminosa che sulla causa che lo produce, e di stabilire delle possibili correlazioni non solo temporali, con le già ben note anomalie radio.
Lo scrivente ritiene che il materiale di cui per ora si dispone sia incompleto, ma eloquente quanto basta per stimolare la comunità scientifica a collaborare per un ulteriore approfondimento.
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[56] Alcuni esempi di zone di ricorrenza relative a fenomeni luminosi fino ad ora identificate nel mondo: Cina: "Luci di Bodhisattva" - Romania: Cluj Napoca - Polonia: Monti Tatra, Monte Muzyna, Monte Sant'Anna - Olanda: Twente - Russia: Monti Urali - Canada: Lago Ontario, Tagish Lake, Yarbo, Tabor - USA: Yakima, Marfa, Monte Shasta, Brown Mountain Light, Sedona, Hardin, Pine Bush - Argentina: Victoria, Cerro Uritorco - Brasile: Foresta Amazzonica - Italia: Monti Sibillini, Monte Musinè, Isola d'Elba - Tailandia-Laos: Nong Khai (Mekong) - Inghilterra: Pennine Mountains - Irlanda: Boyle - Antartica - XXXX: Cuba.
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(() : Peer Review
relazione presentata al 2° Simposio Mondiale sulla Colonizzazione dello Spazio e la Vita nel Cosmo sul tema: Intelligenze Extra-Terrestri e Frontiere della Bioastronomia e del SETI.
(Un'analisi di post-processing recente mostra l'evidenza di un fortissimo segnale di tipo "spike" isolato [25] con intensità comprese nel range da 7 Hz fino a 10 KHz: il limite inferiore del range suddetto può di fatto rientrare nella teoria dei monopoli magnetici di tipo "Vorton" [11], tuttavia mancano a tuttora ulteriori riscontri in termini sia dei rimanenti 7 parametri osservabili pertinenti alla teoria [11], sia di eventi ripetitivi di questo specifico fenomeno. Le analisi sono tuttora in corso, e porteranno a 3 il numero di osservabili correlabili, una volta analizzati anche i simultanei dati magnetometrici e ottici forniti dalla Blue Box.
Esattamente come per altre tipologie di fenomeni aerei
insoliti, nel caso delle cosiddette Earth Lights il problema della definizione
dell'oggetto di studio e della sua differenziazione da altri gruppi di Fenomeni
Luminosi in Atmosfera (FLA) che presentano caratteristiche in apparenza anomale
è uno dei problemi più annosi e, purtroppo, a tutt'oggi non risolto.
Da almeno tre secoli, in parti del mondo lontane l'una dall'altra ed in contesti
culturali assai diversi, spesso secondo un ritmo "ad ondata", sono
riferiti avvistamenti di fenomeni luminosi, spesso di forma sferica ma anche
d'aspetto più insolito, che si muovono a poca distanza dal terreno, in
particolare sulle creste di colline e sulle pendici di monti, lungo fiumi e
torrenti, intorno a edifici di culto o a cimiteri. In buona parte dei casi,
queste osservazioni sembrano ripetersi per periodi lunghissimi in specifiche
località, magari in aree ristrettissime o intorno a costruzioni ben precise,
tanto da esser divenute parte di una vasta rete di credenze folkloriche
imperniate sui fantasmi o su spiriti malvagi. Il loro forte legame con il
territorio e le convinzioni popolari ad esse strettamente legate fanno sì che
spesso ogni singola "luce" sia denominata con un appellativo specifico
per ogni zona differente.
Va sottolineato che in genere (ma non sempre), questa fenomenologia è fatta di
osservazioni non di corpi strutturati, ma di "luci" di aspetto gassoso,
o simili a "luci di lanterne", di "fari elettrici", di
"lampi al magnesio", di "fiammelle", di "strani
bagliori" ecc. Spesso la letteratura dell'insolito le ha raccolte sotto il
nome suggestivo di ghost o spook lights ("luci fantasma"). Il sistema
di credenze che le circonda affonda le sue radici nella storia della scienza al
punto da far sì che anche i "fuochi fatui" &endash; la cui
spiegazione scientifica rimane tuttora controversa &endash; siano stati nel
corso dei secoli assimilati a fatti più complessi e sorprendenti come quelli
descritti, tanto da indurre la Commissione FLA del Centro Italiano Studi
Ufologici ad occuparsi anche della letteratura che li concerne.
Per raccogliere questi eventi, nel nostro ambito si è scelto di adottare la
sigla "EL", dalle parole inglesi Earth Lights, suggerite nel 1982 da
uno studioso inglese. Non solo l'uso di queste parole si è affermato tra i
ricercatori, ma esse risultano utili per sottolineare il carattere terrain
related (legato al terreno, al territorio) che le EL paiono possedere.
In italiano l'espressione Earth Lights è stata resa con "luci telluriche",
con l'avvertenza che l'aggettivo impiegato deve esser letto nella sua accezione
originale, cioè nel senso latino di tellus = "terra", e non come
"sismiche", cioè nel significato di "telluriche" che è
quello prevalente nel lessico corrente.
Sebbene la fenomenologia EL sia documentata con chiarezza almeno da duecento
anni, spesso sotto le etichette spook lights (luci fantasma) o will-o'-the-wisp
(una specie di fuochi fatui), il suo studio ha assunto caratteri marcati solo
alla fine degli anni '70 del XX secolo.
Sino alla seconda metà del secolo precedente, in realtà, non è facile
distinguere tra quei fenomeni &endash; comunque sia di evidente origine
biochimica &endash; come i fuochi fatui, ed altre manifestazioni luminose più
enigmatiche. Già nel 1956 "The Encyclopedia Americana" scrive che i
fuochi fatui erano "indubbiamente più comuni un secolo fa, e la loro
sparizione in tante località può essere legata in maniera diretta al
prosciugamento di acquitrini e paludi". Si spiegava che il fenomeno era più
frequente nel nord della Germania, in Italia, nel sud e nel sud-ovest
dell'Inghilterra e nella Scozia occidentale, ma che era stato osservato in molti
altri paesi.
La descrizione che se ne forniva era sufficientemente ambigua da giustificare,
si ripete, l'inserimento della letteratura sui fuochi fatui in una bibliografia
generale sulle "luci telluriche". Il fatto è che, almeno sino ad un
certo punto, questa fenomenologia "tradizionale" risulta strettamente
connessa all'altra. Così scriveva "The Encyclopedia Americana":
Nell'aspetto in genere somiglia ad una
fiamma; vista da vicino il colore pare bluastro, rossastro, verdastro o
giallastro, sfumante nel purpureo ma mai di un bianco puro. Talvolta la fiamma
assume una posizione fissa, brillando con forza vicino al terreno o a pochi
piedi sopra di esso; altre volte, può mostrarsi in rapido movimento, talvolta
salire in alto, a mezz'aria, e ancora separarsi in fiamme più piccole che sono
state viste avvicinarsi, allontanarsi, ricombinarsi, ecc.
E' a queste enigmatiche definizioni da dizionario che,
in sostanza, la ricerca sulle "luci telluriche" si richiama alla
lontana. Oggi le prospettive sono certo assai differenti: ha scritto in merito
nel 1997 l'inglese Paul Devereux, uno dei leader della ricerca sulle EL, nel
paragonarla alla gran parte della pubblicistica corrente sui cosiddetti UFO:
Ha fondamenti migliori di altri settori
dell'ufologia, può far appello a risorse migliori e, soprattutto, è il solo
aspetto dell'ufologia a conclusioni dei primi cinquant'anni di questa disciplina
che sta cominciando a muoversi dal livello del semplice aneddoto.
Gli aneddoti su queste ambigue luci sono innumerevoli sin dal XVII secolo. Dei
"fuochi fatui, o lambenti", connessi alla presenza di cadaveri in
decomposizione o addirittura legati alle condizioni agoniche dei malati ed ai
cimiteri parlavano già nella seconda metà del XVII secolo gli accademici
Domenico Bottone e Padre Scotto, riferendosi ad alcune località siciliane. Una
testimonianza di un viaggiatore che si recava da Canterbury a Dover e che fu
terrorizzato dal fatto che un gruppo di "Jack-w'-a-Lanhtorn" lo
circondava risale all'Inghilterra del 1598. Intorno al 1685 di "fiamme"
che secondo i nativi nordamericani annunciavano a poca distanza da tende e
chiese la morte imminente di qualcuno scrisse l'inglese Nathaniel Crouch, che
riferì pure di averle viste di persona. Ed in ciò era stato preceduto di quasi
trent'anni dal vicario di Geneu'r Glyn, nel Cardiganshire, nel Galles, che
registrò con cura le osservazioni ricorrenti di luci sia da parte sua sia di
altri.
Il nomignolo inglese "Will-o'-the-wisp", che designava più di
frequente il fenomeno e che si sovrapponeva fortemente al concetto di fuoco
fatuo, secondo il celebre "Unabridged Oxford English Dictionary" è
documentato almeno dal 1673. La studiosa canadese di folklore Diane Tye ha
descritto la lunghissima storia di questo tipo di fenomenologia per la provincia
del Newfoundland, dove essa sarebbe stata assai comune. Ma pure la sua
persistenza sino a tempi recenti. Un resoconto giunto alla Polizia a Cavallo
parlava di simili attività sino almeno agli anni '70 del XX secolo. Anche per
la Tye è forte il legame con miti eziologici di sventura e di morte.
Le apparizioni di luci e fiamme su aree paludose - cioè dei fuochi fatui -
furono associate fin dal 1704, negli "Scritti di Ottica" ad opera di
Newton, con la presenza di metano e di altri gas dovuti alla decomposizione di
organismi vegetali e animali. Bolle di gas, a contatto con l'aria, si sarebbero
potute accendere e, trasportate dalla brezza, apparire come palle di fuoco in
movimento. Nel 1980 Alan Mills, del dipartimento di geologia dell'Università di
Leicester tentò &endash; pare per la prima volta &endash; di verificare
in via sperimentale quanto da così tanto tempo sostenuto sul piano teorico per
le cause del fenomeno fuochi fatui. Ebbene, la conclusione di un suo saggio
pubblicato su "Chemistry in Britain" fu che fino a quel punto nessuno
era stato in grado di capire come bolle di gas sorgenti dalle paludi potessero
spontaneamente accendersi.
Quando, nel 1855, un corrispondente della rivista inglese "Notes and
Queries" domandò se i fuochi fatui non fossero nient'altro che una
suggestione letteraria, per risposta ricevette numerose testimonianze di prima
mano. Due riviste britanniche, esaminate per il periodo compreso addirittura fra
il 1805 e il 1942 mostrarono almeno venti resoconti dettagliati, ma il più
recente fra essi risaliva al 1911.
Nel 1841 ebbe grande risonanza anche all'estero lo studio di uno scienziato
bolognese, Quirico Barilli Filopanti, che documentò come intorno alla città
emiliana fosse possibile raccogliere molte testimonianze di "fiamme" e
"sfere" che uscivano dal suolo. Del resto, a Bologna si erano già
avuti, nei decenni precedenti, scienziati che si erano occupati dei fuochi fatui,
come Francesco Orioli. E d'altro canto, addirittura già nel 1728 Giacomo
Beccari, un terzo erudito bolognese, aveva fatto conoscere pure oltre frontiera
le sue ricerche in merito, ed è a lui che si deve una delle prime affermazioni
sulla ricorrenza dei fenomeni in città (dov'erano denominati "Cularsi").
Con le sue ricerche Beccari suscitò gli scritti dello scienziato inglese Thomas
Dereham. Beccari scriveva che quanto da lui studiato lo lasciava "perplesso".
Parlava anche di varie luci, e sosteneva trattarsi di qualcosa di "diverso
dai fuochi fatui".
Fra il 1835 ed il 1873 una delle più note riviste scientifiche del tempo, gli
"Annalen der Physik und Chemie", che uscivano a Lipsia, pubblicò un
gran numero di resoconti di osservazioni di fuochi fatui e di fuochi di
Sant'Elmo, in genere provenienti dall'Europa centrale e dovuti talora a
testimonianze dirette di scienziati. E' un lascito prezioso su quanto
l'argomento fosse dibattuto alla metà del XIX secolo tra il pubblico colto. Nel
1876, in un libro italiano, i fuochi fatui erano ancora definiti "frequentissimi"
in Abissinia e in Palestina.
Lentamente, però, proprio in quegli anni avveniva la separazione fra la
categoria "fuochi fatui" e quella delle "luci fantasma".
Sulla rivista scientifico - letteraria inglese "Notes and Queries",
nell'aprile 1875 comparve una delle prime descrizioni "moderne" su
apparizioni ripetute di gruppi di luci blu nel Carnarvonshire, nel Galles. Nel
1880, in British Goblins, lo scrittore Wirt Sikes dedicò un intero capitolo
agli incontri, sempre nel Galles, con luci vaganti (le "corpse
candles") e alle loro tradizioni (invariabilmente dal contenuto infausto).
C'erano diverse, sconcertanti testimonianze, ma ancora si rimaneva in larga
misura nell'interesse per il folklore e per il "magico".
Solo nel 1897, ad opera del folklorista scozzese R. C. Mac Iagan si ebbe la
prima rassegna sistematica delle tradizioni (e delle testimonianze) britanniche
sulle ghost lights (era anzi una delle prime volte che il nome era utilizzato in
maniera costante). Anche stavolta, ad ogni modo, esse erano spesso legate ai
morti. Questa credenza sopravviverà ancora nei primi decenni del XX secolo,
come testimonia ad esempio un'ondata di segnalazioni di EL a Stockton, in
Pennsylvania, nel 1909.
In alternativa, le "luci" erano in quel periodo associate alle fate
oppure ad apparizioni religiose, come avvenne per la celebre serie di
osservazioni del 1904-5 a Egryn, nel Merionetshire (Galles), serie che poi,
riscoperta dagli ufologi, diverrà uno dei classici nella casistica di questa
fenomenologia.
La coscienza "moderna" &endash; come problema scientifico - del
fenomeno EL ai primi del XX secolo si diffuse comunque di nuovo in Gran Bretagna.
Nel 1907 l'esploratore Sir George Maxwell pubblicò un libro sulle sue
esperienze in Malesia, nel quale non solo descriveva la sua osservazione di due
piccole "sfere di luce" che si muovevano a velocità variabilissime in
una foresta e che gli abitanti del posto chiamavano penanggal, il fantasma di
donne morte di parto, ma citava almeno due paesini della contea scozzese
dell'Argyllshire in cui si vedevano luci misteriose muoversi su strade e colline.
Inoltre, Maxwell scriveva di aver ricevuto lettere di residenti in Siberia,
nella Russia europea, in Germania, in Finlandia, Norvegia, Scozia e America del
Sud contenenti "resoconti delle loro esperienze con queste palle volanti
luminose". Sempre nel 1907-8, per spiegare le ricorrenti apparizioni di
sferette luminose a bassissima quota in alcune contee inglesi, si sviluppò
un'accesa controversia ornitologica circa la possibilità che alcune specie di
rapaci notturni fossero in grado di produrre una bioluminosità in grado di
rendere conto dei fatti.
Nel 1912 sul londinese "Daily Mail" apparvero notizie sulle
apparizioni (in corso da almeno sei o sette anni) di una luce gialla simile al
faro di una macchina a Lough Erne, in Irlanda. Nel 1913 un'altra ondata simile
colpì il paesino di Linley, nello Shorpshire. Nel 1923-24 una luce simile
determinò una delle più celebri ondate del genere nei villaggi di Burton
Dassett e Fenny Compton, nel South Warwickshire.
La fortissima presenza di questo tipo di fenomenologia &endash; si noti che
anche in questo caso si fa riferimento a testimonianze di prima mano, non al
corpus folklorico &endash; è testimoniata ancora nel 1956 da un capitolo
del suo The Ghost Book che lo scozzese Alasdir Alpin MacGregor dedicò alle
"luci fantasma". Si tratta di venti pagine contenenti alcune decine di
resoconti, nella gran parte relative a casi scozzesi e gallesi, su osservazioni
anche a distanze ridottissime di "sfere" e di "fiamme"
appena al di sopra del suolo, ricorrenti in certe località e che spesso
l'autore legava ad eventi luttuosi che poi si sarebbero verificati nei luoghi
"infestati" dalle luci.
La diffusione del fenomeno EL è comunque testimoniata su scala mondiale. Dalla
fine del XIX secolo (ma la cultura aborigena la descrive anche per il tempo
indefinito della tradizione) nella zona di Boulia, un paese isolato del
Queensland, in Australia, è segnalata la cosiddetta "Min Min Light".
Altre "luci fantasma" sono descritte lungo tutto il XX secolo da varie
fonti in specie nelle regioni interne del continente, ma anche a Brisbane,
grande città della costa. Fred Silcock, un appassionato di queste vicende, nel
1993 ha pubblicato un libro in cui sintetizza circa cinquecento testimonianze di
EL provenienti da varie parti d'Australia.
Una luce che si alzava da un albero sino a dieci &endash; quindici metri da
terra è stata segnalata a lungo a Padubidri, vicino Mangalore, nello stato
indiano del South Kanara. Presso Darjeeling le luci sono chiamate "chota-admis"
e sono considerate lanterne portate da un piccolo popolo sotterraneo nei loro
voli o viaggi notturni.
Nei pressi di Nong Khai e in altri luoghi posti sulle rive del Mekong, in
Tailandia, sono famosi i cosiddetti "razzi dei Naga", "fiamme"
che comparirebbero, di solito in ottobre, sott'acqua per poi salire alla
superficie e magari schizzare a gran velocità verso il cielo. Su di essi di
recente si è parlato di trucchi a fini di sfruttamento turistico.
Un'americana residente in Brasile, Cynthia Newby Luce ha raccolto nel corso
degli anni '80-'90 molte osservazioni di sfere luminose giallo - arancioni che
si muovono vicino al suolo e che in alcune aree dello stato di Rio de Janeiro
sono note come "Mae de Ouro" (Madre Dorata).
In Germania una EL è osservata almeno dal 1977 nella foresta di Brieselanger,
vicino Berlino, ma essa è stata attribuita a fari di veicoli in transito su
un'autostrada poco distante.
Nel Canada i casi sarebbero numerosissimi: nella foresta vicino Woodridge, nel
Manitoba, sulle spiagge del lago Simcoe e sull'isola Scugog, nell'Ontario, nel
distretto di Buffalo Basin, nel Saskatchewan. Anche a Tabor, nei pressi di
Esterhazy, nel Saskatchewan canadese, una luce rossa o "palla di fuoco"
fu segnalata in ondate successive nel cimitero, sulle colline e nei paesi vicini
almeno nel 1905, nel 1923 e soprattutto alla fine del 1938, quando fra novembre
e dicembre sarebbe stata scorta fino a quattro volte per notte anche a distanze
ridottissime. In questa provincia canadese le località in cui sarebbero state
osservate EL sono particolarmente numerose, e vi sono testimonianze risalenti al
1875.
E ancora: in Cina, sulla montagna sacra di Wu T'ai, in Iraq, ad ovest della
cittadina di Ramadi, in Nuova Guinea nel villaggio di Kabakada…
Negli Stati Uniti i casi di questo tipo sono diffusissimi. Uno dei più celebri
al mondo è senz'altro quello della "luce di Marfa", una sfera
giallastra visibile in una zona del Texas sud-occidentale posta tra la cittadina
omonima ed i monti Chinati. Il primo documento scritto che la riguarda risale al
1883 e da allora le osservazioni si sono susseguite a migliaia. Il folklore su
questo caso specifico è assai ramificato. Indagini critiche condotte sul campo
hanno spinto tuttavia alla conclusione che gran parte di queste esperienze
potrebbero essere dovute a complesse rifrazioni atmosferiche di fonti luminose
anche assai distanti. Lo stesso è stato affermato per la "luce fantasma di
Bragg Road", a Saratoga, sempre nel Texas. Ma vi sono località che
sarebbero sede di EL ad ovest di Vernon, nella contea di Lamar (Alabama), sui
monti Oriflamme, vicino Julian, nella contea californiana di San Diego, presso
il cimitero di Silver Cliff (Colorado), a Oviedo (Florida), e così via per
l'Iowa, la Louisiana, il Maryland, il Missouri (con le luci dei monti Ozarks,
dette anche di Hornet, viste almeno dal 1903), il Nevada, il Nuovo Messico, la
Carolina del Nord (con le famose luci delle Brown Mountains, osservate e
studiate almeno dal 1913, o quella di Maco, vista nel 1894 dallo stesso
presidente degli Stati Uniti del tempo, Grover Cleveland), la Carolina del Sud,
il Tennessee, l'Ohio, l'Oklahoma, il Kentucky (dove c'è la luce della Sand
Mountain, nel paese di Mount Sterling), la Virginia, ecc. In Georgia c'è la
"luce fantasma di Surrency", in una località nella quale sono stati
individuati particolari depositi minerari e le onde radio subiscono riflessioni
anomale.
In Alaska fenomeni del genere danno luogo alla luce fantasma dei monti che
circondano il lago Iliamna, mentre altre luci sono ben note a Parker Ranch,
nella parte nord dell'isola principale delle Hawaii, dove si muovono ad un metro
o ad un metro e mezzo dal suolo. A Cuba ci sono ampi resoconti soprattutto sulla
"sfera candela", una palla luminosa vista migliaia di volte in alcune
province rurali. Un'altra luce misteriosa è nota nella zona di Quilali
(Nicaragua) almeno dal 1945. Nell'est della Colombia, nella zona di Ocaña, si
segnalano la "Luz Corredora" e "La Candileja", detta anche
"Luz Viajera". Durante la Seconda Guerra Mondiale si ebbero
avvistamenti a Chance Island, al largo della Tailandia. La "Luz del Dinero"
è celebre sulle Ande peruviane, ed altri fenomeni luminosi sono stati citati
relativamente alle Alpi svizzere. Altre luci sono note nella zona di Kano
(Nigeria) e di Khartoum (Sudan) e, almeno dal 1893, in Giappone. Lì ci sono
anche i tama, sfere luminose vaganti, attribuite agli spiriti dei morti.
Nello stato venezuelano di Zulia c'è il celebre "Relampago del Catatumbo",
per il quale è stata avanzata una possibile spiegazione in termini di
interazione fra i copiosi idrocarburi presenti nel sottosuolo della zona e
l'elettricità atmosferica.
Nel nord dell'Olanda, nel 1866, un'epidemia di peste bovina fu collegata ad
un'ondata di apparizioni di "luci" inspiegabili a bassa quota.
Fenomeni luminosi vaganti per le campagne hanno molti nomignoli sia nel folklore
belga sia in quello olandese.
Nel nostro paese, testimonianze e credenze folkloriche sulle luci telluriche
sono rimaste vive almeno sino alla Seconda Guerra Mondiale. Un accurato lavoro
di ricostruzione storiografica sull'ondata di queste segnalazioni che interessò
il nord verso la fine del XIX secolo, e che ebbe il suo caso più noto negli
avvistamenti &endash; spesso dal contenuto "ad alta stranezza" -
che almeno dal 1879 al 1920 interessarono la zona di Berbenno in Valtellina è
presentata nella Seconda Parte della presente monografia.
Due altri casi di particolare interesse sono senz'altro rappresentati dai
ripetuti avvistamenti di un globo luminoso rosso &endash; violaceo con
sfumature azzurrine che intorno al 1927 sarebbe stato visto molte volte
vicinissimo al terreno nella zona di Cànolo di Correggio (Reggio Emilia) e che
gli abitanti chiamavano "La Patria", oppure quello relativo alla sfera
di luce che avrebbe compiuto evoluzioni incredibili sulle alture intorno a
Cravagliana, in Valsesia (Vercelli) almeno dal 1947 al 1950, e contro la quale
alcuni residenti avrebbero sparato con i fucili. Le testimonianze ed il folklore
sulle luci sono diffuse soprattutto al nord: fiamme fiammelle lumi e lumicini
sono noti nelle province di La Spezia, Brescia, Vicenza, Aosta, Latina e così
via.
Nell'Italia contemporanea, sebbene negli ultimi anni sia stata avviata una
revisione dei dati disponibili su alcune località, in specie delle regioni
centrali, il quadro appare fortemente influenzato dalla pubblicistica relativa
alle credenze sugli UFO, e dunque tuttora di difficile valutazione. Ciò vale
anche per le cosiddette esperienze di sky watching condotte in certe aree da
parte di appassionati di ufologia, che &endash; pur nella generale prudenza
- sono in ogni caso considerate con apertura dalla Commissione per i Fenomeni
Luminosi in Atmosfera del CISU, di cui si dirà meglio a conclusione di queste
note.
Anche la palude di Vipiteno (prosciugata dopo il 1867) era nota per la presenza
del "Froscherle", un ranocchio con una fiamma al posto della testa,
che vagava per la zona. In Val d'Aosta le luci sono attribuite agli "strioni".
Sul monte Baldo, nel bresciano, si vedevano i "lusuri", e sul torrente
Lazer, presso Transacqua (Trento) c'era un'altra "luce burlona".
I "Cules" erano lucine note nelle province di Tronio, Cuneo e Novara.
Una "Luce vagante" era a guardia di un tesoro al Bosco dell'Oro, a
Livinallongo (Belluno). Nel milanese c'erano i "cagnolitt". A Morra (Perugia)
si raccontava di un'intera famiglia che aveva visto delle luci che si
rincorrevano ad almeno un chilometro di distanza, e che all'improvviso erano
schizzate verso la finestra di casa loro.
Al cimitero di Trentino di Fanano (Modena) si diceva che di notte si vedesse una
luce che poi fu attribuita ad un burlone su dei trampoli e con un bastone con un
lume acceso.
In Liguria i contadini raccontavano del "Chiaro dei fichi mori", globo
di luce di colore azzurro-latteo osservabile vicino a un cimitero. Sul fiume
Tidone, nell'Oltrepò Pavese, c'era il racconto di un fuoco fatuo grande
"come una gerla" che aveva "arso vivo" un giovanotto
spaccone.
In Emilia Romagna (Ferrara, Ravenna, Forlì, Rimini) ci sono vastissime
tradizioni sulle "lumazze" (testimoniate fino agli anni tra le due
guerre mondiali), le "lumere", la "Piligreina", la "Pulo'una"…
Diffusi resoconti folkloristici anche dalla provincia di Lucca, dove si parla di
"lumetti", "luminotti", "folletti dal lumicino",
"Cecco Lanterna", ecc.
Ad ogni modo, va riconosciuto che non è facile individuare testimonianze di
fenomeni del genere EL dopo l'inizio degli anni '60 del XX secolo.
Comunque, come già detto, la vera ricerca sulle EL prese avvio solo in tempi
relativamente recenti. Nel 1967 lo studioso americano di fenomeni insoliti
Vincent H. Gaddis pubblicò quello che probabilmente fu il primo libro almeno in
buona parte dedicato alle EL. Si trattava di Mysterious Fires and Lights,
pubblicato per la casa editrice Dell di New York, un'ampia raccolta
accuratamente dotata di riferimenti alle fonti su fenomeni luminosi che andavano
dai foo fighters visti durante la Seconda Guerra Mondiale e la guerra di Corea
alle bizzarre teorie sugli UFO concepiti come organismi viventi, fino ai fulmini
globulari, alle anomalie della ricezione radar e a un gran numero di "luci
fantasma" viste in parecchie parti degli Stati Uniti e negli altri
continenti, per concludere con le teorie sui fuochi fatui, i fuochi di Sant'Elmo,
ecc.
La modestia dell'attenzione che nel complesso è stata attribuita alle EL dagli
studiosi di ufologia è confermata non solo dal fatto che fino allora nessuno
aveva messo mano ad una rassegna paragonabile a quella di Gaddis, ma soprattutto
dalla circostanza che quel libro è tuttora fonte di spunti informativi e di
controversie sull'origine degli episodi citati.
Si direbbe che nei primi vent'anni della storia dell'interesse per gli UFO,
l'unico approccio davvero foriero di promesse all'insieme di problematiche mosse
dalle EL sia stato quello relativo ai possibili legami fra attività tettonica e
le osservazioni dei presunti UFO. Si trattava di accenni che erano già stati
fatti nel "Book of the Damned" da Charles Fort (cioè nel 1919), e che
furono poi riprese nel 1970 da John Keel in "UFOs: Operation Trojan
Horse". Un primo punto fermo era stato comunque messo nel 1968 dall'ufologo
francese Fernand Lagarde, che aveva pubblicato sulla "Flying Saucer
Review" un saggio nel quale concludeva che le osservazioni dell'ondata UFO
avvenuta nel suo paese nel 1954 mostravano una notevole correlazione con la
vicinanza a faglie geologiche. L'ipotesi di Lagarde era dunque che i fenomeni
UFO occorressero più spesso presso zone del terreno in cui avevano luogo
fenomeni di tipo piezoelettrico, elettromagnetico ed in cui si registravano a
volte variazioni o discontinuità gravimetriche.
Non c'è da sorprendersi che anche i primi lavori che nel 1975 uno studioso di
fenomeni fortiani inglese, peraltro interessato all'ufologia sin dal '68, Paul
Devereux, pubblicò in due parti insieme con Andrew York, intitolato Portrait of
a Fault Area si rifacesse ad un approccio di tipo strettamente geologico.
Devereux, che aveva iniziato le sue ricerche in quest'ambito sin dal 1972, ha
poi scritto di essere stato influenzato proprio dagli studi di Lagarde, nei suoi
primi passi verso lo studio di queste fenomenologie. Una serie plurisecolare di
fenomeni aerei luminosi insoliti e anche d'altri episodi fortiani nel
Leicestershire sembrava esser legata anche stavolta alla presenza di aree attive
dal punto di vista tettonico.
Il miglioramento nella raccolta della casistica e delle fonti bibliografiche
sulle EL si manifestò finalmente a partire dal 1977. Da allora, infatti,
un'importantissima risorsa per qualsiasi indagine seria sulle anomalie naturali
è costituita dal lavoro di uno studioso del Maryland, William R. Corliss. A
partire da quell'anno Corliss ha cominciato a pubblicare in volumi &endash;
progressivamente aggiornati da un notiziario che si chiama "Science
Frontiers" &endash; migliaia e migliaia di riferimenti, in genere
apparsi sulla stampa scientifica o perlomeno su pubblicazioni culturalmente
qualificate, a eventi, fenomenologie, aspetti della natura che in apparenza
pongono difficoltà al corpo delle conoscenze scientifiche acquisite. Anche
quelle che in questa sede chiamiamo EL non fanno eccezione alle raccolte di
Corliss. In specie due volumi, del 1977 (questo tradotto anche in italiano) e
soprattutto uno del 1982, contengono interi capitoli dedicati a luminosità e
scariche elettriche emesse da montagne, a strani Fuochi di Sant'Elmo, strisce
luminose in movimento sul terreno, bolle aeree luminose, luci sismiche e
vulcaniche, luminosità di rocce e minerali, luci fantasma e così via. I lavori
dell'americano fin dalla loro pubblicazione sono divenuti un punto di
riferimento irrinunciabile anche per lo studio delle EL.
Il primo libro interamente dedicato al fenomeno &endash; e alle teorie
geofisiche su di esso - fu però, sempre nel 1977, Space-Time Transients and
Unusual Events, opera di Michael Persinger, neurologo canadese della Laurentian
University di Sudbury, nell'Ontario, e di Gyslaine Lafrenière. Insieme con
Devereux, Persinger è uno dei più noti studiosi delle "luci". I
metodi analitici erano più ricercati di quelli impiegati da Devereux qualche
anno prima. Persinger aveva esteso la ricerca ad un territorio vasto come quello
degli Stati Uniti, cosa da cui aveva concluso che i fenomeni UFO (che erano il
suo obiettivo primario) tendevano a raggrupparsi in certe aree, il che a lui
pareva confermare la confusa nozione di "finestre" che John Keel aveva
enunciato nei suoi scritti della fine degli anni '60. L'ulteriore legame tra
osservazioni UFO ed epicentri tellurici faceva supporre che i fenomeni luminosi
fossero dovuti a qualche forma di interazione fra le emissioni energetiche
solari e processi endogeologici, cosa che avrebbe costituito un "motore"
per questo tipo di eventi. Dette interazioni sarebbero state particolarmente
intense nelle aree di particolare tensione tettonica (faglie, vene di metalli,
depositi minerari, vulcani, colline e montagne, ecc.) anche in periodi in cui
esse non erano rilasciate in maniera violenta come in occasione dei sismi.
Il meccanismo specifico cui Persinger pensava era una particolare versione
dell'effetto piezoelettrico, in grado di generare una specie di "colonna
elettromagnetica" ampia da alcune decine di centimetri fino a diverse
centinaia di metri. I forti campi elettrici presenti, scorrendo lungo la
"colonna" verso l'alto o verso il basso a secondo della carica,
avrebbero ionizzato l'aria creando i fenomeni luminosi anche a una certa altezza
dal suolo.
Era così stata enunciata la prima versione della TST, o "Tectonic Strain
Theory" (Teoria della Tensione Tettonica) per gli UFO.
Da allora in poi, Persinger, a volte in collaborazione con altri, ha studiato
parecchi casi particolari di aree ritenute ad alta incidenza di EL soprattutto
nel continente nordamericano concentrandosi poi sui possibili effetti della
prossimità fra queste emissioni energetiche (e i conseguenti fenomeni aerei
luminosi) sulla mente e sull'organismo dell'uomo. Il neurofisiologo canadese ha
così prodotto almeno un centinaio di saggi (di specifica competenza di chi si
occupa della TST), in gran parte dei casi pubblicati sulla rivista specialistica
"Perceptual and Motor Skills".
Progressivamente, quali meccanismi causali, alla piezoelettricità sono state
affiancate da Persinger le emissioni di radon e di altri gas dai componenti di
certi terreni e la chemioluminescenza. Un altro raffinamento metodologico
operato da Persinger ha riguardato la possibile correlazione delle EL non tanto
con il numero di epicentri sismici, ma piuttosto con l'intensità dell'attività
tettonica.
Secondo lo studioso, gli effetti prodotti dal rilascio energetico accumulatosi
potrebbero distribuirsi lungo tre "fasi": nella prima, si
verificherebbero interruzioni della corrente elettrica, disturbi psichiatrici
lievi, confusione mentale, interferenza ai sistemi di telecomunicazione, ecc.;
nella seconda, apparirebbero "UFO" ed altri fenomeni luminosi, talora
sotto forma di allucinazioni indotte dalle emissioni EM sui lobi temporali del
cervello umano; nella terza, infine, il rilascio energetico assumerebbe la forma
dei sismi veri e propri oppure di poltergeist e di altri eventi insoliti.
Nel 1985, al fine di migliorare la sua teoria, Persinger pubblicò un saggio nel
quale presentava alcuni indizi secondo i quali le variazioni del campo magnetico
terrestre potevano essere associati alla comparsa di fenomeni aerei luminosi, ma
soltanto in regioni nelle quali la tensione tettonica era in aumento.
Addirittura, nel 1990 si è spinto fino a sostenere che nei periodi di
intensificazione dell'attività sismologica globale poteva stabilirsi un legame
fra queste e le ondate di segnalazioni UFO di grande estensione.
Nei primi anni '80, però, nel gruppo dei ricercatori che si occupano delle EL
fece la sua apparizione un'altra figura importante. Si trattava di John Derr, un
noto geologo statunitense che si è occupato molto delle luci sismiche, ossia
dei fenomeni più strettamente connessi al verificarsi dei terremoti. Insieme a
Persinger, a partire dal 1986, Derr ha studiato a lungo l'ondata di fenomeni
luminosi spesso definite "palle da ping-pong" o colonne abbaglianti
che, dalla fine degli anni '60 ma in specie fra il 1973 ed il 1974 e fino al
1986 interessò la riserva indiana di Yakima, nello stato di Washington. Lo
studioso che più ha prodotto dati sull'argomento è stato Greg Long, che sulla
questione ha anche scritto un intero libro. Dapprima si constatò che in genere
i fenomeni si verificavano lungo le creste delle colline e presso una faglia. Il
fatto che, per un caso fortuito, uno sciame sismico interessasse la zona proprio
nel periodo in cui essa era sotto osservazione da parte degli studiosi permise
di raccogliere notizie su ben ventuno cicli di osservazioni di luci sismiche.
Soprattutto, però, Derr introdusse tra le variabili prese in considerazione il
ruolo dei liquidi in movimento o comunque presenti nella crosta terrestre nei
pressi delle aree ad alta incidenza di EL. Per Derr potevano esserci varie
strade attraverso le quali questa variabile (l'iniezione di liquidi) avrebbe
potuto contribuire alle manifestazioni luminose: esondazioni di fiumi, creazione
di dighe o di invasi artificiali o anche l'inserzione di acque ad alta pressione
o di altri scarichi negli strati rocciosi del terreno. Per Derr sarebbe stato
l'aumento di peso dell'acqua e la nuova pressione su materiali già in tensione
a contribuire alle manifestazioni luminose sopra il suolo. Anche la
lubrificazione dei materiali geologici dovuta a questi fluidi faciliterebbe lo
slittamento di uno strato sull'altro nei punti di faglia, e dunque il meccanismo
generatore delle luci stesse. Un altro caso importante studiato in questo quadro
fu l'ondata di avvistamenti che fra il 1966 ed il 1968 interessò il bacino
dell'Uintah, nello Utah, fra le cittadine di Vernal, Roosevelt e Duchesne. In
seguito Derr e Persinger si occuparono a fenomeni che nel Colorado attribuirono
all'iniezione di acque di scarico nelle rocce della zona della città di Derby.
In questa occasione ne dedussero addirittura che il presunto campo di forze
generatore dei fenomeni luminosi si era spostato di 50-100 chilometri al mese a
partire da un'area epicentrale, fino a 300 chilometri di distanza.
In un saggio del 1989 il geologo ed ufologo canadese Chris Rutkowski, che si
interessa in maniera specifica a questo genere di fenomenologia, ma che è
critico in specie sulle idee di Persinger, riesaminò lo "stato dell'arte"
della TST persingeriana. In particolare, le "luci fantasma" gli
sembrava si adattassero a questo quadro. Citava anzi in dettaglio due
interessanti casi di EL canadesi relative all'Alberta e al Manitoba e riferiva
come i tentativi di avvicinarsi a queste fonti luminose fallissero regolarmente
perché esse si "spegnevano" quando ci si accostava troppo. Erano
tanto ricorrenti alcune caratteristiche specifiche di questi fenomeni, che
Rutkowski giungeva a definirli LATER ("Lights at the End of the Road",
Luci in fondo alla strada), per un'affermata tendenza a mostrarsi lungo tratti
di arterie rettilinei, magari proprio all'orizzonte locale.
I problemi inerenti la TST per le EL, tuttavia, ad avviso di Rutkowski erano
parecchi. La natura dell'energia prodotta dalle rocce sotto tensione non era
chiara. Le emissioni radio registrate subito prima dei terremoti risultavano
piuttosto deboli e incostanti. Insomma, c'erano degli "anelli mancanti"
tra la generazione di energia sotterranea e la comparsa di palle di luce nel
cielo.
L'idea che i fenomeni UFO potessero in ultima analisi rivelarsi luci sismiche (EQL)
in cui l'energia era particolarmente confinata in una zona limitata (mentre la
maggior parte delle luci sismiche è in realtà descritta come bagliori e
strisce di luce poco definite nell'aria) era già stata criticata dall'ufologo
Greg Long, che come detto si è interessato a lungo dei fenomeni della zona di
Yakima: l'assunzione è infatti che le EQL si generino in occasione di sismi di
magnitudo notevole, mentre le EL sarebbero legate ad eventi energetici piuttosto
deboli o addirittura debolissimi. La stessa scansione temporale fra accumulo
progressivo di tensione, sua distribuzione negli strati del sottosuolo e
generazione di eventi rilevabili come luci non appariva chiara. Per Long,
differenze forti tra momento in cui si verifica il sisma e osservazione delle EL
non sarebbero state compatibili con gli attuali modelli teorici sulla
generazione delle luci sismiche. Inoltre, il "raggio di compressione"
dovuto alle tensioni tettoniche non appariva collegabile con chiarezza ad
osservazioni di presunti fenomeni aerei insoliti molto lontani dai centri di
tensione.
Per ovviare a queste obiezioni, Long nel 1988 aveva anche proposto la
localizzazione di una regione sismicamente inattiva e, per convalidare la teorie,
di osservare l'assenza attesa di EL (o di altri fenomeni aerei insoliti a tale
categoria in qualche modo riconducibili). In ultima analisi, parrebbe che, in
mancanza di un meccanismo causale chiaro, la correlazione fra osservazioni UFO
ed energia tettonica rimanga in larghissima parte unicamente di tipo statistica,
e non direttamente causale.
Fra le altre obiezioni, Chris Rutkowski ricordava come l'ufologo francese Claude
Maugé avesse presentato considerazioni critiche circa la significatività delle
basi di dati impiegate da Persinger per costruire la TST, cosa che ribadirà
meglio in un saggio di poco successivo, ossia nel 1990.
L'ufologo scettico inglese Steuart Campbell, invece, ha sostenuto che la solidità
della relazione tra osservazioni UFO e vicinanza di faglie geologiche in Gran
Bretagna di cui parla Devereux sarebbe del tutto aleatoria, stante la presenza
sul suolo di quell'arcipelago di un numero elevato di discontinuità del tipo
suddetto.
Rutkowski ha fatto notare ancora che non è chiaro il mezzo attraverso il quale
queste emissioni energetiche potrebbero superare grandi strati di roccia e
manifestarsi poi in superficie in forme tanto varie. Forse certi tipi di rocce
potrebbero agire come "transistor naturali", ma le difficoltà
rimangono.
Circa le critiche relative alla significatività del campione di osservazioni
ufologiche utilizzate, Persinger ha in seguito risposto che a suo avviso ciò
che varia realmente nel campione &endash; e che quindi determina le
concordanze positive con numero ed intensità dei terremoti &endash; non
sono i casi "spuri", gli IFO, quelli spiegabili con cause
convenzionali, ma il numero dei "veri UFO", sarebbe a dire, a suo
avviso, quelli di origine "geologica".
Vi sono poi parecchi ufologi come l'americano Jerome Clark, sostenitore da
posizioni moderate dell'ipotesi extraterrestre, secondo il quale le "luci
fantasma" non sarebbero assimilabili alla casistica UFO. E' per questo che
nei volumi della sua enciclopedia del fenomeno non si occupa dell'argomento. Lo
fa invece in un dizionario di eventi "fortiani" pubblicato nel 1992,
dove fornisce questa definizione:
Le luci fantasma sono fenomeni luminosi
&endash; di solito o punto di luce oppure sfere &endash; il cui aspetto,
comportamento, localizzazione o il cui regolare manifestarsi le pone, almeno in
apparenza, in una categoria diversa sia dai fulmini globulari sia dagli oggetti
volanti non identificati. Le luci fantasma sono spesso considerate
sovrannaturali o paranormali e, in molti casi, in special modo in quelli nei
quali appaiono con regolarità per un certo periodo di tempo in un singolo posto…
intorno ad esse sono cresciute delle leggende, che in genere le associano ad
apparizioni dei morti.
Clark si occupa a lungo, nel libro succitato, delle
tradizioni folkloriche legate alle EL, e poi descrive in specie i casi di Yakima
(che lui però giudica più di interesse strettamente ufologico) e quello di
Hessdalen. La sua critica alla TST di Persinger e alle earthlights di Devereux
è netta. Nessuna di queste ipotesi geofisiche, scrive, ha ricevuto
un'accettazione degna di questo nome da parte della comunità scientifica:
Devereux sembra slittare verso un atteggiamento misticheggiante, da idolatra
della natura, mentre Persinger è stato criticato da più parti su base
metodologica. Ad avviso di Clark, in ultima analisi
Probabilmente le luci fantasma sono una
quantità di cose diverse, dalle ridicolmente banali, alle esoticamente naturali,
fino alle decisamente enigmatiche.
A parte Persinger ed il dibattito sulle sue teorie, però, nel frattempo gli
anni '70 avevano visto anche lo sviluppo di altri approcci più propriamente
sperimentali a fenomeni aerei insoliti concentrati in aree geografiche ristrette.
A partire dal febbraio del 1973, intorno alla città di Piedmont, nel Missouri
sud-orientale, e specie sulle colline circostanti cominciarono ad esser
riportate sulla stampa segnalazioni di strane luci di vario colore (anche nei
campi e vicino ad antenne trasmittenti) in coincidenza con ripetute interferenze
alla ricezione delle emissioni televisive ed a guasti nella rete di
distribuzione dell'energia elettrica. Dietro richiesta di alcuni suoi studenti,
il capo del dipartimento di fisica della Southeast Missouri State University di
Cape Girardeau, il dr. Harley D. Rutledge, avviò alcune osservazioni della
volta celeste nei posti in cui gli avvistamenti erano stati segnalati, ossia ad
ovest della città. Insieme con alcuni colleghi e con un carico di attrezzature
Rutledge prese posizione sulle colline. Scriverà in seguito che in quel momento
era fiducioso che sarebbe stato in grado di fornire spiegazioni razionali alle
osservazioni nel giro di due o tre fine settimana. Invece, quello doveva essere
soltanto l'inizio di una lunghissima serie di periodi di sorveglianza
sistematica di quelle località, che lo condussero a registrare con vari
strumenti e con le macchine fotografiche 178 "oggetti anomali" che in
157 occasioni diverse effettuarono improvvisi cambiamenti direzionali,
accelerazioni improvvise dallo stato di quiete, ecc. Attraverso triangolazioni
grazie ad avvistamenti simultanei da più punti, Rutledge ricostruì più volte
velocità e movimenti dei fenomeni, e concluse perciò che dovevano escludersi
cause convenzionali quali miraggi e rifrazioni, fari di veicoli, aerei,
meteoriti, o anche più esotiche quali i fulmini globulari. Ci furono anche
rilevazioni radar e disturbi alla radioricezione nella gamma VHF.
Una delle cose più imbarazzanti che Rutledge descrisse fu il fatto che in
almeno trentadue episodi sembrava ci fosse stata una significativa coincidenza
fra le azioni degli osservatori e quelle dei fenomeni. A volte le luci osservate
parevano reagire (modificando il loro comportamento) a messaggi verbali, a
segnali radio o persino a pensieri degli sperimentatori. Ciò fino a distanze
stimate anche di tre chilometri fra la postazione di sorveglianza e i fenomeni
stessi. E' per questo che Rutledge si diceva convinto che quanto da lui visto
fosse dovuto fosse dovuto a una forma di intelligenza, e rispondeva alle
obiezioni dell'ufologa Jenny Randles, che pensava piuttosto a fenomeni naturali
ancora sconosciuti, e allo scettico Steuart Campbell.
Ancora negli anni '70 un altro gruppo di appassionati di fenomeni anomali del
New Jersey denominato "Vestigia" effettuò diversi studi sul campo in
specie nella località di Washington Township, appunto nel New Jersey, e lì
osservò, fotografò e misurò con varie strumentazioni un piccolo globo di luce
che all'interno pareva contenere un nucleo simile ad un proiettile. In occasione
delle scomparse improvvise della EL furono registrati forti aumenti nelle
letture di un contatore Geiger e cambi nella resistività di alcuni binari su
cui a volte il fenomeno si poggiava. A quanto pare, a volte il gruppo di
sperimentatori riusciva a vedere il fenomeno solo da un capo dei binari, ma non
dall'altra parte, cosa che sembrava suggerire a quelli del "Vestigia"
addirittura un'emissione fotonica monodirezionale. Altri casi furono studiati
"sul campo" nel Maryland, ad esempio a Mount Hebron.
Mentre l'interesse per gli eventi norvegesi di Hessdalen stava esplodendo, nel
1982 si verificò una nuova svolta nella storia dell'interesse per questi
fenomeni. Paul Devereux pubblicò infatti un altro libro dedicato nella sua
interezza ad essi, e cioè Earth Lights.
Va detto in prima istanza che quel nome poi divenuto celebre, e che in quel
testo fu usato per la prima volta, nelle intenzioni dell'autore stava a indicare
una divergenza radicale rispetto alle posizioni filo-extraterrestrialiste della
gran parte degli appassionati. Sul piano causale, grazie alla collaborazione con
il geochimico Paul McCartney, il libro identificava una serie di ulteriori
connessioni tra faglie, epicentri sismici e fenomeni aerei luminosi in varie
parti della Gran Bretagna, e ipotizzava che gli incontri ravvicinati del terzo e
del quarto tipo fossero qualcosa di diverso dalle "luci", che erano in
questo modo al centro dell'attenzione dello studioso.
Era l'inizio di una vera e propria piccola rivoluzione in specie per l'ufologia
inglese. Un nucleo ristretto ma agguerrito di ufologi interessati sotto vari
punti profili &endash; anche critici &endash; alla teoria delle EL si
fece avanti.
Nel settembre 1983 Devereux, McCartney e Don Robins, specializzato nelle
applicazioni della chimica all'archeologia, suscitarono un vivace dibattito e
fecero conoscere le loro teorie ad un pubblico più vasto con un intervento
sulle pagine della rivista "New Scientist". Quali meccanismi possibili,
complementari fra loro, erano presentati non solo la più tradizionale teoria
piezoelettrica, ma anche quella della triboluminescenza (in sigla TLS, ossia le
emissioni luminose prodotte dalle frizioni tra materiali) e della
termolumiscenza (la luce generata dall'innalzamento della temperatura). Nell'86
Devereux ritenne le proprie opinioni rafforzate dalla testimonianza di una sfera
di luce vista e fotografata da un fisico sopra le cime degli alberi di una
località californiana posta esattamente sopra un'importante faglia geologica.
La triboluminescenza, ceh Devereux invocava quale spiegazione, produce luce
quando gli elettroni sono costretti a "saltare" da livelli superiori a
quelli inferiori da forze di tipo frizionale.
Uno degli sviluppi teorici (e fonte di discussioni di ogni genere) fu quello che
nel 1986 arrivò dalla pubblicazione dei risultati di alcuni esperimenti di
laboratorio condotti dai ricercatori Brian Brady e Glen Rowell, del Servizio
Minerario degli Stati Uniti, che si occupavano dell'argomento sin dal 1981. I
due frammentarono sia dei nuclei di granito, ricchi di quarzi in grado di
generare effetti piezoelettrici, sia basalti, del tutto privi di cristalli
piezoelettrici. Una volta posti in vari gas (aria, argo, elio), nel vuoto e
nell'acqua, le frammentazioni furono esaminate con spettroscopi collegati ad
intensificatori di luminescenza, con lo scopo di catturare gli spettri di
eventuali "luci" generate.
Ebbene, sia nella frammentazione dei graniti sia in quelle dei basalti si
produssero delle minuscole luci, e ciò ad apparente smentita della teoria
piezoelettrica per le EL. L'analisi spettrale mostrava che le luci non
presentavano tracce dei componenti delle rocce, ma solo quelli provenienti dai
gas o dai liquidi che li circondavano. La conclusione tratta era che il
meccanismo responsabile per le emissioni luminose era un'eccitazione
esoelettronica dell'atmosfera dell'ambiente circostante le rocce, e che non si
trattava di plasmi. Come si potesse produrre tale eccitazione non era chiaro. Si
supponeva che i campi radio prodotti dalle frammentazioni potessero creare delle
specie di "bottiglie" in cui le manifestazioni luminose erano "contenute"
in forma sferica o di altro genere, ma la questione è rimasta controversa.
Un'ulteriore scoperta condotta in occasione degli esperimenti, cioè quella che
i nuclei di materiali fratturati in acqua facessero illuminare il liquido
producendo al contempo idrogeno atomico e molecolare spinse Brady e Rowell a
dedurre che dissociazioni molecolari del genere avrebbero potuto innescare
reazioni chimiche forse anche di tipo biologico, ciò che indusse John Derr a
speculare sulla possibilità che tali processi potessero avere avuto un ruolo
nella biogenesi del nostro pianeta.
Rutkowski nel suo saggio del 1989 scrive che ben presto Devereux pubblicò i
risultati di suoi test di frammentazione su rocce e descrisse la comparsa di
bagliori e di scintille. In effetti, nell'ambito della teoria della
triboluminescenza, Devereux ne parla nel paragrafo "Lights in the
Laboratory" del capitolo 7 del suo secondo libro, quello del 1989 (vedi pp.
197-201). A queste repliche sono dedicate ben cinque foto che accompagnano il
volume. Gli esperimenti di conferma da parte di Devereux, Paul Mc Cartney e John
Merron furono effettuati a Londra fin dal 1983. La loro conclusione era che si
trattasse di una qualche forma di ionizzazione dell'aria. Con un importante
articolo sulla rivista inglese "New Scientist", Devereux e gli altri
nell'autunno dello stesso anno presero infine le distanze dalla teoria
piezoelettrica che, sulla scia del primo Persinger, anche loro avevano
appoggiato, e inclinarono con decisione per la triboluminescenza. Nel 1984,
all'Università del Sussex, Devereux ricevette altre conferme sperimentali da un
ricercatore che aveva rilevato emissioni luminose in rocce non piezoelettriche.
Gli esperimenti di Devereux e compagni avrebbero dimostrato che non sono
necessarie forti pressioni per generare luci relativamente intense. Inoltre,
questi effetti sono più vistosi in un'atmosfera carica di ioni negativi, al
punto che il solo contatto con una palla di cristallo può produrre dei lievi
bagliori.
L'ipotesi per spiegare questi effetti parte dalla constatazione che la maggior
parte dei minerali sono vere e proprie riserve di elettroni allo stato libero.
Circa l'origine di questa ricchezza, Devereux e McCartney sostengono che se un
materiale mineralogicamente "semplice" come un quarzo o un calcare è
esaminato con la tecnica della spettroscopia a risonanza dello spin elettronico
(ESR), esso presenterà uno spettro energetico tipico degli elettroni "intrappolati"
nel reticolo. Quando, nel corso del tempo, la radiazione naturale "espelle"
gli elettroni dalle orbite atomiche, essi riempiranno tutte le "trappole"
presenti nel reticolo del minerale. Questa popolazione elettronica potrà poi
manifestarsi in varie forme &endash; ad esempio come emissioni luminose
&endash; sulla base di diversi meccanismi.
Però, nel frattempo lo stesso Brady aveva moderato gli entusiasmi. Ulteriori
esperimenti da lui condotti gli facevano dire che non si può pensare che le
"luci" si producessero a distanze superiori ad alcuni metri dai punti
di frattura.
E poi, il problema maggiore sta probabilmente nel fatto che quelli di Brady,
Rowell, di Persinger e anche di Devereux sono esperimenti di laboratorio, ciò
condotti su una microscala. Non è per niente chiaro se analoghi fenomeni
possano davvero verificarsi su una scala macroscopica, cioè in natura.
Nel 1985 due studiosi inglesi di "luci fantasma", David W. Clarke e
Granville Oldroyd, pubblicarono Spooklights &endash; A British Survey, una
piccola monografia con la quale documentavano in maniera rigorosa quanto il
fenomeno EL preesistesse all'inizio dell'era dei "dischi volanti", e
quanto potesse essere fruttuoso in questo senso l'indagine archivistica e di
biblioteca. Oltre ad osservazioni di varie luci a partire dalla metà del XIX
secolo specie in Gran Bretagna, fu ricostruita la vicenda della EL sferica,
gialla, di dimensioni simili a quelle di un faro d'automobile, vista di sovente
fra il 1922 ed il 1924 presso i paesini di Burton Dassett e di Fenny Compton,
nella contea del South Warwickshire, posti direttamente sopra una faglia
geologica.
Nel 1987, nel saggio British Spooklights, Clarke e Oldroyd (e poi di nuovo
Clarke nell'88 in un altro scritto soltanto a sua firma) hanno sostenuto con
nettezza l'idea che le "luci" abbiano da sempre accompagnato la storia
dell'uomo, e che dopo il 1947 esse siano state annesse al "mito moderno
delle visite extraterrestri". Malgrado la scarsa attenzione da parte della
comunità scientifica, a loro avviso per le EL esisterebbe una "solida
evidenza di un fenomeno naturale sconosciuto dotato di un potenziale in grado di
rivoluzionare la nostra concezione corrente di spazio e di tempo". Sempre
interpretate "alla luce del contesto culturale contemporaneo cui si
riferivano", esse sono state dapprima spiegate come gli ormai scomparsi
fuochi fatui, terrore dei viaggiatori del XIX secolo, e oggi, in omaggio ai
tempi, come fulmini globulari o visitatori spaziali. Dopo un'interessante
disamina del folklore inglese sull'argomento, i due studiosi sostengono poi,
come Paul Devereux, che alcuni luoghi di culto preistorici in Gran Bretagna
potrebbero esser stati edificati in seguito a manifestazioni di EL. Particolare
attenzione era dedicata a quella che gli autori definivano la "Pennine
connection", ossia la presenza ricorrente di segnalazioni di fenomeni aerei
insoliti nelle regioni inglesi dei monti Pennini, nel North Yorkshire e nel
North Derbyshire, che ancora una volta ritenevano presenti in zona da secoli ed
oggi distorte dai media e dalla cultura dominante come "UFO extraterrestri",
ma in realtà per Clarke e Oldroyd "una forma di energia naturale indigena
dei monti Pennini". Questa complessa serie di eventi darà poi origine ad
un progetto di studio della zona, il "Project Pennine". Seguendo la
denominazione proposta sin dal 1979 dall'ufologa Jenny Randles, ossia UAP
("Unidentified Atmospheric Phenomena", secondo lei rari fenomeni
naturali), anche Clarke e Oldroyd concludevano che in genere si tratterebbe di
"oggetti luminosi" del diametro compreso fra dieci centimetri e più
di cinque metri, probabilmente amorfi o di composizione gassosa, a volte simili
a giganteschi occhi umani o a proiettori di autoveicoli, spesso pulsanti. Altri
sarebbero composti da numerose luci più piccole in grado di separarsi e di
riunirsi. Anche a loro avviso, come per Hilary Evans, sarebbe difficile sfuggire
alla suggestione che in certi casi possa trattarsi di esseri viventi, magari
dotati di qualche forma di coscienza. C'è anche un lungo elenco dei nomi con i
quali questi fenomeni luminosi sono chiamati in parecchie contee della Gran
Bretagna. Oltre a far proprie le argomentazioni del geochimico Alan Mills sulla
persistente mancanza di una spiegazione causale convincente per i fuochi fatui,
Clarke aggiungeva che esami cromatografici non erano stati fatti in laboratorio
sul gas di palude, e che non si era mai riusciti a scoprire nemmeno tracce di
fosforo, la sostanza ritenuta alla base dei processi di accensione delle "fiamme".
Ad ogni modo, più di recente (1993), due biologi tedeschi, Günter Gassmann e
Dieter Glindemann, hanno ipotizzato che la causa dell'accensione naturale del
metano del gas di palude possa essere un altro gas, il difosfano (P2H4), che
hanno trovato nel tratto digerente di molti animali e che brucia spontaneamente
quando trova aria. Come agenti naturali riducenti capaci di trasformare i
fosfati alimentari in difosfano i due hanno individuato alcuni microrganismi.
Un altro studioso fortiano, Phil Reeder, nel 1986 ha però messo in discussione
che questi gas possano render conto delle caratteristiche tradizionalmente
attribuite dalle testimonianze, oggi pressoché cessate, dei fuochi fatui.
Potrebbero muoversi e durare così a lungo come spesso raccontato? E non
dovrebbero produrre calore? Vi sono alcune rare testimonianze di persone che
avrebbero "toccato" i fuochi fatui che sembrano negare questa
circostanza. Allora potrebbe esserci un legame causale con i fulmini globulari?
Come altri studiosi di questi argomenti, Reeder sottolinea come l'assegnazione
di un fatto ad una categoria o all'altra sia dipesa spesso dall'etichetta
assegnata al fenomeno e al quadro culturale in cui esso si inseriva. Insomma,
per Reeder il fenomeno è di origine naturale, ma la sua chimica rimane in
discussione.
Ad ogni modo David Clarke ha proseguito fino ad oggi il suo interesse per le
"luci fantasma". Nel 1998 ha raccolto in un saggio molti resoconti
diretti e sopravvivenze folkloriche provenienti dall'Inghilterra centrale, in
specie dal Derbyshire e dallo Yorkshire. E' particolarmente interessato ai
legami con il corpus delle credenze popolari che circondano queste osservazioni.
Nel corso degli anni '80, inoltre, in Gran Bretagna fu pubblicata anche da altri
autori, sulle riviste fortiane e di ufologia, un gran numero di articoli
tendenti a dimostrare come le EL fossero state incorporate sia nel folklore
tradizionale di quel paese, sia in culture non-occidentalizzate.
Lo studioso di ufologia inglese Hilary Evans è stato uno dei primi a suscitare,
nei primi anni '80, l'interesse per le EL e per altri fenomeni luminosi
atmosferici messi in relazione con le osservazioni UFO.
Nel luglio 1982 egli pubblicò sulla rivista di ufologia "The Probe
Report" un lungo articolo in cui proponeva una nuova etichetta per una
serie di fenomeni che riteneva accomunati da diverse caratteristiche: BOL, ossia
"Balls of Light".
Cercava di definire le proprie posizioni in questo modo:
Ritengo che disponiamo di un'evidenza
sufficiente a postulare l'esistenza di un'entità naturale, intelligente e
proteiforme (cioè in grado di cambiare forma), che in genere anche se non
sempre vive nell'aria e che è originaria della nostra atmosfera. Può esistere
sotto più di una forma, ma visto che più sovente è descritta come una palla
di luce, propongo per ora di denominarla "BOL", con l'avvertenza che
questa potrebbe anche non essere il suo vero aspetto.
Dopo aver ricordato come il fenomeno BOL preesistesse
l'era ufologica, Evans scriveva che la scarsa attenzione che le "luci nel
cielo" suscitavano negli ufologi rispetto agli incontri ravvicinati le
avevano fatte trascurare per decenni. In realtà, per Evans poteva trattarsi
della "vera chiave dell'enigma degli UFO".
Per tutti gli anni '80 Evans animò il Progetto BOLIDE, dove la parola era in
realtà l'acronimo di "Ball Of Light International Data Exchange", un
gruppo informale di appassionati che raccolse parecchia bibliografia in
precedenza dispersa e spesso difficilmente reperibile e che diede vita a
fruttuose riflessioni su questi problemi. Successivamente il coordinamento del
gruppo, nell'ambito dell'associazione britannica BUFORA, fu assunto dall'ufologo
Robert Moore. Con la cessazione dell'interesse di questi per l'intero problema
UFO, però, il lavoro intorno alle EL da parte di questo sodalizio sembra essere
cessato intorno al 1999.
Ad ogni modo, Evans nei suoi lavori prendeva in considerazione in realtà una
vasta gamma di fenomeni luminosi, a partire dalle difficoltà esplicative che
mostrano i fuochi fatui e le ipotesi geochimiche correnti nelle enciclopedie per
essi (e che peraltro sono state più volte anche da fortiani come Michael
Frizzell e Curtis Fuller non ritenute in grado di rendere conto di certe
osservazioni di fenomeni luminosi descritti da secoli). Evans ricordava a questo
proposito in un suo saggio del 1989 come sovente i confini fra la categoria dei
"fuochi fatui" e quella, anch'essa tradizionale delle "luci
fantasma" non siano per niente facili da delineare, e come elementi
culturali di varia natura abbiano contribuito a rendere più complesso ma anche
interessante il groviglio.
Quanto alla forma sferica spesso attribuita alle "luci", Evans
riteneva plausibile che in realtà in molti casi non fossero descritte forme
distinte perché gli UFO non avevano forma.
Ma Evans estendeva il suo concetto di "BOL" ad altre categorie di
fenomeni che a suo avviso presentano testimonianze di anomalie non spiegabili
con le conoscenze scientifiche acquisite su di esse. Sarebbe il caso di alcuni
bolidi, di certe osservazioni di fulmini globulari e dei foo fighters della
Seconda Guerra Mondiale, che Evans definisce "BOL osservati ad alta
quota".
Anche per l'inglese la caratteristica sconcertante di questi che si sarebbe
senz'altro tentati di collocare tra i fenomeni naturali sembra l'apparente
comportamento "intelligente" che talvolta mostrano, ossia ciò che
pare una certa coscienza della presenza e delle attività umane. Da qui Evans ne
inferisce una certa analogia con eventi in genere ritenuti patrimonio della
ricerca parapsicologica o con fatti allucinatori e comunque "mentali".
Sebbene la realtà fisica di buona parte dei BOL appaia indiscutibile, scrive
Evans, un fattore da tenere sempre presente è "la condizione mentale del
testimone".
Evans prende addirittura in considerazione le idee, sempre rimaste
ultraminoritarie fra gli appassionati di ufologia, secondo cui alcuni episodi
potrebbero suggerire che le idee di certi autori sulla possibilità che
nell'atmosfera ci siano dei "BOL di natura organica" &endash; cioè
degli organismi viventi in grado di emettere energia luminosa &endash;
potrebbero non rivelarsi del tutto balzane.
Negli anni '80 il gruppo inglese di Devereux ha appuntato la propria attenzione
sui fenomeni luminosi che interessano le vette di monti in varie regioni del
mondo (in particolare alcune del Galles, constatati dallo stesso Devereux, e il
monte Athos, in Grecia), sottolineandone la natura geofisica di scariche
elettriche fra terra e bassa atmosfera. Si è poi ulteriormente accentuata
l'attenzione per un possibile legame fra le EL e i siti megalitici preistorici
in Gran Bretagna, al punto che Devereux ha avviato un "Project Dragon"
per analizzare eventuali anomalie di ogni genere in queste località. In alcune
occasioni sarebbero state registrate emissioni di ultrasuoni e peculiarità
geomagnetiche. E' stata poi individuata una nuova, presunta relazione tra faglie
geologiche e località nelle quali, nel 1977, nella zona gallese di Dyfed fu
riferita un'ondata di avvistamenti UFO. Secondo Devereux l'84,4% dei fenomeni
segnalati quell'anno sarebbero avvenuti in un raggio di 550 metri da una faglia
superficiale. Circa gli UFO nel loro complesso, Devereux ha prospettato un
approccio che ha definito della "torta ufologica". Immaginando
l'intera fenomenologia come una torta, ogni singola "fetta" più o
meno grossa (IFO, falsi, fenomeni psicologici, ecc.) contribuirebbe a formarla,
ma la fetta scientificamente più "appetitosa" sarebbe costituita dai
complessi fenomeni naturali (o d'interazione fra energie geofisiche e psiche) di
cui lui si occupa. Altri che con lui si erano occupati delle EL, come John
Merron, hanno manifestato propensione per un'ipotesi dai coloriti più
francamente esoterici, come quella di "Gaia", secondo la quale la
Terra sarebbe un vero e proprio organismo vivente dotato di coscienza complessa.
Paul McCartney, il geologo che tanto contribuì, nei primi anni '80, alla
costruzione delle teorie di Devereux, nel 1987 ha invece tenuto a ribadire che
malgrado tutto non se la sentiva di escludere che alcune osservazioni UFO
fossero riconducibili a tecnologie extraterrestri.
Ad ogni modo, nel 1989 Devereux pubblicò un secondo libro sull'argomento, Earth
Lights Revelation, che ampliava la gamma dei fenomeni allo studio e degli scopi
di esso. La celebre ondata di "luci" viste nel 1904-5 presso il paese
gallese di Egryn, che fu documentata al meglio nel 1980 con un suo studio
dall'ufologo Kevin McClure, era riletta alla luce delle acquisizioni recenti
della geologia sulla regione interessata. Sembrava che un certo numero di luci
fossero state viste emergere direttamente da una faglia sita in profondità, e
che buona parte di esse fossero comunque apparse ad una distanza massima di 90
metri dalla discontinuità. L'ondata, inoltre, era avvenuta nel mezzo di un
periodo sismico piuttosto raro per il Galles, che si estese dal 1892 al 1906.
Era inoltre rafforzato il legame con la presenza di minerali e delle relative
attività d'estrazione, ed il panorama delle EL, da britannico che era nel libro
dell'82, era ampliato a molte regioni del mondo. Anche certi rumori sotterranei
inspiegabili erano definiti "qualcosa di comune" nelle aree in cui le
luci sono più frequenti. Ad ogni modo, anche sulle cause dei fenomeni stessi,
pur rimanendo l'intelaiatura generale quella delle energie geofisiche, ci si
apriva a possibili interazioni con manifestazioni della fisica atmosferica.
C'era persino una descrizione della "tipica" EL: mezzo metro di
diametro, spesso bianca o arancione, nel caso delle luci bianche a volte un
"nucleo" centrale rossastro. Viste da vicine, talora le EL
sembrerebbero come "ribollire" di luce, quasi fossero formate da un
groviglio di "vermetti" o di "stringhe" luminose. Vi sono
anche casi in cui le EL emergono dal suolo e raramente si alzano fino a
parecchie centinaia di metri, magari per ridiscendere al suolo e poi "decollare"
ancora. Più spesso, però, pare che dopo la discesa "siedano" sul
terreno fino alla scomparsa, o che si estinguano toccandolo. Anche la
caratteristica dell'osservabilità da una sola direzione e non da quella opposta
era rilevata più volte da Devereux. Ci sarebbero casi in cui intere colline
possono illuminarsi senza che vi sia una contemporanea osservazione di una vera
e propria EL. Quanto ai casi UFO a più alta stranezza, Devereux supponeva un
legame con le EL nel senso sia che emissioni elettromagnetiche da parte di esse
potrebbero causare bruciature e altre conseguenze fisiche, sia (in sostanziale
accordo con Persinger) che queste emissioni possano stimolare il cervello e
provocare esperienze percettive allucinatorie.
Nel 1990, sul "Journal of UFO Studies", Devereux ha provato a
rispondere alle articolate critiche mosse al suo approccio, differenziandolo in
particolare dalla TST di Persinger, e riaffermando che le "luci fantasma"
come quella di Marfa sarebbero legittimamente da considerarsi parte della
fenomenologia UFO. Non erano risparmiate critiche nemmeno ad alcuni sostenitori
dell'ipotesi socio-psicologica.
Anche nel suo saggio del 1997 già citato Devereux faceva notare, tra le altre
cose, come nell'Europa pre-moderna spesso "palle di luce" emergenti
dal suolo erano legate alla presenza di vene di rame o di altri minerali, e come
prospezioni minerarie sulla base della presenza luminosa almeno in un caso si
siano protratte in Inghilterra sino ai primi anni del XX secolo.
A partire dal 1994, sotto la spinta di Erling Strand, uno degli animatori del
progetto di studio sui fenomeni di Hessdalen di cui si dirà in dettaglio fra
poco, gli studi sul campo delle EL hanno subito un'accelerazione.
Uno studioso qualificato che si è unito al gruppo che si occupa dei fenomeni è
il giapponese Yoshi-Hiko Ohtsuki, fisico del plasma della Waseda University.
Ohtsuki, che propende per una spiegazione di tipo atmosferica per le luci, è
stato diverse volte nella zona di Marfa, cittadina del Texas dove è osservata
sin dal XIX secolo una delle più note EL del mondo.
Anche Devereux si è dedicato a studi sul campo. Sotto l'egida
dell'International Consciousness Research Laboratories (ICRL), un gruppo
informale interdisciplinare di scienziati che si occupa di vari generi di
fenomeni ai margini delle conoscenze acquisite, egli ha visitato vari siti in
cui sarebbero state segnalate presunte EL. Nel '94, insieme al fisico Hal
Puthoff, membro dell'ICRL, a Marfa ha concluso che buona parte delle "luci"
erano in realtà dovute a fari di veicoli distanti anche decine di chilometri e
talora soggette a rifrazioni atmosferiche che si verificano nella zona, ma pure
che testimonianze di residenti della zona e dati raccolti da appassionati locali
facevano propendere anche per l'effettiva presenza di luci "anomale".
Segnalazioni da parte di un'abitante del posto condussero Devereux e la sua
squadra sulle montagne Chisos, sul Rio Grande, dove videro una presunta EL ad
una distanza stimata di un chilometro e mezzo.
Nell'ottobre del 1995 Devereux, insieme a Strand e ad altri effettuò una nuova
spedizione, stavolta nella regione di Kimberley, nell'Australia Occidentale,
dove in specie negli anni '70 e '80 sembrava fossero state viste luci collegate
dagli abitanti alle celebri "Min Min lights". Furono intervistati
diversi testimoni (fra cui alcuni aborigeni), osservate luci insolite in più
occasione e in almeno un caso l'apparizione di una di esse coincise con un
improvviso, fortissimo cambiamento delle misurazioni del campo magnetico
terrestre misurato da una sonda conficcata nel terreno a una certa distanza
dalla posizione di osservazione.
Nel 1996, invece, Devereux e Strand, insieme al fisico David Fryberger, del
Centro dell'Acceleratore Lineare di Stanford, in California, approfittarono
della concomitanza di una lunga serie di presunte segnalazioni UFO e di una fase
di attività piuttosto intensa per compiere delle osservazioni alle falde del
vulcano Popocatepetl, in Messico. I risultati furono meno rilevanti di quelli
australiani, ma fu comunque effettuata un'osservazione visiva e rilevata una
forte lettura anomala (non concomitante con quella) da parte del magnetometro.
Se però oggi è sorto un vero interesse per le EL, non c'è dubbio che ciò sia
in buona parte dovuto all'evento che, negli ultimi vent'anni, è divenuto il
simbolo stesso di questa fenomenologia. E' senz'altro la serie di fenomeni più
nota e più studiata di questa categoria e quella che tuttora suscita le
maggiori speranze di un avanzamento nelle conoscenze scientifiche su questi
fatti.
Si tratta delle cosiddette "luci di Hessdalen".
La valle di Hessdalen, lunga circa dodici chilometri, si trova nella Norvegia
centrale, non lontano dal confine svedese, a centodieci chilometri a sud-est
della città di Trondheim ed a trenta chilometri a nord-ovest di Roros. Il
centro abitato di rilievo più vicino è Ålen, circa dieci chilometri a
nord-est. Situata ad un'altezza sul livello del mare fra i 600 ed i 700 metri e
circondata da montagne, è scarsamente popolata (appena 150-200 abitanti sparsi
in fattorie isolate). E' una zona ricca di giacimenti minerari di ogni tipo (in
primo luogo di un rame ricco di pirite).
Fu lì che, alla fine di novembre del 1981, i residenti cominciarono a parlare
alla stampa di fenomeni luminosi a volte di lunga durata (fino a varie ore) che
sostavano immobili oppure schizzavano via ad enormi velocità. Spesso le luci
erano sotto l'orizzonte, oppure appena sopra le cime delle montagne vicine,
presso il suolo o sui tetti delle case, anche a poche decine di metri di
distanza da loro. Quanto all'aspetto dei fenomeni, essi erano descritti in modo
eterogeneo, ma ricorrevano la "sfera" (anche fino a cinque - dieci
metri di diametro), il "proiettile" o "sigaro" (fino a venti
metri di lunghezza!) e un "albero di Natale rovesciato". A volte si
parlava anche di "dischi" o di "grosse casse scure" o
comunque di oggetti con forma geometrica, magari visibili dopo l'improvviso
spegnimento delle luci, o ancora di lampi bianco-blu, diffusi nel cielo. Il
colore prevalente era il bianco o il giallo tenue. A volte una piccola luce
rossa si mostrava davanti alle altre. Più raramente le "luci" erano
multicolori. Si spostavano più di sovente da nord a sud, e talora &endash;
specie in inverno &endash; erano visibili anche di giorno, anche se la gran
parte delle segnalazioni avvenivano al tramonto, di notte o all'alba. Si giunse
anche a quattro avvistamenti al giorno, ma comunque in quel periodo le
osservazioni erano quasi quotidiane. Spesso le luci, specie quelle di colore
bianco-blu, lampeggiavano e sembravano salire e scendere seguendo un moto
sinusoidale. Sparivano dopo aver raggiunto un'oscillazione più ampia (fino a
sei gradi), ma a volte semplicemente si "spegnevano".
Furono registrati pure parecchi rumori insoliti. Nel 1981 gli abitanti di
Hessdalen sentivano provenire dal sottosuolo come il suono di un treno che
passasse in una galleria; altre volte dei "botti" erano uditi
spostarsi attraverso le montagne vicine senza che si riuscisse mai a risalire
alla causa.
In quei primi tempi si constatò che i fenomeni erano visti più di frequente
d'inverno, in autunno e all'inizio della primavera.
A metà febbraio la NRK, la radiotelevisione norvegese, inviò un'équipe che
filmò cinquanta metri di pellicola (quattro - cinque minuti di riprese) con i
fenomeni luminosi, ma ripresi da grande distanza.
Subito le associazioni ufologiche "UFO Sweden" e (soprattutto)
"UFO-Norge" avviarono delle indagini (con diverse spedizioni di
osservazione a marzo, settembre ed ottobre '82), effettuarono avvistamenti
diretti ed il 26 marzo dello stesso anno il gruppo norvegese convocò una
conferenza nella cittadina di Ålen cui intervennero ben 130 abitanti della
vallata. Diciassette fra costoro descrissero avvistamenti di una "sfera
gialla", dodici di un "sigaro", otto di un "uovo" e sei
un corpo oblungo con una luce rossa e due gialle. Tre persone avevano notato in
concomitanza all'osservazione interferenze ad apparati radio-televisivi.
Dall'inizio almeno trenta persone diverse avevano visto i fenomeni (cioè quasi
il 20% dei residenti).
Sempre alla fine di marzo un capitano ed un tenente dell'aeronautica norvegese
provenienti dall'aeroporto militare di Vaernes giunsero sul posto e
intervistarono alcuni testimoni, riferendo poi alla stampa che i residenti della
zona avevano visto oggetti luminosi sin dal 1944 ma che solo ora la cosa era
stata portata a conoscenza degli estranei. Parlarono di "testimonianze
credibili".
In mancanza di un interesse strutturato e formale da parte delle istituzioni
scientifiche e civili e mentre si registrava un notevole declino delle
segnalazioni, il 3 giugno 1983 ufologi norvegesi, svedesi e finlandesi diedero
vita al "Project Hessdalen", coordinato dagli studiosi Leif Havik,
Odd-Gunnar Roed ed Erling Strand per "UFO Norway", Håken Ekstrand di
"UFO Sweden" e Jan Fjellender per la Società di Psicobiofisica. Lo
scopo era quello di studiare in maniera sistematica quella fenomenologia tanto
ripetitiva e localizzata. Il gruppo riuscì ad assicurarsi la collaborazione di
alcuni ricercatori delle Università di Oslo e di Bergen e del Dipartimento per
la Ricerca sulla Difesa, e con essi un discreto set di strumentazioni per la
rilevazione e la registrazione di una serie di parametri fisici. Macchine
fotografiche con filtri e teleobiettivi speciali, una camera all'infrarosso, un
sismografo, un laser, un piccolo contatore Geiger, un radar modello "Atlas
2000" funzionante sulla banda dei 3 cm e portata di 33 km, visori ad
infrarosso, un magnetometro a controllo di flusso tipo FM 100 ed un analizzatore
di spettro a radiofrequenza da 100 kHz a 1250 MHz facevano parte dell'ampia
panoplia.
Nel frattempo, dopo la già segnalata diminuzione delle segnalazioni in
primavera, nell'estate dell'83 esse cessarono del tutto, ma per riprendere in
autunno, anche se ad un ritmo inferiore rispetto a quello dell'anno precedente.
Lo stesso aumento si avrà nell'autunno '84.
A gennaio, dopo una prima presa di contatto con gli abitanti della zona, i
membri del "Project Hessdalen" distribuirono a tutti un questionario
d'avvistamento e il 21 gennaio 1984 diedero il via ad una campagna sistematica
di osservazione che si protrasse sino al 26 febbraio. Nel corso di quei
trentasei giorni, da tre postazione diverse, gli studiosi videro ad occhio nudo,
fotografarono (un centinaio di volte, anche con lunghe esposizioni) e seguirono
con le strumentazioni numerosissimi corpi luminosi. Vi furono tre osservazioni
visive in concomitanza di rilevazioni radar con segnali intensissimi. Nella
maggior parte dei casi, però, il radar segnalava qualcosa che non era visibile
allo sguardo e nemmeno alle pellicole fotografiche impiegate. Secondo l'ingegner
Strand, emerso quasi subito come il leader della ricerca sui fenomeni di
Hessdalen, ciò dipese probabilmente dal fatto che il radar era regolato per la
distanza di 5,5 chilometri. Non a caso, nei tre episodi di contemporanea
rilevazione visiva/strumentale esso era tarato per una distanza superiore.
In otto o nove occasioni, quando il fascio di un laser He-Ne da 0,5 mW fu
diretto contro i corpi luminosi, la conseguenza costante fu che la serie con cui
la "luce" lampeggiava raddoppiò di frequenza e che questo mutamento
cessò nello stesso istante in cui il laser era spento. Il 20 febbraio Leif
Havik ed altri due testimoni videro una "lucina" rossa sfrecciare
vicinissima ai loro piedi. Non si riuscì a trovare una spiegazione per quella
esperienza a distanza ridottissima (ad esempio in termini di riflesso da luci di
abitazioni del paese più vicino).
Le velocità registrate dal radar andavano da zero a 30.000 km/h.
Delle 188 osservazioni registrate fra gennaio e febbraio alcune furono spiegate
come luci di posizione di aerei, altre come corpi astronomici, ma 53 rimasero
non identificate. Solo quattro foto, purtroppo, risultarono di qualità tale da
mostrare in dettaglio gli spettri delle luci. La lunghezza d'onda andava da 560
nm (nanometri) a 630 nm, che però era anche il limite superiore cui la
pellicola impiegata poteva rispondere. L'analizzatore di spettro non registrò
nulla d'insolito durante le osservazioni dei fenomeni, ma a volte si ebbero dei
curiosi "picchi" intorno agli 80 MHz.
Una caratteristica che ricorrerà spesso nei fenomeni registrati in via
strumentale è che, fin da quella prima campagna, nel 40% degli avvistamenti (nell'arco
di quattro giorni) si ebbero variazioni del campo magnetico. Contatore Geiger e
visore all'infrarosso risultarono inutili, forse perché &endash; secondo
gli studiosi &endash; i fenomeni erano molto lontani. Un altro corpo lasciò
una traccia sulla neve.
Nessuna attività sismica fu segnalata dal sismografo durante quel periodo.
I sorprendenti risultati della campagna furono discussi con i ricercatori delle
istituzioni scientifiche coinvolte e furono giudicati talmente interessanti da
consentire l'anno dopo, dal 13 gennaio al 10 febbraio 1985, il lancio di una
seconda campagna di osservazione che ottenne un maggiore appoggio istituzionale
e di personale. Ad essa &endash; che utilizzava strumentazioni analoghe a
quelle dell'anno prima anche se di miglior qualità - partecipò brevemente
l'astrofisico ed ufologo americano Joseph Allen Hynek, che aveva incontrato i
ricercatori del Project Hessdalen a Londra nell'agosto 1983, quando a quanto
stava accadendo fu concessa la prima grande pubblicità tra gli ufologi, e che
riteneva di grande importanza i fatti di Hessdalen, tanto da pensare alla
formazione di un gruppo internazionale di scienziati di prestigio, iniziativa
comunque mai neppure avviata a causa della repentina malattia e scomparsa
dell'astrofisico.
Questa seconda campagna diede però risultati deludenti. I fenomeni degni di
attenzione registrati furono pochissimi e le pessime condizioni meteorologiche
impedirono gran parte delle osservazioni sul campo. Nell'86 sembrava che le
apparizioni delle luci fossero del tutto cessate (se ne ebbero solo dieci, tutte
in autunno).
Sembrava il momento di tirare le fila.
Le opinioni erano divise. Nel marzo 1982 il fisico Thomas McClimans,
dell'Harbour and Watercourse Laboratory di Trondheim aveva parlato di fenomeni
di rifrazione atmosferica, dato che sembrava parecchie osservazioni
coincidessero con traffico aereo in transito nelle vicinanze. L'ufologo Odd-Gunnar
Roed, nonostante le reazioni "intelligenti" in apparenza constatate più
volte era dell'idea che i fenomeni fossero dovuti a cause naturali "complesse".
Erling Strand era molto più prudente. Se si trattava di un fenomeno naturale,
perché esso si era registrato solo a Hessdalen e per un periodo di cinque anni?
Paul Devereux ha scritto poi di esser convinto che si trattasse di luci
derivanti da attività sismiche che gli studiosi del progetto non erano stati in
grado di riconoscere a causa della loro inesperienza nella geofisica.
Un ambito di ricerca che solo raramente è menzionato riguardo ad Hessdalen è
quello rappresentato dalle attività di un gruppo norvegese di orientamento
scettico sui fenomeni insoliti, ossia il NIVFO. Dopo aver condotto parecchie
indagini sul campo, nel settembre '83 anche con l'ausilio di un apparato per la
misurazione della resistività elettrica dell'aria e del suolo, sotto la
direzione di Jan Krogh, responsabile dell'associazione per quella regione, dal 1°
aprile al 1° maggio del 1984 il NIVFO installò nella valle una stazione
meteorologica allo scopo sia di verificare l'ipotesi delle rifrazioni
atmosferiche avanzata da McClimans, sia quella &endash; avanzata fin da
subito da più parti - secondo la quale i fenomeni potevano essere ammassi di
plasma. Furono lanciati palloni meteorologici fino ad un'altezza di 1300 metri
in almeno venti occasioni. Krogh dedusse che nella zona si manifestavano sia
rifrazioni sia fenomeni di ionizzazione dell'aria. Molti altri casi sarebbero
stati spiegabili con cause convenzionali più banali. Il forte vento e la
presenza di un forte gradiente elettrico dell'atmosfera avrebbero favorito nella
vallata la comparsa dei corpi più insoliti, appunto sotto forma di plasma con
una vita molto superiore al solito. In effetti, un oggetto avvistato dal NIVFO
il 4 settembre dell'82 fece registrare al contempo un aumento sino a 100 volt/m
della resistività dell'aria rispetto allo zero misurato prima della sua
comparsa.
Il meccanismo generatore dei plasmi, si ipotizzava, poteva essere una vecchia
linea elettrica ad alto voltaggio che attraversa la valle.
I membri del "Project Hessdalen" si sono dissociati dalle conclusioni
del NIVFO, in primo luogo perché non si capiva come mai questi fenomeni
naturali avrebbero dovuto fluttuare così intensamente nel corso del tempo.
Un fatto che va senz'altro tenuto presente è che, come documentato da un libro
di Leif Havik, uno dei membri del "Project Hessdalen", insieme alle
osservazioni di luci si è avuto anche un certo numero di avvistamenti di "corpi
strutturati" scuri.
Fra il 1986 ed il 1993, ad ogni modo, il numero delle osservazioni fatte scese
quasi a zero, non è del tutto chiaro se per una diminuzione reale delle
manifestazioni o perché &endash; come di fatto è accaduto &endash; la
mancanza di fondi ridusse al minimo le attività di ricerca sul fenomeno.
Nella prima metà degli anni '90 il numero di segnalazioni era stabilizzato
sulle venti per anno.
Il "Project Hessdalen" è in sostanza sorto a nuova vita a partire dal
1994. Ciò in larga parte è dovuto al fatto che nel 1993 l'ing. Erling Strand
aveva creato, presso l'Istituto di Ingegneria Ostfold di Sarpsborg, nella
Norvegia meridionale, un'associazione per lo studio dei fenomeni luminosi non
identificati. Nel marzo dell'anno successivo si tenne a Hessdalen un convegno di
studiosi che di fatto sancì l'inizio di una "nuova era" nello studio
di questo tipo di fenomeni. Giunsero nel paesino oltre venti scienziati
provenienti da Giappone, Russia, Stati Uniti, Inghilterra, Italia, Austria,
Svezia e Norvegia. Molti erano fisici del plasma e studiosi di fulmini globulari.
Boris Smirnov avanzava l'idea che si trattasse di plasmoidi, G. Harnhoff quella
di gas ionizzati e tenuti insieme da un campo elettrico auto-limitato; David
Fryberger anch'egli parlava di gas ionizzati, ma innescati dai "vortoni",
campi elettromagnetici rotanti e "contenuti" da campi magnetici
accompagnati da intense scariche elettriche di cui ha lui stesso previsto
l'esistenza; Y. Zuo e Paul Devereux erano per la teoria della tensione tettonica;
E. Grigorev per un legame fra la ionizzazione dei gas atmosferici e l'attività
solare.
Un fatto importante è che con la riunione del 1994 l'astrofisico romagnolo
Massimo Teodorani ha fatto la sua comparsa ufficiale fra gli studiosi di
Hessdalen e di altri fenomeni analoghi. Dapprima Teodorani si è concentrato
sull'analisi dei dati già raccolti in passato, avanzando fin dal 1995 alcune
osservazioni sui possibili legami fra alcuni dei gruppi di fenomeni rilevati ad
Hessdalen, ed in specie che quelli magnetici e radio potessero essere legati
all'attività solare, ma rilevando al contempo l'assoluta stranezza di quanto
stava accadendo, visto che i più manifesti fatti luminosi sembravano in
apparenza estranei al Sole.
Al contempo, egli ha formulato numerose e articolate proposte per una
metodologia sperimentale d'indagine, volte anche a cercare di verificare
ulteriori teorie fisiche, di natura assai articolata (non escludendo del tutto
quella che le luci di Hessdalen siano, per così dire, il sottoprodotto della
presenza di tecnologie non terrestri in quella zona).
Nel '95 Strand e un altro ricercatore norvegese sono venuti in Italia, avviando
così una cooperazione con alcuni radioastronomi.
Dall'agosto 1998, finalmente, una stazione automatica di rilevamento fu
progettata e costruita sotto la direzione di Strand all'Istituto Ostfold di
Sarpsborg, che è intanto divenuto il centro vitale degli studi su Hessdalen.
Essa include una sofisticata videocamera a sensore CCD funzionante nello spettro
visibile collegata ad un computer e ad un videoregistratore ed un magnetometro.
Da allora, sono state registrate parecchie decine di immagini di fenomeni non
identificati, grazie all'attivazione automatica dei sensori.
Massimo Teodorani nei suoi numerosi saggi ha concluso che esiste un'evidenza
assai forte che il fenomeno di Hessdalen è associato a perturbazioni magnetiche
e radio e che spesso presenta una forte segnatura radar. Teodorani sostiene che
la teoria "solare" proposta dal fisico russo dell'Università di
Yaroslavl Edward Grigorev sembra avere dei punti a suo favore. Tale modello
suggerisce che un'interazione con l'atmosfera di particelle ad alta energia che
si generano in occasione dei massimi di attività solare darebbe il via a
processi di ionizzazione e alla conseguente generazione di globi luminosi, resi
più intensi da una specie di effetto "lente" in cui aree di
ionizzazione dell'alta atmosfera sarebbero focalizzate verso terra. A favore di
Grigorev per Teodorani starebbero i dati strumentali di vario genere (magnetometrici,
ecc.) registrati da Strand e compagni in occasione della missione del 1984.
Alla fine di giugno del 2000, su iniziativa di un gruppo di persone, in larga
misura aderenti al "Centro Italiano Studi Ufologici", a Bologna si è
costituito il "Comitato Italiano per il Progetto Hessdalen", che fra i
suoi scopi ha quello di raccogliere fondi per la ricerca sia sui fenomeni
norvegesi sia su eventuali fenomeni analoghi in Italia.
Sempre nel 1998, su progetto congiunto dell'Istituto di Radioastronomia del CNR
di Bologna dell'Istituto Ostfold nacque il progetto EMBLA, cui scopo è lo
studio, mediante ricevitori radio e spettrometri, del comportamento
elettromagnetico dei fenomeni luminosi. Nel mese di agosto del 2000, grazie
anche al supporto del CIPH, le apparecchiature sono state messe in funzione, ed
alle attività di ricerca hanno partecipato Massimo Teodorani ed altri
scienziati italiani. Acquisendo dati in maniera automatizzata, si voleva
rilevare le emissioni radio delle "luci", cercando di determinarne
distribuzione energetica spettrale, meccanismo di emissione e composizione
chimica.
Le strumentazioni, piuttosto sofisticate, includevano ricevitori VLF-ELF,
spettrometri, antenne a larga banda e analizzatori di spettro tutti sottoposti a
controllo computerizzato.
Fu registrato un gran numero di segnali anomali sia di tipo "spike"
sia "doppler", ma furono anche avvistati (e due volte fotografati)
fenomeni luminosi insoliti sotto forma di corpi pulsanti o fisse, di durata
variabile, anche intensissime. Si trattò di almeno sei tipi di fenomeni (luci
bianche a pulsazione irregolare; luci deboli con colore cangiante; lampi
puntiformi; lampi diffusi; luci disposte a triangolo; piccole luci immobili a
pochi metri dal suolo). Mentre i primi quattro tipi corrisponderebbero a quanto
già descritto dal "Project Hessdalen", gli altri sarebbero simili ad
avvistamenti fatti in altre parti del mondo dal carattere più tradizionalmente
"ufologico". Venivano anche avanzate le prime ipotesi sui meccanismi
fisici all'origine della fenomenologia radio, ossia la presenza di un
acceleratore magnetico, di natura sconosciuta, che emetterebbe particelle semi-relativistiche.
L'importanza cruciale di Hessdalen sta nel fatto che è grazie agli studi su
quegli eventi che lo studio strumentale delle EL, accompagnato dalle
osservazioni sul campo di Devereux e del suo gruppo e da ricerche precedenti di
cui si è già detto, ha perlomeno preso un posto altrettanto rilevante degli
approcci teorici e statistici in precedenza più importanti. Le tecnologie
impiegate, per quanto in una generale ristrettezza di mezzi, hanno mostrato la
concreta fattibilità della raccolta e dell'analisi di parametri fisici,
quantitativi, sulle EL e dunque l'opportunità di considerare con uno status
almeno pari alla tradizionale raccolta delle testimonianze "casuali"
ed improvvisate le osservazioni sistematiche di fenomeni aerei insoliti
ripetitivi e localizzati.
Malgrado Hessdalen, però, la controversia circa le cause generatrici delle
earth lights prosegue Nel suo saggio del '97 in precedenza citato Paul Devereux
era ancora piuttosto prudente. Dopo aver ricordato le analogie con i fulmini
globulari, i "superfulmini" e i "folletti" e i "red
sprites" scoperti nel 1994 nell'alta atmosfera, e anche le luci sismiche,
faceva notare come il problema rimanesse perché non tutti i temporali
generassero tempeste, non tutti i terremoti fenomeni luminosi, ecc. Le earth
lights "si inseriscono in questa gamma di misteriose luci che il nostro
pianeta genera". Pur ritenendo ci fosse senz'altro un rapporto con le luci
sismiche &endash; e forse con i fulmini globulari &endash; Devereux si
diceva "indeciso", perché le EL hanno "proprie caratteristiche
che le definiscono", e fra di esse il fatto che non occorrono né temporali
né terremoti per la loro comparsa. Inoltre (come a Hessdalen) la loro vita
media sembra essere superiore sia a quella dei fulmini globulari sia delle EQL.
Il fatto che si supponga trattarsi di un qualche tipo di plasma si
accompagnerebbe ad altri problemi: le EL sembrano "spegnersi" ed
"accendersi" rapidissimamente, essere in grado di inviare la luce in
maniera monodirezionale, esser dotate di massa ad un dato istante e del tutto
prive di peso un istante dopo. Devereux pertanto suggeriva che potesse trattarsi
di "eventi macro-quantali che mostrano al nostro livello percettivo
caratteristiche che probabilmente appartengono in qualche modo al fluttuante
campo probabilistico del primevo oceano quantistico subnucleare da cui sorge
tutta la materia e tutta l'energia".
Ricordava a tal proposito come il fisico David Fryberger stesse sviluppando una
teoria secondo cui le EL potrebbero essere dovute, come accennato a proposito di
Hessdalen, all'esotica particella subnucleare ancora sconosciuta che lui ha
denominato "vortone".
Problema ancor più imbarazzante e di nuovo da porre al centro dell'attenzione,
per Devereux, è che le EL in certe osservazioni sembrano mostrare la già
descritta forma di "intelligenza rudimentale". Citava altri casi del
genere, e si spingeva a non escludere che le "luci" possano
rappresentare "una forma di coscienza geofisica". Questa idea era
collegata agli studi d'avanguardia sulla coscienza di Roger Penrose e Stuart
Hameroff, che ad avviso di Devereux suggeriscono che la coscienza possa essere
una proprietà inerente allo stato dei quanti. Ricordava pure come fin dagli
anni '70 Persinger avesse elaborato il concetto di "geopsiche", ossia
la teoria secondo cui in certe condizioni potrebbero svilupparsi complesse
interazioni fra l'elettricità cerebrale e le energie geofisiche.
Inoltre, non si poteva negare neanche il ripetersi di episodi tipo poltergeist
in località interessate da EL, come nel villaggio inglese di Linley, nel 1913.
Insieme con Persinger, che nel 1986 con Livingston Gearhart aveva pubblicato in
merito un suo scritto, Devereux riteneva che migliori candidati per il
manifestarsi di questi "effetti collaterali" talora concomitanti alle
EL fossero cambiamenti improvvisi (verso l'alto) del campo geomagnetico.
Contro le obiezioni dei sostenitori dell'ufologia tradizionale, Devereux
concludeva che a volte i plasmi (di cui le EL potevano essere una variante) di
giorno potevano apparire come corpi metallici, che a volte le EQL erano state
descritte come di dimensioni di vari metri di diametro e di durata fino a dodici
minuti, ecc. Insomma, il "nucleo" degli avvistamenti "genuinamente
non identificati" poteva esser collocato nell'alveo delle EL.
E così chiudeva un paragrafo del suo saggio:
Con la crescita della ricerca sul campo e
con le prime letture strumentali legate ad osservazioni di luci non spiegate, la
sensazione generale è che sia solo una questione di tempo prima che si
verifichi un importante incontro scientifico con una luce tellurica. Per i
cacciatori di luci sarà un fatto importante al pari dell'atterraggio di un
disco volante nel cortile della Casa Bianca per un entusiasta degli ET.
Il settore "Luci Telluriche" della Commissione Fenomeni Luminosi in
Atmosfera del Centro Italiano Studi Ufologici, costituito nel 1999, ha avviato
varie iniziative di studio sulle EL. La prima è rappresentata dalla creazione
di una bibliografia generale sull'argomento la cui versione più recente conta
653 entrate. La potete trovare nella Terza Parte di questa monografia. Essa
include dati i più accurati possibili circa testi in varie lingue pubblicati
nel mondo a partire dalla seconda metà del XVII secolo, accompagnati talora da
un breve abstract sul loro contenuto. Sono inoltre in corso ricerche
storiografiche in biblioteche ed archivi destinate alla ricostruzione di altri
casi "storici" di luci telluriche verificatisi in Italia ed all'estero.
A partire dal dicembre 2000 è stata avviata la fase preliminare per la
creazione di un database denominato E.L.I.A. ("Earth Lights International
Archive"). Esso dovrebbe includere i dati essenziali relativi a tutte le
manifestazioni ripetitive di EL nel mondo. I campi da inserire sono finora: un
numero progressivo; la nazione; l'indicazione dello stato, regione, provincia,
contea, ecc. dove accadono i fenomeni; la località esatta; le coordinate
geografiche di essa; la prima data di osservazione dei fenomeni; l'ultima data
di osservazione dei fenomeni; i nomi locali del fenomeno; un sunto estremo delle
sue caratteristiche e le fonti relative al caso. Già nella fase preliminare di
raccolta dati, il numero di entrate ha superato le 150. La necessità
dell'acquisizione di dati di miglior qualità su molti degli eventi in discorso
costituirà l'occasione per stabilire o rafforzare scambi di dati con i
ricercatori stranieri attivi nel settore EL.
Altro obiettivo di rilevanza principale è costituito dalla ricerca attenta di
possibili siti italiani in cui attualmente siano in corso fenomeni del tipo in
discorso e dall'avvio di indagini sul campo su di essi. Per tale sforzo, saranno
impiegate le risorse umane ed organizzative e le metodologie del Centro Italiano
Studi Ufologici, anche se &endash; quale sotto&endash;obbiettivo di
quello enunciato &endash; ci sarà anche la possibile individuazione di
tecniche d'inchiesta specifiche per le EL. La prima fase di un'indagine su un
caso del genere è stata condotta fra il 2000 e gli inizi del 2001 nell'Italia
centrale da alcuni ricercatori del CISU, e si attendono i suoi approfondimenti
per una più organica valutazione degli eventi.
Il passo successivo e più ambizioso sarà, nel caso in cui le indagini su
qualche presunto episodio di EL ripetitive in Italia militino per la presenza di
caratteri ragionevolmente anomali, dalla possibilità di applicare nel nostro
paese tecnologie e metodi impiegati all'estero a partire dagli anni '70 (negli
Stati Uniti, in Norvegia, nel Messico, in Australia, ecc.) per cercare di
registrare e misurare in maniera più oggettiva le caratteristiche fisiche di
questi fenomeni.
Per una realizzazione ottimale di questi passi di studio, concepiti in maniera
piramidale dal primo all'ultimo, la Commissione FLA desidera la collaborazione
di tutti coloro che ritengono di poter fornire dati anche marginali o indiretti
relativi alle luci telluriche, in specie a casi italiani.
Di volta in volta, per spiegare le EL sono state invocate cause quali emissioni
di gas infiammabili dal terreno, effetti piezoelettrici sui minerali presenti
nel sottosuolo, miraggi, invenzioni giornalistiche, emissioni di plasmi, fulmini
globulari ricorrenti, fuochi di Sant'Elmo, fenomeni luminosi legati alla
tensione prodottasi nelle faglie sismiche e così via, sino ad altre più
esotiche, quali la presenza di "fantasmi", di "spiriti malvagi"
e di "basi extraterrestri". Lo scopo ultimo dei nostri studi è di
verificare la realtà di queste affermazioni e di queste esperienze.
Recentemente si e' parlato del mistero della
salita-discesa di Ariccia, una localita' nei pressi di Roma. Ne ha parlato anche
la puntata della trasmissione televisiva "Quark" che ha contribuito a
divulgare l'esistenza del fenomeno.
Questa stessa trasmissione ha rivelato anche l'atteggiamento di scetticismo che
circonda questo genere di fenomeni che mostrano una realta' che va oltre la
cortina dell'ovvieta' quotidiana.
In questo luogo apparentemente normale, in effetti si registra da sempre un
fenomeno quantomeno curioso se non misterioso: si tratta di un tratto di strada
provinciale che collega la localita' Ariccia a Genzano(?) dove si nota una
pendenza del manto stradale, dirigendosi da Ariccia verso Monte Cavo, in discesa
mentre ogni oggetto, dai corpi liquidi alle persone alle auto si comporta come
se si trovasse in una salita.
Questo insolito comportamento ha nel tempo alimentato varie ipotesi di
spiegazione: la piu' accreditata da coloro che sostengono la presenza di
qualcosa di "strano"e' che in quel posto vi sia una "discontinuita'
del campo gravitazionale "dovuta alla estrema vicinanza di ben tre ex
vulcani due dei quali ora sono laghi.
E'interessante evidenziare il fatto che tale fenomeno non e' un caso isolato in
quanto esistono altri luoghi nel pianeta con le stesse caratteristiche
geologiche e comportamentali. La scienza ha da sempre invece teso a banalizzare
l'insolito effetto con la spiegazione dell'illusione ottica.
Secondo questa versione quando ci si trova su quel tratto stradale si percorre
in realta' una pendenza contraria a quella percepita dall'occhio per cui se gli
oggetti avanzano stranamente in salita anziche'rotolare cio' e' dovuto al fatto
che mentre l'occhio percepisce ad esempio una salita ci troviamo in realta' in
una discesa perche' in effetti la strada va in discesa.
La scienza "ortodossa" ha piu' volte liquidato il problema dimostrando
che si tratta di un'illusione ottica perche' misurando la pendenza con una
semplice livella ad acqua, si rilevava una inclinazione del pendio opposta a
quella apparentemente percepita dall'occhio.
La misurazione in effetti sembrava confermare tale ipotesi e smentiva coloro che
affermavano che in quel posto si cela un fenomeno strano anche se spiegabile,
come e' stato gia' detto, con una teorie scientifica. Una giusta obiezione e'
stata mossa a questo metodo in quanto se davvero su quel tratto di strada esiste
un qualcosa che puo' influenzare il comportamento dei corpi che sopra vi
giacciono, anche la livella ne risentirebbe.
Rifiutando, quindi, di aderire ad una sperimentazione scientifica che ha come
primo scopo quello di screditare ogni fenomeno della natura che non trovando
apparentemente una spiegazione plausibile va comunque confinato tra le cose non
meritevoli di approfondimento, i soci del Club della Grotta di Merlino di Roma
hanno organizzato un sopralluogo sul posto con l'intento di verificare in modo
oggettivo e non aprioristico, quale fosse l'entita' del fenomeno.
La sperimentazione e' stata supportata dall'utilizzo di alcuni semplici
strumenti che potessero aiutarci nel capire meglio cosa accade: due altimetri (uno
elettronico e uno meccanico) una livella a bolla una bussola, una bottiglia con
dell'acqua, ...e una videocamera per documentare il tutto e raccogliere le
impressioni.
Si e' ritenuto opportuno procedere in questo modo: effettuare alcuni rilevamenti
(quattro per la precisione) nei punti piu' critici, ossia all'inizio e alla fine
della presunta salita-discesa e in due punti intermedi.
La prima impressione dei menbri del Club appena giunti sul posto e' stata quella,
unanime, di senso di smarrimento legata ad una sorta di instabillita' fisica e
in un certo senso anche di precarieta'psichica in quanto ci si sentiva tutti
quanti un po' "strani".
Prendendo come punto di riferimento il Monte Cavo (sud-est) e guardando in
questa direzione si ha immediatamente e nettamente l'impressione apparentemente
inconfutabile che ci si trovi su una discesa (ovviamente su una salita per chi
viene dall'altra direzione). Tanto sembra evidente questa realta' che ci sembra
impossibile credere all'affermazioni della scienza che smentisce categoricamente
questa possibiita'.
Guardando nella direzione opposta, cioe' verso qualla che sembra una salita, si
possono infatti osservare, fissando lo sguardo sul punto piu' alto,le automobili
giungere da questa direzione come fossero sul culmine di una salita e da qui'
iniziare una ripida discesa. Percependo questi valori in modo cosi' netto ci
sentiamo abbastanza sconvolti appurando che, sempre rivolti verso il culmine
della salita, i corpi apppoggiati sulla strada si comportano in modo contrario,
cioe'tendono a salire verso l'apice della salita anziche' scendere verso,
diciamo cosi', valle. Le automobili, ad esempio, posizionate con il cambio in
folle, risalgono da sole verso la salita, l'acqua versata sul manto stradale,
dopo essersi divisa in due rigagnoli che seguono l'andamento a dorso di mulo
della carreggiata, intraprende anch'essa la direzione verso il culmine della
salita, ecc.
La prima sorpresa la riceviamo quando notiamo una decisa discrepanza tra i
valori registrati con i due altimetri: quello elettronico, del cui ottimo
funzionamento eravamo certi, segnalava un graduale aumento dei valori verso
quella che sembrava il culmine della salita (confermando quindi sia la
percezione visiva e cioe' che quella che stavamo osservando in quel momento era
in effetti una salita, sia, percio',la stranezza del fenomeno relativa al
comportamento degli oggetti che sfidano le leggi della fisica; quello meccanico,
invece, (probabilmente meno influenzabile da forze esterne) segnalava valori
opposti, ossia decrescenti, dimostrando la realta' dell'illusione ottica perche'
in questo caso guardando la salita ci trovavamo invece su una discesa dando
quindi una spiegazione plausibile all'anomalo comportamento dei corpi posti
sulla strada. Come era possibile tutto cio', quale era la verita'?
La livella a bolla aveva rilevato all'inizio, (quindi guardando Monte Cavo,
ossia verso l'apparente punto piu' basso della discesa) un valore che confermava
la percezione visiva della discesa, ma in seguito i valori si sono
progressivamente invertiti dando ragione all'effetto ottico.
A questo proposito bisogna pero' segnalare l'irregolarita' del fondo stradale
che puo' tranquillamente trarre in inganno lo strumento.
Ritenevamo quindi piu' opportuno "fidarsi" dell'altimetro, ma non
sapevamo piu' che pesci prendere dato i contrastanti risultati ai quali eravamo
giunti.
Un fenomeno assai strano che merita di essere messo in evidenza e' stato
l'anomalo comportamento dell'altimetro elettronico in un particolare punto, in
prossimita' di quella che ritenevamo fosse il punto piu' alto della salita (direzione
opposta a Monte Cavo): qui' lo strumento, contrariamente agli altri rilevamenti
caratterizzati da una notevole stabilita', e' letteralmente impazzito in quanto
oscillava continuamente con una enorme escursione di valori. Perche', ci siamo
chiesti solo in questo punto? Se poi aggiungiamo che sempre solo in quel preciso
punto anche la videocamera ha iniziato ad avere un comportamento strano mai
notato prima, dovuto alla difficolta' di messa a fuoco (automatica) il mistero
si infittisce.
Abbiamo rilevato in seguito da un altro sperimentatore che anche a lui e'
capitato, con grande stupore, lo stesso identico fenomeno dell'altimetro
impazzito.
Come riprova abbiamo provato a vedere cosa succedeva spostandoci nella corsia
opposta ribaltando quindi la sensazione visiva per verificare se anche gli
strumenti facevano la stessa cosa.
Con grande stupore abbiamo riscontrato che alla conferma da parte delle
misurazioni che si era in presenza di un effetto ottico, seguiva invece una
notevole amplificazione delle sensazioni fisiche e mentali che avevamo gia'
colto dall'altra parte.
Qui' si notavano con maggiore evidenza i classici sintomi del comportamento
anomalo degli oggetti (in particolar modo impressionante era vedere un pullman
turistico letteralmente trascinato, con motore spento, verso la salita e la mia
automobile fare lo stesso senza nessuno alla guida.
Ma la cosa strana era la comune percezione di precarieta', instabili, una
sensazione niente affatto spiacevole, ma vi assicuro strana.
Suggestione?! puo' darsi, ma non credo...e poi perche' una cosi' differenza da
una corsia all'altra?
Accettando pure la teoria del fenomeno ottico, rimane pero' un altro mistero che
non siamo riusciti a svelare: guardandosi intorno abbiamo notato che non
esistono assolutamente parametri, punti di riferimento tali da poter trarre in
inganno il cervello. Non esiste un orizzonte non ci sono pianure, edifici o
qualsiasi cosa l'occhio di solito usa per traguardare le pendenze.
Si ha solo una fitta vegetazione che costeggia la strada e null'altro, per cui
la conclusione o meglio l'inquietante interrogativo a cui siamo giunti e' dove
il cervello pesca i dati per comunicarci l'illusione ottica?
Anche se non si e' riuscito a mettere un punto definitivo a favore di una tesi o
dell'altra, e' rimasta in noi la netta sensazione che li' c'e' qualcosa che non
torna con la normale percezione della realta'.
Non lo possiamo affermare con certezza ma se da una parte la teoria che il luogo
in questione e' situato nell'intersecazione di tre grandi aree vulcaniche e con
cio' subisce l'influenza di queste masse energetiche non puo' essere confermata
totalmente in quanto non abbiamo rilevato in proposito comportamenti strani
della bussola, dall'altra liquidare la faccenda con la questione dell'illusione
ottica come ha fatto la scienza uficiale, ci sembra banale e limitante perche'
come abbiamo visto ci sono cose che sembrano non trovare una spiegazione
esauriente.