La
Verità
nella Immagine
Una nuova teoria fondata sul
paradigma olografico per un approccio unitario al
sapere antico e moderno
Sabato
Scala
La visione matura e fruttuosa del sapere, sia che si tratti del complesso delle conoscenze dell’Uomo che di quelle di un singolo individuo, passa per la capacità di sintesi e di unificazione del conosciuto; tale processo, con termine abusato, potremmo definirlo come “approccio olistico” al sapere.
Questa breve, ma credo corposa opera, fornisce, nei limiti delle mie capacità espositive, ciò che credo sia il miglior compendio del mio viaggio – ricerca compiuto nei diversi campi dello scibile che hanno stimolato la mai curiosità fino ad oggi.
Ciò che sottopongo al paziente lettore, non rappresenta di certo un punto di arrivo ma solo che un passo intermedio che di certo rivedrò in futuro, non per stravolgere l’approccio ma per arricchirlo e formalizzarlo in maniera scientificamente più corretta, verificabile, riusabile ed ampliabile.
I contenuti di questo piccolo volume sono il frutto del lavoro di sintesi operato per la realizzazione del materiale espositivo per varie conferenze da me tenute negli ultimi tre anni..
Come ogni ricercatore sa, se è facile e stimolante affrontare una nuova ricerca, molto meno piacevole e molto più difficile è soffermarsi a “mettere insieme” in forma coerente ciò che si è “trovato” nel corso delle peregrinazioni della propria mente, ecco perché, con piacere e senza mai chieder nulla in cambio ho, forse immodestamente, accettato svariate volte di esporre le mie idee nel corso di convegni e momenti di riflessione pubblica.
Questi momenti mi hanno consentito sia di affrontare questo oneroso compito di sintesi, sia di interagire con le domande del pubblico. E’ solo grazie alla interazione con gli altri con cui ho avuto occasione di dialogare e confrontarmi che oggi posso proporre con questo primo tentativo di esposizione organica ed unitaria, il meglio delle mie ricerche.
Credo che i pochi semi che provo a gettare in questo breve testo possano essere di aiuto e fruttificare nelle menti di tutti coloro che cercano una strada razionale e nel contempo spirituale per affrontare i grandi interrogativi che la vita ci pone.
Sabato Scala
Il desiderio di dominio, motore primo dell’agire umano
Il desiderio di dominio sui propri simili e le fasi della
conquista del potere
L’idea dell’Uomo-Dio e la figura di Ermete Trismegisto.
Il processo di ascesa dell’Uomo a Dio: la Gnosi cristiana
La leggenda del Graal ed il segreto della illuminazione
divina
Dall’Ologramma all’Universo Olografico
Il funzionamento matematico e fisico dell’olografia
Comportamento olografico nel processo mentale
L’apprendimento nei modelli neurali
La capacità previsionale della mente
Le Meditazione analizzata attraverso il modello
olografico
La nascita del
Sapere Simbolico-Olografico
La nascita del sapere simbolico ed archetipico
Il potere creativo “magico” del sapere archetipico.
Alfabeti come modelli archetipali
Fisica
Unigravitazionale e natura Olografica dell’Universo
La possibile natura unitaria dei campi elettromagnetici e
gravitazionali
Il segreto della creazione nella propagazione a spirale
delle onde
La Cabala ebraica
esempio: perfetto di sapere Simbolico-Olografico
Il modello rappresentativo archetipico della realtà
nell’alfabeto ebraico
Il Sefer Yetzirà e la Ghematria
Il Sefer Yetzirà come sistema simbolico e archetipale di
rappresentazione della conoscenza
Simboli del
sapere archetipico ed olografico disseminati nell’arte medievale
La chiave gnostica nel Mosaico di Otranto
L’albero nel mosaico e la Cabala
L’architettura del Tempio gnostico secondo Filippo
Iniziazione templare nel 30mo grado del rito massonico
La Maddalena nelle Basiliche di Cimitile
Analisi dei processi di formazione del Potere
Che cosa muove l’agire umano? Una domanda in apparenza assai complessa che ha avuto molteplici risposte, nel corso della storia in relazione alle diverse civiltà e sulla base delle differenti culture.
Tra quelle possibili ci piace, a titolo di esempio, segnalare la risposta fornita dal secondo trattato del Corpus Hermeticun[1], sebbene essa si riferisca non all’agire umano, ma a quello divino e non tratti i principi che sono alla base delle attività umane, ma a quelli che stimolano il moto del Cosmo.
Secondo questo antichissimo scritto, ciò che muove il Cosmo non è l’intelletto divino, il Nous, ma lo stimolo all’azione che è il motivo della esistenza stessa di Dio.
Se applichiamo il medesimo principio all’uomo, possiamo affermare che la causa prima dell’agire umano non può essere l’intelletto che trasforma pensiero in azione, ma lo stimolo che spinge l’uomo ad agire ovvero il Desiderio; ma come possiamo definire il Desiderio?
Il Desiderio è la manifestazione di un bisogno, esso può essere visto come la risposta organica ad una carenza o alla assenza di “cose” che sono necessarie all’uomo. Il Desiderio stimola la risposta umana che si sviluppa in tre distinte fasi l’analisi dello stato, la individuazione di soluzioni. e la trasformazione di tali soluzioni in un insieme coordinato di movimenti del corpo, che devono portare al soddisfacimento del bisogno.
Esistono, quindi, una serie di stimoli comuni a tutti gli uomini, che lo accompagnano fin dalla nascita e che costituiscono parte integrante dell’agire “istintivo”.
L’istinto, come una sorta di sensore di carenza, produce un segnale in conseguenza di una particolare carenza di elementi fondamentali per l’uomo e di conseguenza genera il corrispondente desiderio di soddisfacimento.
Eppure esiste, a nostro avviso, un particolare desiderio che è, esso stesso, lo strumento ed il motore primo dell’azione: il Desiderio di Dominio.
Non vi è infatti, possibilità di soddisfacimento di qualunque desiderio e quindi di colmare qualunque tipo di carenza, se l’uomo non riesce a controllare, con il pensiero, le proprie azioni e quindi il proprio corpo.
Per poter soddisfare un bisogno è, infatti, necessario muovere il corpo in maniera coordinata, ed è questo desiderio che leggiamo negli occhi di un neonato, intento a compiere miriadi di tentativi di stimolazione del suo corpo.
Il soddisfacimento di un qualunque desiderio e quindi del bisogno che lo aveva prodotto deve dare vita se una serie di azioni e quindi deve scatenare, necessariamente, il desiderio di “comandare” e controllare il proprio corpo in maniera sufficiente a produrre il soddisfacimento.
Il desiderare di controllare elementi esterni a ciò che percepiamo come Noi Stessi è, quindi, il primo tra tutti i possibili desideri. Esso è un desiderio di controllo o, se si vuole, di dominio che parte dal Se per poi estendersi, man mano nel mondo esterno ampliando, via via, il confine di ciò che si desidera controllare. in relazione all’aumentare della complessità delle esigenze e quindi dei desideri personali.
Questo è ciò che identificheremo, di qui in avanti, come Desiderio di Potere o di controllo.
Una definizione del termine “Potere” passa, a nostro avviso, attraverso la definizione delle fasi attraverso cui l’uomo cerca di espandere la propria capacità di controllo su ciò che è diverso da quello che egli percepisce come il Se per distinguerle da ciò che percepisce come Esterno al Se diverso da se.
In questa accezione il Se è ciò che esiste al di fuori del proprio pensiero e quindi del propria mente, ma invia ad essa stimoli sensibili diretti.
E’ questa risposta “sensibile” che ci consente di separare ciò che siamo noi da ciò che è il mondo esterno a noi.
Infondo è in questa risposta sensibile che l’uomo acquista Coscienza di Se.
In altre parole sono gli stimoli sensibili che ci pervengono dal nostro corpo che ci fanno acquisire Coscienza di ciò che siamo e che differisce dal mondo esterno.
Tipica è, ad esempio, la strana sensazione di estraneità al che ci perviene quando parti del nostro corpo divengono “insensibili” nonostante il loro moto sia ancora controllabile dal nostro pensiero.
Ma se questo è ciò che chiamiamo Coscienza, come possiamo definire lo stato di Incoscienza? Ebbene esso non è null’altro che l’assenza di una elaborazione e di una risposta del nostro pensiero agli stimoli che ci arrivano sensi..
In pratica una attività Incosciente è una attività non elaborata e presente al nostro pensiero, che è l’effetto di uno schema mentale acquisito. Tale schema non viene perturbato dalle azioni prodotte, non esiste, quindi, una verifica ed una analisi delle azioni compiute per migliorarne gli effetti, ma esse vengono messe in pratica in maniera “irrazionale” ed automatica.
Torniamo, però, alla nostra disamina del Desiderio di Potere e proviamo a ricapitolare quanto detto.
Il processo di acquisizione del controllo e del potere parte con la conoscenza del Se corporeo e del proprio fisico. Tale conoscenza avviene nella primissima infanzia e procede tutta la vita, man mano che la complessità delle azioni richiede l’acquisizione di una nuova capacità di moto, più complessa, armonica e sincronizzata con il pensiero.
Questo processo passa attraverso la costruzione di una serie di quelli che possiamo definire come pensieri di moto, ovvero di schemi mentali di pensiero, ciascuno dei quali è associato ad una gerarchia di movimenti dal più complesso al più elementare, che abbiamo scoperto empiricamente con l’esercizio fisico.
La sequenza di soddisfacimento di un desiderio, parte dall’avvertire la mancanza di qualcosa che avvertiamo quando si manifestano uno o più istinti.
Ad essa segue al’analisi delle soluzione e infine la individuazione della soluzione come sequenza di azioni da compiere attraverso il proprio corpo.
Ogni azione , più o meno complessa, è associata ad una gerarchia di “pensieri di moto”.
Ogni pensiero di moto, si comporta come uno schema di microazioni che, con il tempo diviene automatico o Inconscio, per poter essere attivato da solo o come una componente elementare dei pensieri di moto complessi e coscienti.
Ogni qual volta questi schemi motori, o pensieri di moto, non sono più in grado di soddisfare appieno la necessità di azione e quindi non rispondono pienamente alla soluzione individuata, si procede ad una nuova analisi empirica ed alla individuazione empirica di una nuova serie di movimenti e dei corrispondenti nuovi schemi e pensieri di moto.
In questo modo miglioriamo la nostra “abilità fisica”.
Conoscere se stessi è la prima fase, quindi, in cui si esplica il desiderio di potere o di dominio: il Dominio di Se.
Attraverso il desiderio di Dominio del Se si impara a dominare la propria mente ed in proprio fisico per indirizzarli ad un preciso obiettivo, ed infine si impara a convogliare le forze fisiche e mentali per il soddisfacimento di un bisogno o per il raggiungimento di un obiettivo.
Da questa prima analisi emerge come il desiderio sia, di per se, la coscienza di una assenza che si vuole colmare e quindi di una propria “passività” ovvero di una “passione” rispetto al mondo esterno.
La essenza stessa delle passioni manifesta, da un lato la mancanza, dall’altro la sudditanza al Mondo che, se non superata con il “dominio”, scatena insoddisfacimento e quindi dolore.
Citiamo, a questo proposito, nuovamente Corpus Hermeticum che nel sesto trattato analizza, con lungimiranza, la valenza cosmica di questa riflessione.[2]
Partendo dalla associazione passione, passività, assenza di qualcosa, il testo ragiona sul legame tra questa mancanza e la “Passione” ovvero il desiderio che essa determina.
Dio, secondo il testo, non manca di nulla e quindi non c’è nulla che possa desiderare e che, con il desiderio, generi sentimenti come il dolore per la perdita, rabbia per incapacità di controllo, gelosia per la coscienza di una superiorità d’altri rispetto a se stesso.
La riflessione su Dio si estende, poi, alla analisi della possibilità che il Bene Assoluto, come essenza prima di Dio, possa essere contenuto nel mondo.
Come Dio è in ogni cosa ma non è contenuto in alcunché, così il Bene, sostanza prima di Dio non può essere in ciò che è generato ma solo in ciò che non è generato e quindi non è terreno ne materiale.
Da questa analisi il testo perviene alla impossibilità di concepire e realizzare il Bene perché il Bene non è di questo mondo poiché l’uomo è soggetto a mancanza, a desiderio e a passioni.
Il superamento della propria schiavitù al Mondo consiste nel superamento della propria “passività” ad esso e quindi alle Passioni: ecco il principio ultimo che accomuna tutti i movimenti iniziatici nelle diverse epoche e culture.
Infondo, superare la Passione, ovvero il desiderio, è superare la schiavitù legata alla necessità di soddisfacimento dei bisogni.
Con tale superamento si ci libera anche della serie di moti dell’animo e quindi di sentimenti controversi che si determinano al variare delle condizioni di soddisfacimento.
Se la passione è il motore che corrompe l’uomo spingendolo all’azione e quindi alla schiavitù al Mondo, la liberazione dalle passioni è il processo salvifico, che libera l’uomo e gli concede il “riposo” dal frutto delle passioni.
In questa accezione, il Moto è la manifestazione evidente della schiavitù del divenire e del mutare.
Su questa ulteriore riflessione interviene, ancora, il Corpus Hermeticum nel quarto trattato.[3]
Tutto ciò che è generato è imperfetto e divisibile.
Dividere vuol dire separare attributi e quindi fare “accrescere” alcuni attributi a scapito di altri che tenderanno a “diminuire” creando carenza e quindi desiderio.
Il moto di nascite e morti è, appunto, in questo continuo accrescersi e diminuire della materia che si trasforma senza mai scomparire .
Nel trasformarsi e dividersi, la Materia, genera, nel caso dell’uomo, carenza e desiderio con i conseguenti sentimenti e passioni.
La fase successiva al controllo del Se consiste nella necessità di acquisire il controllo sulla Natura.
Una volta acquisito il controllo sul Se, infatti, l’uomo inizia ad analizzare, comprendere quindi prevedere il mondo che lo circonda per prevenire l’azione di questo su di Se ed agire per controllare le forze che lo dominano.
Ma la fase che più ci interessa ai fini della nostra analisi del Potere in senso lato, è quella scatenata dal desiderio di potere è di controllo sui propri simili.
Tale desiderio viene dalla presa di coscienza della lotta necessaria contro i propri simili per l’acquisizioni del controllo e del potere sul Mondo: tale desiderio è il motore delle azioni atte a vincerne la Concorrenza.
Tratteremo questo particolare desiderio di potere nel successivo capitolo.
Pur nella pluralità delle condizioni che determinano la conquista del potere da parte di alcuni uomini su altri, possiamo sicuramente identificare alcuni elementi comuni e generali che caratterizzano il processo della Presa di Potere.
Abbiamo visto come il desiderio di controllo e potere è legato alla necessità di soddisfacimento di alcuni bisogni e quindi alla acquisizione di controllo sui mezzi che consentono il soddisfacimento stesso.
Se, però, non si desidera acquisire il controllo sui mezzi di soddisfacimento, ma direttamente sui propri simili al fine di operare in modo da asservire questi al soddisfacimento dei propri bisogni, è necessario individuare, prima di tutto, alcuni bisogni primari il cui soddisfacimento è imprescindibile.
Il soddisfacimento, infatti, produce un insieme di azioni che comportano dispendio di energie e quindi Fatica con la conseguente ulteriore perdita di risorse ed ulteriore carenza di energia con conseguenti ulteriori richieste di soddisfacimento.
Entra, quindi, in gioco la necessità di fare Economia di risorse cercando di minimizzare il dispendio e massimizzare il risultato.
E’ in questo meccanismo economico primario scatenato, comunque, da una originaria esigenza di dominio finalizzata al soddisfacimento di bisogni, che c’è il perverso meccanismo alla base delle società che applicano il “liberismo” senza alcun sistema di “controllo” e supervisione.
Approfondiamo questo aspetto.
Il massimo livello di economia possibile nei confronti di un desiderio e quindi delle azioni necessarie a soddisfarlo, è non compiere alcuna azione, ma delegare ad altri il soddisfacimento dei propri bisogni.
Questa possibile risposta è, di conseguenza, legata ad un desiderio profondo di “dominio”, più o meno palesato e realizzato, sugli altri, finalizzato ad asservire questi ai propri bisogni.
E’ questo, infatti, il limite massimo cui tende il singolo se la collettività non argina sistematicamente, il desiderio di prevaricazione.
Esempi di tali bisogni primari cui l’uomo è soggetto, sono: fame, sesso, tempo, piaceri, felicità.
Per acquisire Potere e quindi dominare su altri é sufficiente individuare uno di questi bisogni e creare le condizioni che determinano la privazione dei mezzi di soddisfacimento con il corrispondente stato di dolore per la impossibilità di pervenire ad esso. Le fasi per generare le condizioni di privazione sociale relativamente ad uno o più bisogni primari sono:
· La distruzione delle fonti di approvvigionamento alternative attraverso guerre
· L’acquisizione del possesso e possibilmente del monopolio di quelle rimanenti
In tal modo si tende a divenire l’unico fornitore (Monopolista) per le fonti di soddisfacimento di un bisogno, che vengono offerte in cambio di servizi tesi a porre in stato di sudditanza o meglio di schiavitù altri, per il soddisfacimento dei propri bisogni.
Laddove esistono entità monopoliste esistono, necessariamente, condizioni di prevaricazione e livelli più o meno sofisticati di schiavitù che si esplica in un ingiustificato asservimento di gruppi di persone ad altri al fine di produrre il soddisfacimento non remunerativo dei bisogni di questi ultimi.
Una volta acquisito il controllo di una fonte di soddisfacimento di desideri primari è necessario stabilizzare il potere acquisito.
Anche in questo caso è possibile proporre un canovaccio tipico per la stabilizzazione del potere.
Tale processo passa per una prima e necessaria fase: la analisi della concorrenza e la conseguente eliminazione dei concorrenti.
L’eliminazione della concorrenza varia a seconda delle condizioni al contorno e della possibilità di muoversi più o meno liberamente, nell’ambito di una serie di vincoli sociali e strutturali.
In linea di massima la eliminazione della concorrenza può essere:
· Fisica: ovvero l’assassinio di singoli o gruppi, possibile nell’ambito di regimi autoritari ove chi controlla il potere ha anche il controllo della produzione delle leggi e soprattutto degli strumenti per farle rispettare.
· Morale e sociale: è, invece, strumento più complesso, tipico delle democrazie, che, a fronte della impossibilità di operare la eliminazione fisica nell’ambito delle leggi di tutela del singolo e dei gruppi e a fronte della impossibilità diretta di controllo monopolista del potere, sfrutta gli strumenti di annullamento sociale dell’individuo o dei gruppi attirando discredito sulla concorrenza.
Una volta eliminata la concorrenza vanno, poi, eliminate le cause che potranno in futuro generare altra concorrenza.
Questa fase passa, sia nei regimi totalitari che in quelli democratici, attraverso il controllo delle fonti di informazione e di conoscenza.
La informazione libera provoca diffusione di pensiero e quindi conoscenza dello stato delle cose, della propria sudditanza e, nel caso di un comune e diffuso stato di disagio, la coscienza della ampiezza di esso e quindi la creazione delle condizioni per la coallizzazione di coloro che provano tale disagio.
La informazione, altresì, elimina la possibilità di “agire nell’ombra” e quindi di mettere a tacere informazioni o azioni dannose al processo di mantenimento del potere che possono essere sfruttate dai concorrenti..
Parimenti la diffusione della conoscenza libera, genera, prima o poi, la messa a disposizione delle informazioni necessarie per il controllo sociale che mantengono la loro forza solo se sono monopolio di colui o coloro che detengono il potere.
E’ evidente che lo stato che nell’ambito delle discipline economiche viene identificato come Concorrenza Perfetta, anche se esistessero davvero tutte le condizioni per fare in modo che ci sia una lotta completamente pari tra i concorrenti, è, comunque, uno stato iniziale, transitorio e breve di quella che è a tutti gli effetti una guerra per l’annullamento dell’altro.
Tale guerra non può, ovviamente, che portare alla eliminazione di alcuni concorrenti grazie a coalizzazioni ed alla nascita di quelli che vengono denominati Oligopoli.
E’, quindi, l’Oligopolio o il Monopolio, la condizione di equilibrio stabile del mercato e della società che elimina i piccoli e coalizza i grandi a scapito delle Masse asservite ai bisogni di pochi e private delle risorse e dei mezzi di soddisfacimento.
Ma come si perviene al controllo della conoscenza e della informazione, strumento primario del processo di Acquisizione del Potere?
In regimi totalitari l’informazione viene convogliata su pochissime, e quindi più controllabili, fonti procedendo alla eliminazione delle possibilità di ingresso nel mercato della informazione, di fonti alternative.
In regimi democratici il metodo è analogo ma reso più complesso dalla pluralità delle fonti. Di conseguenza è necessario acquisire le fonti di informazione e, attraverso la produzione di Leggi “Ad Hoc”, assicurarsi che la concorrenza venga fortemente ridimensionata.
E’, quindi, essenziale che l’azione economica e sociale venga affiancata da una serie di referenze politiche potenti e compiacenti, che adeguino l’impianto normativo, di volta in volta, alle esigenze di acquisizione di questo o quell’oligopolio.
Vediamo, invece, cosa accade in relazione alle fonti di produzione della conoscenza
In regimi di tipo totalitario la diffusione della conoscenza viene semplicemente impedita a monte, selezionando la conoscenza divulgabile da quella “segreta e/o iniziatica”, e controllando direttamente la produzione di conoscenza attraverso il controllo dei centri di formazione sociale: scuole, università, centri di studio e ricerca.
In regimi democratici il controllo della conoscenza passa attraverso il controllo del sistema di “attendibilità delle fonti” ovvero attraverso la costituzione dello scientismo.
Una volta individuati alcuni centri di formazione controllati attraverso gerarchie interconnesse di formatori asserviti direttamente o indirettamente al potere, si crea la base informativa e mediatica per trasformare questi centri, in poli primari di formazione.
Fatto ciò, essi vengono caratterizzati come esempi di canone scientifico e giudici della attendibilità delle fonti della conoscenza, della formazione e della informazione culturale.
Fonti di cultura, formazione e conoscenza, non giudicati attendibili, vengono sistematicamente denigrati con una azione della cultura ufficiale e del potere, sugli strumenti di informazione parimenti controllati dal potere.
Tale azione provoca la messa al bando e la denigrazione sistematica e “scentista” degli oppositori culturali attuata divulgando la inattendibilità delle fonti e della contro-cultura e dei relativi produttori.
Il controllo della informazione e della cultura ha, come scopo principale, la determinazione delle condizioni che impediscono una presa di coscienza sociale delle proprie condizioni di semi-schiavitù al potere.
Perché ciò accada, nella impossibilità di evitare del tutto, specie in regimi democratici, la divulgazione di contro- informazioni e contro-cultura, è necessario introdurre il germe della diffidenza e della sfiducia nel cambiamento.
In regimi totalitari l’uso di delatori e spie crea le condizioni di terrore che fanno in modo che non ci si possa fidare di alcuno.
In regimi democratici il principio è lo stesso, ma gli strumenti sono più sofisticati ed il controllo più nascosto ma non per questo meno intuibile.
Talora, in regimi democratici, è sufficiente una serie ben mirata di “esempi” di controllo totale, nonostante la esistenza del controllo democratico, appositamente fatti circolare sulle fonti di informazione, per generare diffidenza e sfiducia nel cambiamento.
In buona sostanza se la legalità viene divulgata, attraverso i media controllati, come un ostacolo ed un limite solo per un per coloro che non detengono il potere, e se essa viene fatta sentire come strumento opinabile e flessibile a vantaggio di coloro che detengono il potere, si incute nelle masse la sensazione, non solo di una disparità sociale, ma di una inaffidabilità del sistema delle norme e di coloro che le fanno rispettare.
La legge viene, quindi, grazie alla opportuna azione mediatica, avvertita come strumento di schiavizzazione del potere sulle masse anziché indispensabile strumento di tutela degli interessi comuni.
In regimi democratici, é proprio, quindi, il pericolo di ritorsioni morali e di isolamento sociale, dovute alla divulgazione della propria contrarietà allo stato di cose che induce al silenzio ed impedisce la coalizzazione.
La nascita della Rete Informatica internazionale (Internet), ha posto un nuovo problema alla nascita degli oligopoli di potere poiché consente la divulgazione incontrollata di informazioni, ma anche in questo caso la Rete può divenire un arma a doppio taglio.
Nella impossibilità di controllare la produzione della informazione, anziché produrre controinformazione, è possibile generare un filone di notizie che sembrano concordare con quelle che si vuole eliminare.
Questo filone invade la rete con informazioni verosimili controllate che producono la polarizzazione della attenzione su alcune notizie “scandalistiche e sensazionalistiche” facendo leva sui meccanismi della attenzione del pubblico.
Una volta che il flusso informativo è stato dirottato saturando la Rete e rendendo non più facilmente riconoscibile la fonte primaria della informazione veritiera, viene prodotto il lancio della “Bomba informativa”, ovvero la rapida circolazione della notizia che dimostra palesemente che tutte le informazioni verosimili, artatamente fatte circolare, erano palesemente false.
In buona sostanza si produce la messa al bando o in dubbio anche sulla informazione “buona” associata a miriadi di informazioni false fatte circolare artatamente.
Questa efficace tecnica di depistaggio, è adoperata con successo in diversi settori e produce il duplice effetto della sfiducia nella notizia, della diffidenza nella fonte e dell’isolamento e rigetto del mezzo stesso di divulgazione saturato con masse di informazioni fasulle.
L’ultimo elemento di controllo sociale, comune ad entrambe i regimi, democratico e dittatoriale, è la determinazione di un “funzionamento della macchina sociale” che impedisca all’uomo di riflettere, riducendo i tempi, i momenti ed i luoghi di riflessione personale e comune.
Lo sgretolamento delle strutture sociali di incontro e scambio culturale è elemento essenziale per l’isolamento sociale ed il controllo culturale ed informativo.
Tale sgretolamento parte dalla dissoluzione dello strumento educativo cardine della società: la famiglia.
Sia in regimi totalitari che in regimi democratici, il primo passo è l’asservimento del tempo del singolo, alla produzione e, comunque, la riduzione drastica del tempo e delle energie che il singolo può dedicare alla famiglia ed alla educazione dei figli.
In quest’ottica, l’educazione deve passare attraverso i canali di formazione ufficiali e mediatici e non deve avere alcuna mediazione dei genitori.
La famiglia deve essere avvertita come strumento per generare figli e lasciarli allo Stato come materia prima per la schiavizzazione più o meno sofisticata e quindi l’asservimento all’interesse delle oligarchie di potere.
Per operare questo, la famiglia deve divenire un luogo di conflitto, di peso, e, una volta asservita alla funzione di generazione di prole, deve essere avvertita, da coloro che sono generati nel suo ambito (figli), come una entità inutile e talora dannosa per il mantenimento della propria libertà individuale.
Una politica di sgretolamento sistematico della famiglia passa attraverso la politica della de-responsabilizzazione e della messa al bando dei punti di riferimento sociale con la creazione delle condizioni di conflitto interno, acuite dalla mancanza del tempo da dedicare al dialogo.
Tale tempo solitamente, viene sottratto dal sistema del lavoro a tempo pieno e dalle prospettive di “carriera” e quindi di scalata sociale.
Tutto ciò che attiene la stabilità della famiglia è stato sistematicamente minato nell’ultimo secolo.
La messa in discussione della ripartizione del tempo e delle attività tra padri e madri, con la focalizzazione della produzione delle fonti di sostentamento su uno dei due componenti (solitamente l’uomo), lasciando all’altro (solitamente la donna), il governo della evoluzione sana della famiglia, è stato il primo passo della disgregazione della Famiglia.
Con la prospettiva di una presunta parità dei sessi ma con l’obiettivo di ridurre il costo del lavoro, si è progressivamente operato tagli di salario che hanno costretto i genitori ad accedere entrambe al mondo del lavoro sottraendosi alla famiglia.
Venendo a mancare il riferimento “forte” dei padri, che doveva dare certezza e sicurezza nell’impegno costante e sistematico per la famiglia e nella potenza del senso di responsabilità, si è minata la forza stessa della coesione familiare.
Venendo a mancare il riferimento “accondiscendente ed amorevole” delle madri insieme alla dedizione alla famiglia che esse fornivano con la loro guida sistematica della crescita dei minori e l’accudimento delle necessità domestiche, si è privati i giovani della primaria fonte di dialogo, del riferimento fisso al sacrificio ed alla dedizione al bene comune, della fonte prima della forza e costanza di un impegno d’amore rappresentato dalle madri delle famiglie di inizio secolo XX.
Giovani privi di punti di riferimento, di educazione, d’amore, privati del tempo nella famiglia e della famiglia, di cui avevano diritto, allontanati anche da quello dei due genitori (solitamente le madri) che trascorreva con loro la maggior parte del tempo, sono divenuti preda delle fonti di informazione e formazione del potere, ed a questo scopo sono stati asserviti.
La promozione degli strumenti legali di sgretolamento e de-responsabilizzazione familiare come lo strumento delle separazioni e del divorzio, con una agevolazione sistematica delle modalità di applicazione degli stessi, ha privato il matrimonio (civile o non) e la famiglia, di ogni tipo di valenza sociale.
Lo stesso favorire l’affidamento alla donna e non all’uomo anche in condizioni di evidente violazione contrattuale (esempio instaurazione di una relazione extraconiugale stabile e la conseguente separazione), é stata finalizzata, da un lato ad una de-responsabilizzazione totale del maschio come riferimento forte alla stabilità della famiglia ed alla stabilità della guida formativa dei giovani e, dall’altro, alla assegnazione della responsabilità della educazione alla componente, per sua natura, mediativa e “debole” della coppia: la donna.
Figli maschi e femmine, privati dei riferimento forte e duro del padre, sostituito da compagni delle madri, spesso mutevoli e sicuramente non interessati alla matura crescita di figli non propri, sono rimasti in balia del disorientamento totale.
Essi non hanno avuto la possibilità di avere un riferimento forte e paterno quale limite alla libertà personale per il bene proprio e della famiglia e sono, quindi, divenuti facilmente plasmabili come argilla nelle mani del potere.
A fronte della totale mancanza di limiti della gioventù interviene, infatti, in età matura, l’impatto disastroso con la società e con il mondo del lavoro che quei limiti, negati alla famiglia, li pretende per se e per il mantenimento del profitto delle oligarchie di potere.
La stessa inutilità tacitamente ed universalmente riconosciuta, del lavoro a tempo pieno, non è stata sostituita, come sarebbe stato naturale, da una regolazione degli orari di lavoro più concorde con le reali necessità di produzione, ma con una forma di lavoro instabile finalizzato a far perdere all’uomo anche la certezza della possibilità di prendere impegni economici seri di lunga durata e quindi di costruire un futuro per se e per la sua famiglia.
La schiavizzazione al tempo lavorativo pieno e totalizzante con il vantaggio di un lavoro certo e stabile, era legata alla necessità di allontanare il più possibile i genitori dalla propria prole, per asservire questa agli strumenti di informazione e formazione del potere.
Il tempo lavorativo pieno, unanimemente riconosciuto come largamente superiore alle reali esigenze di produzione, si è rivelato insostenibile socialmente poiché inutile per la produzione e oneroso per la economia statale che vi doveva sopperire con mezzi, più o meno espliciti, di sostegno al tempo della improduttività.
Ecco, quindi, che tale modalità di lavoro è stata sostituita da uno strumento ancor più perverso, quello della flessibilità mobilità e della precarizzazione del lavoro.
Il lavoro precario, mobile ed instabile non consente al singolo di progettare il proprio futuro per se e, a maggior ragione, di creare rapporti familiari stabili.
Ciò, però, a fronte della necessità di produzione di materia prima per il controllo sociale e quindi di altri esseri umani, fa si che i matrimoni avvengano comunque come le nascite, ma essi non durino che il tempo necessario alla procreazione.
Del resto il modo tardivo ed instabile con cui i giovani vengono fatti entrare nel mondo del lavoro ed il tempo lungo necessario alla acquisizione di una provvisoria stabilità economica, fa si che i matrimoni avvengano tardi con un più rapido sgretolamento della famiglia a fronte della coesistenza di genitori in età avanzata privi delle energie necessarie per mantenere il controllo familiare e dedicare, alla famiglia ed alla educazione,il necessario tempo.
Negli ultimi anni una tendenza ancor più subdola si è fatta avanti specie nella produzione legislativa italiana ed europea.
A fronte della necessità di garantire forza giovane, plasmabile e disorganizzata al lavoro, si è, insieme alla precarizzazione, introdotta la anticipazione ed agevolazione dell’entrata dei giovani nel mondo del lavoro.
Questo tipo di azione pone, gli anziani sociali ovvero coloro che paradossalmente hanno una età superiore a soli 30 anni, di fronte alla impossibilità di trovare un lavoro sostituivo, per la spietata concorrenza dei giovani agevolata dalle leggi di promozione del lavoro giovanile.
Qualora un ultratrentenne, infatti, perde il lavoro che possiede, solitamente, con contratto a tempo indeterminato, rimane, disoccupato sia perché non appetibile dal mercato, sia per la età, sia per la obsoleta esperienza a fronte dei continui cambiamenti delle conoscenze professionali, sia per la disincentivazione che le leggi impongono.
Gli ultratrentenni, privati del lavoro, isolati dallo sgretolamento delle famiglie, provvedono spesso, all’auto eliminazione con suicidi singoli, che non fanno più notizia, e sempre più spesso con stragi di intere famiglie eliminando il problema sociale del mantenimento di persone che la società giudica non più utili.
E’ oggettivamente difficile pensare ad una azione così metodica non rifletta un progetto di oligopoli di potere cha hanno sistematicamente guidato questo tipo di deriva sociale verso una società deresponsabilizzata, amorale, resa schiava degli interessi di oligopoli produttivi e pilotata da oligopoli politici che di quelli economici sono riferimento.
Una volta che i singoli o i gruppi di hanno stabilizzato il potere acquisito con le metodiche viste nel precedente paragrafo, è necessaria una azione di consolidamento di più lunga durata.
Il primo elemento da sottrarre alla libera iniziativa del mercato, sono gli strumenti di scambio.
L’impedimento del baratto è stato, storicamente, la prima necessaria operazione che qualificava un determinato dominio e quindi potere, identificando il raggio di azione ed il dominio di acquisto della sua moneta.
La moneta è, quindi, un modo per misurare i confini, la pervasività e la forza economica di uno Stato che è, chiaramente, anche misura indiretta della sua forza politica.
Il superamento delle forma di baratto costringe e vincola gli scambi commerciali qualificando le rispettive forze economiche e limitando gli scambi.
La moneta è stata, quindi, non solo un qualificatore economico ed un limite alla libertà di esercitare mercato, ma anche un qualificatore della qualità del prodotto indipendente dal prodotto stesso, legata allo Stato in cui esso viene realizzato.
L’esistenza di una moneta di scambio e del relativo valore medio di mercato, distribuisce il disavanzo degli stati su tutti i cittadini provocando valutazioni economiche che non dipendono più dal valore intrinseco della merce, ma che risentono, di volta in volta, del valore medio dello Stato che batte moneta specie sui brevi periodi.
Operando metodicamente con azioni di disinformazione mediatica inquadrate realizzando delle vere e proprie, messe in scena politiche, si è in grado di agire sul valore di scambio della moneta dello Stato.
Tali azioni modificano fittiziamente il valore reale della moneta provocandone fluttuazioni che, appositamente sfruttate da speculatori asserviti al potere, garantiscono margini cospicui, dati i grandi volumi, derivati dai risparmi dei cittadini dello Stato.
In buona sostanza siamo di fronte ad un metodo consolidato per rubare ai risparmiatori e gli investitori reali e per finanziare il potere.
In quest’ottica è ancora evidente la necessità di controllare non solo il potere ma soprattutto l’informazione, argomento che abbiamo già trattato nel precedente paragrafo.
E’, quindi, necessario impedire il trasferimento di informazione con strumenti diversi da quelli su cui si detiene il potere e che può essere attuata sia con una limitazione tecnologica, sia con una opportuna produzione di leggi che limitino o ostacolino la distribuzione di mezzi di informazione diversi da quelli sui quali si detiene potere.
L’incentivo alla delazione, allo spionaggio, la raccolta di pareri diffusi e soprattutto dei dissensi è mezzo indispensabile al potere in ogni epoca della storia.
Tali informazioni misurano lo stato del sistema e possono essere utilizzate per contro-informare, disinformare, confondere, depistare.
Ciò che, però, è indispensabile per il consolidamento del potere è una oculata scelta e costruzione della gerarchia di controllo.
Il potere, sia che appartenga a persone singole che a gruppi limitati. adopera, come collaboratori, persone con grandi ambizioni, scarsi scrupoli e con intelligenza limitata.
L’ambizione e l’assenza di scrupoli assicura la possibilità di “comprare” praticamente qualsiasi azione affidata a questi individui, spesso a prezzi estremamente vantaggiosi e talora con la sola possibilità, spesso non realizzata, offerta ad essi di una scalata sociale.
Quando, infatti, viene chiesta una azione sopra la media, per la quale si offre un prezzo esoso e congruente ad essa, molto spesso, all’atto del pagamento della azione si produce un insieme di situazioni che trasformano l’agente in vittima sacrificale.
La scarsa intelligenza, specie se confrontata a quella dei detentori del potere, è, quindi, elemento indispensabile per la individuazione di persone da inserire nell’organico della piramide di potere.
A costoro vengono affidate fette piccole ben delimitate di potere, comunque sicuramente non autonome ma dipendenti dal potere di altri piccoli potentati.
La concorrenza, la diffidenza, la impossibilità di lavoro concorde, la inaffidabilità degli elementi della piramide di potere paralleli, inferiori e superiori, rende questi anelli di potere isolati, plasmabili e facilmente eliminabili spesso con operazioni di cannibalizzazione all’interno della piramide promossi con rapidità ed efficacia dai vertici di essa.
La competizione piramidale stimolata in tutti gli ambienti di lavoro è, chiaramente tesa a questo fine outo-regolante del sistema di potere gerarchico.
Processi di divinizzazione nella storia
L’acquisizione del potere, nelle diverse epoche della storia, ha portato necessariamente con se la assimilazione degli uomini che acquisivano il potere sui propri simili a divinità.
Se, infatti, alcuni uomini possono avere il privilegio di costringere altri ad operare per soddisfare i propri desideri e se costoro, con il tempo, elaborano anche metodi più o meno occulti per conservare il loro controllo sociale, la identificazione dell’essere o degli esseri che dispongono di queste caratteristiche e privilegi ad entità superori e divine è, pressoché, automatica.
E’, quindi, evidente che laddove si impongono comportamenti sociali disparità di trattamento tra alcuni individui, quelli che detengono il potere, ed altri che vi sono soggetti, che non trovano più motivazioni razionali nel possesso monopolistico di beni primari, diviene difficile il mantenimento dello status di privilegio se non nell’ottica della costituzione di una infrastruttura sociale, teologica e religiosa che colloca l’uomo di potere come mediatore necessario tra gli uomini ed il divino.
I concetti di religiosità e di divinità potrebbero essere adattati a tutte le forme di potere e a diversi contesti sociali. se li si intende in maniera estesa.
In tal senso la religiosità si configurerebbe insieme di consuetudini acquisite e non sottoponibili né sottoposte a spiegazione, che disegnano i comportamenti di coloro che sono sottomessi ad un certo potere nei confronti dei detentori di quel potere, che per chi è sottoposto non è raggiungibile.
Questo modello esteso della religiosità è applicabile, ad esempio, all’insieme delle norme comportamentali in ambito militare, o alle procedure aziendali, o ad alcuni rituali nelle gerarchie di gruppi.
Difficilmente, infatti, sarebbe possibile che, ad esempio, agricoltori cedano autonomamente la massima parte del proprio raccolto di grano ad un capo assoluto in cambio del solo diritto di continuare a vivere nella terra che a loro appartiene e con la sola garanzia di protezione da esterni che potrebbero effettuare richieste analoghe.
L’estorsione di beni spesso in parte prevalente a quella che viene lasciata all’estorto sarebbe, infatti, in breve causa di rivolte sociali e richiederebbe il mantenimento di uno status quo con l’uso della forza. La realizzazione, invece, di una infrastruttura religiosa che collochi il Re al centro di una gerarchia di divinità e quindi stabilisca come consuetudine sacrificale la cessione di parte dei propri beni al Dio – Re simbolo stesso dello Stato ed emblema della sua potenza, è lo strumento che garantisce la costituzione di una consuetudine profondamente sentita in quanto rito.
La “protezione” che il Re assicura diviene, quindi, un elemento reale e tangibile ma collegato ad un elemento soprannaturale che è il Potere del Re – Dio che gli garantirà sempre, almeno nella mente dei sudditi, la vittoria contro eventuali invasori e nemici perché dotato di poteri e protezioni sovrannaturali.
Il re, divenuto essere divino e quindi portatore di sangue divino, finiva per trasferire la sua divinità ai figli.
Questi però in quanto acquisitori di un potere e di domini che non hanno ottenuto con le loro forze e talora, caratterizzati da doti intellettive e spirituali inferiori ai padri, sono sperso apparsi visibilmente più deboli.
A tale debolezza, non compatibile con lo status di divinità trasferita in eredità dai padri, doveva necessariamente fare da contro-altare la presenza di consiglieri politici, ma anche e soprattutto religiosi in grado di sopperire alle carenze del re-dio.
Laddove, infatti, il re si circonda di consiglieri questi, per la natura stessa divina del re non possono essere semplici mortali, ma non possono, nel contempo, essere considerati divinità al pari del Re.
Il consigliere del Re, quindi, rappresenta in forma visibile il legame tra gli uomini ed la divinità del potere e, nel contempo, coloro che garantiscono al re la possibilità di accedere a strumenti sovrannaturali o comunque a strumenti in grado di assicurare il mantenimento del potere ed il controllo sociale.
Questi uomini-sacerdoti, di grande intelletto, hanno, in passato e nelle diverse civiltà, trascorso gran parte della loro vita nello studio delle arti e delle scienze atte a garantire al loro Re forza, potenza e soprattutto controllo.
Il Sacerdote, consigliere del Re, diviene tenutario di conoscenze segrete, che sono tali non tanto per la soprannaturalità delle stesse ma perché la divulgazione delle avrebbe fornito ad altri strumenti di potere e controllo sociale analoghi a quelli del Re da essi servito.
E’ in quest’ottica che, a nostro avviso, nasce la figura del Dio-Uomo Thot e l’insieme dei trattati quali quelli del Corpus Hermeticum che prendono il nome dal Dio – Uomo Ermete Trismegisto.
Lo storico egizio Manetone tramandato dal bizantino Sincello, fornisce una intera genealogia di diversi Ermete, i cui membri si distinguevano con opportuni soprannomi trasmettendosi una antica e criptica sapienza in una catena ininterrotta di sacerdoti.
Il primo di questa catena sarebbe stato Thot che avrebbe lasciato incisa la sua sapienza su steli sopravvissute al diluvio, seguito, poi, da Trismegisto (tre volte grande).
Il figlio di questi, Agatodèmone, avrebbe tradotto in greco gli scritti del nonno poi trasmessi al suo figlio Tat.
La sequenza degli Ermete viene associata ad una famiglia di Sacerdoti attivi nell’Antico Egitto.
Era, infatti, consuetudine che nei templi egizi il sacerdozio si tramandasse di padre in figlio e che, inoltre, la sapienza acquisita venisse trascritta in steli depositate in scriptoria nei templi stessi.
Era, altresì, possibile che, dopo la morte, il sacerdote che si fosse particolarmente distinto per sapienza, sacralità e maestria nel rito fosse assimilato alla divinità che aveva servito da vivo.
Ad esempio, proprio in uno dei templi di Thot, quello della Grande Diospoli, si trovava la tomba di un certo Teo che fu considerato, come Thot, <<Dio grande della verità>>[4].
Afferma, infatti, il Corpus Hermeticum nel decimo trattato “L’uomo…può elevarsi senza nemmeno lasciare la terra, tanto grande è la sua capacità di estendersi.Perciò bisogna osare dire che l’essere umano che vive sulla terra è un dio mortale e che il dio che vive in cielo è un uomo immortale”.[5]
Sebbene la stesura dei testi a noi pervenuti é collocabile al II secolo d.C., tutto lascia supporre che essi tramandino, riorganizzandole, tradizioni precedenti forse di età Tolemaica.
Questi trattati, comunque, offrono uno strumento per la divinizzazione dell’Uomo ovvero un percorso iniziatici segreto che conferisce all’Uomo caratteristiche sovrannaturali tali da esaltarne la scintilla divina e trasformare l’Uomo in un dio.
E’ evidente che, quindi, qualora si supponesse, come questi testi vogliono lasciar intendere, che almeno la mentalità contenuta in questi documenti sia antichissima, possiamo supporre che i nuovi Re adoperassero i loro sacerdoti per essere istruiti ed indirizzati attraverso un percorsi iniziatici in modo da acquisire le doti che li avrebbero resi realmente “divini” al di là del mero stratagemma atto a garantire il per mantenimento il potere.
Alcuni di questi testi, in questa ottica, offrono la possibilità all’uomo stesso di fabbricarsi dei da statue inanimate, sottraendo una virtus alla terra e convogliandone il potere nella statua.
Le arti, in apparenza, magico esoteriche ed occulte, che si crede siano il cuore di questi documenti, in realtà costituiscono, almeno per il Corpus Hermeticum, una parte irrisoria e minimale se confrontata, invece, con il percorso sapienziale che i testi descrivono e che deve essere seguito dall’Uomo che vuole raggiungere la perfetta conoscenza di se e attraverso di essa del Cosmo per divenire esso stesso un dio.
Intorno la metà del 1945 a Naj Hammadi, località dell’Alto Egitto furono scoperti, all’interno di una giara sotterrata tra le sabbie del deserto, 52 antichissimi codici risalenti al III – IV secolo d.C. e contenenti documenti composti, probabilmente, intorno al II-III secolo d.C..
Questi documenti avrebbero cambiato la nostra conoscenza di una tra più antiche forme del cristianesimo primitivo: lo gnosticismo cristiano.
Tutto ciò che sapevamo sullo gnosticismo cristiano, era in gran parte desunto dalle feroci invettive dei Padri della Chiesa contro la Gnosi, ritenuta la più pericolosa forma di eresia.
A questi documenti si aggiungevano rare testimonianze di origine gnostica scoperte, per lo più, alla fine dell’800 ed i primi 30 anni del XX secolo, come la Pistis Sophia, il Trattato Cataro dei due principi e il capitolo finale del Vangelo di Maria.
Le forme degradate e tarde di gnosi, descritte in questi documenti, facevano apparire questo pensiero come astruso, contorto ed a tal punto criptico che risultava incomprensibile la presa che, invece, questa forma di cristianesimo ebbe su vastissime e variegate parti del tessuto civile.
Naj Hammadi, invece, ci ha finalmente restituito il fascino della forma primordiale della gnosi, ma nel contempo ci ha fatto comprendere come questo pensiero fosse, già nel II secolo d.C., perfettamente sviluppato in una teologia di sorprendente coerenza e complessità e come l’anelito di libertà nel rapporto personale con divino e la possibilità per l’uomo di ritrovare in divino in sé, rappresentasse, oggettivamente, una forma di fede molto più attraente e stimolante rispetto ad un cristianesimo masochistico centrato sulla cupa teologia del peccato.
Tra i più importanti documenti scoperti nel 1945 sono stati ritrovati tre sconosciuti Vangeli: Tommaso, Verità e Filippo cui possiamo aggiungere, sebbene non proveniente dalla stessa scoperta ma quasi certamente dallo stesso ambiente, anche il Vangelo di Maria.
Il documento che ci interessa, ai fini della nostra trattazione, é il Vangelo di Filippo.
Il codice che lo contiene risale al 330-340 d.C. ma la data proposta per la composizione è di svariati anni precedente: 120-200 d.C..
Questo documento in lingua copta non è un vangelo tradizionale, non espone, cioè, fatti della vita di Gesù, ma è una presentazione della teologia proto-gnostica.
L’importanza di questo Vangelo risiede nel fatto che, a differenza di quanto accade solitamente con testi di medesima origine, specie quelli di più tarda composizione, il pensiero viene qui espresso in forma quasi del tutto chiara e senza il tipico corredo criptico-mitologico che ha reso, spesso, indecifrabili i testi gnostici.
Una delle frasi che meglio sintetizza il fulcro del pensiero gnostico ci viene proprio dal Vangelo di Filippo:
“Il Mondo ebbe origine da una trasgressione. Colui che lo ha creato voleva farlo incorruttibile ed immortale ma fallì…Poiché l’incorruzione del mondo non esisteva, non esisteva l’incorruzione di colui che lo creò.” (V.F. 75,10)
Ciò che rende straordinario questo Vangelo è il modello teorico della simbologia gnostica che in questo documento viene delineato, facendo sì che esso appaia come un indispensabile strumento per decifrare il senso profondo del simbolismo gnostico.
Al centro del Vangelo di Filippo c’è quindi, il Simbolo.
Nel brano che segue, tratto da questo Vangelo, ci viene spiegato perché è necessaria la didattica simbolica e come il simbolo va adoperato:
“Gli Arconti vollero ingannare l’uomo a motivo della sua parentela con quelli che sono veramente buoni.Presero i nomi di coloro che sono buoni e l’attribuirono a coloro che non sono buoni” (V.F. 54,20).
Ecco, quindi, il punto: i nomi e quindi anche la parola ed il discorso) :
“distolgono il cuore da ciò che è consistente
per volgerlo all’inconsistente” (V.F. 53,23)
divenendo strumento di inganno che allontana l’uomo dal Padre.
Questa inversione del valore del segno, sia esso scrittura o simbolo, è un elemento tipico della gnosi e questo i brano ci spiega finalmente, perché tale inversione è così frequente e necessaria.
Essa tende a ristabilire il corretto piano dei valori sconvolto dagli Arconti.
E’ per questo che il Vangelo di Filippo afferma che la verità non è in ciò che crediamo di vedere, ma essa:
“non è venuta nel mondo nuda, ma è nascosta in simboli ed immagini. Solo così la si può ottenere” (V.F. 67,10).
Il Vangelo di Filippo offre uno strumento di introspezione psicoanalitica
Molto di ciò che appare in questo testo ma in generale in tutti i testi di stampo gnostico cristiano, sembra avere affinità vistose con la psicoanalisi di inizio secolo.
La separazione del mondo superiore o conscio da quello inferiore o subconscio come terra di passioni, che leggiamo nella cosmogenesi valentiniana, è il centro della elaborazione gnostica.
La vita separata di questi due mondi con l’eterna lotta dell’uomo per vincere le sue passioni attraverso un processo di autonalisi teso a rivelare l’io interiore, è l’obiettivo che lo gnostico si pone ed è un passo essenziale per l’evoluzione mistica verso il Padre che segue questa purificazione interiore.
Nell’uomo, secondo Filippo, è nascosta una scintilla divina: la Gnosi è il processo autonomo di ricerca e riscoperta d dell’Io interiore all’interno del quale è celata quella scintilla.
Esistono elementi simbolici più o meno espliciti nel Vangelo di Filippo, che ci aiutano a fare un passo ulteriore, che è alla base la proposta di riflessione che intendiamo proporre.
Dice il Vangelo di Filippo:
“La sua carne è il suo Logos e il suo sangue è
il suo Spirito. Colui che ha ricevuto questo ha cibo,
bevanda e vestito.” (V.F. 57,1)
e ancora:
“Il calice della preghiera contiene vino ed
acqua. Essendo simbolo del sangue…esso è pieno di Spirito Santo ed appartiene
all’uomo totalmente perfetto” (V.F. 75,10)
Il significato del Calice, una delle molteplici forme che nell’immaginario medievale prenderà il Gaal, sembra andare, in questo documento, ben al di là del senso meramente materiale e del valore simbolico intuibile se si adopera il solo metro interpretativo del cristianesimo ortodosso.
Chi si nutre dal Graal, o dal Calice, proprio come avviene nella leggenda, ha “cibo, bevanda e vestito”. Per comprendere però il senso di queste parole bisogna porsi nell’ottica gnostica.
Il Vestito è la vera carne che non è quella corrotta materiale, ma è il vestito divino.
Nella teologia di Filippo, il “vestito è superiore a chi lo indossa” perché in esso c’è l’immagine divina che è nell’uomo.
Lo stesso dicasi per le parole cibo e bevanda; esse rappresentano Logos e Spirito, cibi extraterreni e divini del vero Uomo, cioè dell’Uomo deificatosi attraverso la Gnosi.
Per pervenire a questa conoscenza profonda del Sé è necessario ascendere al Padre attraverso le sfere celesti per ricongiungersi alla propria fonte divina; nel Vangelo di Filippo vengono proposti all’Uomo gnostico tre sacramenti che sanciscono simbolicamente tre importanti passi di questa ascesa.
Il primo sacramento è il Battesimo con valenza ben differente da quella che la cerimonia ha nel cristianesimo tradizionale paolino.
La verità è nella immagine e non in ciò che realmente vediamo; è necessario, quindi, immergersi interamente e fino al capo nell’acqua nella quale si specchia la nostra immagine.
Attraverso questa immersione ci fondiamo all’immagine ed esprimano l’aspirazione a divenire tutt’uno con essa.
Inizia così il lungo e doloroso processo di iniziazione che è, in questa prima fase esteso unicamente a realizzare quella introspezione che potremmo definire mistico-psicoanalitica, con cui l’uomo giunge alla radice del male in sé ed indaga nel suo subconscio.
Questa indagine sofferta lo porterà a conoscere l’altro Io, ma, nello stesso tempo, come in una seduta psicoanalitica, la conoscenza dell’errore nascosto porta alla morte dell’Io nascosto nell’errore.
Questa morte, con cui termina la prima fase della iniziazione gnostica, viene sancita, in Filippo, dal sacramento della Unzione.
A questa morte, però segue immediatamente una resurrezione che deve, per Filippo, “avvenire in questa carne” e quindi in vita e non, come sostenuto nell’ambito del cristianesimo paolino, dopo la morte.
E’ una rinascita a nuova vita e l’inizio del cammino di ricongiunzione dell’uomo che ha raggiunto e conosciuto l’abisso del mondo passionale in Sé.
L’ascesa alle sfere celesti con la riscoperta della scintilla divina è, ora, possibile perché l’uomo e purificato dalle incrostazioni del mondo passionale ed è libero da esse.
La fase massima della iniziazione gnostica viene sancita dall’ultimo dei sacramenti: la Camera Nuziale.
Nella camera nuziale avviene il ricongiungimento mistico dell’Uomo con il suo angelo da questo congiungimento si genereranno i figli mistici di quella unione, i cosiddetti Figli della Camera Nuziale.
Il Vangelo di Filippo resta volutamente ambiguo sui riti che si compiono in questa camera. Vari sono i paralleli con il rito di consumazione dell’atto sessuale tra due coniugi, ma se si legge con attenzione il testo e soprattutto se si osserva che questo rito viene svolto quando lo gnostico è ormai libero dalle pulsioni del mondo compresa quella sessuale, è difficile ritenere, a differenza di quanto riportato dai Padri della Chiesa, che nell’ambito di questo rito si svolgesse anche una unione sessuale.
Qualunque sia, però, il tipo di cerimonia che si svolgeva nella Camera Nuziale, il rito completo sembra, almeno da come viene descritto in Filippo, riguardare unicamente il Sommo Sacerdote, anche se i “Figli (mistici) della Camera Nuziale” possono, unici tra tutti gli gnostici, partecipare al rito.
Operiamo, a questo punto, una breve digressione dedicata ad un particolare episodio di uno dei più interessanti romanzi medievali, dal punto di vista dei paralleli simbolici tra gnosi e leggenda del Graal: il Parzival di Wolfram Von Eschenbach.
Tra i primi elementi che intendiamo sottolineare, c’è l’origine cavalleresca e probabilmente Templare, dell’autore; il perché questo elemento sia rilevante lo vedremo nel seguito della trattazione.
L’episodio principale, intorno cui ruota tutta la vicenda, è quello del Re Pescatore, misterioso e triste personaggio guardiano del Graal.
Il Re Pescatore è l’ultimo di una dinastia di difensori della reliquia che, per un triste evento di battaglia, fu ferito ai testicoli da una lancia e non potette più assicurare un successore del suo stesso sangue al ruolo di difensore.
Parsifal, il guerriero puro, imparentato con il Re Pescatore è l’unico degno di tale ruolo per consanguineità, per la purezza e la maturità acquisita in battaglia.
Tutto il romanzo è la descrizione di come Parsifal, da stolto e sempliciotto quale appare nelle prime pagine del romanzo, diventerà saggio, imparando ad unire la sua forza e la capacità di combattere, alla capacità di esprimere il meglio dei valori cavallereschi.
In buona sostanza, il romanzo può essere considerato la storia di una iniziazione ricca di simboli che per diversi aspetti ricordano la mitologia ed il simbolismo gnostico.
Nel primo incontro con il Re Pescatore, Parsifal, che aveva avuto una fortuna unica, quella di vedere il Castello del Re Pescatore, per eccesso di riguardo, di fronte alla processione delle Vergini che recavano il Graal, non chiese al Re il perché di una sua così grande tristezza.
Solo al secondo incontro, dopo numerose peripezie, Parsifal è pronto e sa in cuor cosa deve essere chiesto al Re Pescatore. Saranno le lacrime di Parsifal per la sorte del Re Pescatore e la sua preoccupazione per il male che tormenta colui che era suo Zio a provocare l’istantanea guarigione del Re e la comparsa del nome di Parsifal, quale nuovo Re, sul Graal.
Se, come mostreremo innanzi, è possibile associare il Graal e la sua ricerca, al sacramento gnostico della Camera Cuziale, nel Parzival di Von Eschenbach il rito sembra comprendesse anche una parte sessuale con funzione riproduttiva, sebbene limitatamente ad un solo uomo, il Re Pescatore e poi Parzival che ne eredita il ruolo.
I custodi del Graal nel Parzival sono legati da vincoli di sangue e di essi solo il Sommo Sacerdote sembra autorizzato a compiere atti sessuali con le Vergini in Processione, per assicurare il successore al ruolo di custode.
E’ interessante, infine, notare che i cavalieri che difendono il Castello sono chiaramente descritti dal Von Eschenbach come Templari; vedremo come anche questo elemento assumerà importanza nel corso della trattazione.
Afferma il Vangelo di Filippo:
“Nessuno può ricevere l’incorruzione se non diviene prima fanciullo.Ma colui che è incapace di ricevere a maggior ragione è incapace di dare” (V.F. 75,10)
Parsifal é il fanciullone goffo ed imbranato, vissuto, fino alla sua iniziazione cavalleresca, lontano dal mondo e dalla sua corruzione e tenuto in una foresta dalla madre iperprotettiva. Egli è colui che meglio e più rapidamente di altri può incontrare il Graal gnostico.
Parsifal, infatti, non ha necessità di liberarsi di sovrastrutture culturali che lo hanno diviso in due: l’Io cosciente o SuperIo come lo chiama Freud, e l’Io inconscio.
Egli è il puro che si manterrà tale fino alla fine anche quando il mondo esterno e le sue stesse azioni sembrerebbero corromperlo.
Parsifal cercherà il Graal non come gli altri cavalieri, per raggiungere la conoscenza, ma per servire il Graal ed il Re Pescatore a sua è una ricerca apassionale guidata da un fine non materiale: la sua missione.
A ben guardare, nel Vangelo di Filippo c’è anche il motivo per il quale il Graal nella leggenda medievale assume forme così disparate e contraddittorie, un calice, un vaso, una pietra, ecc..
La spiegazione, a nostro avviso, è nel seguente brano:
“In questo luogo (il Mondo delle Passioni) vedi ogni cosa ma non vedi te stesso ; ma in quel luogo (il Paradiso del Pleroma) vedrai te stesso e diventerai ciò che vedi “(V.F. 61,30)
Il Graal è, in fondo, la scintilla divina che è in Sé ed che si scopre rendendosi conto che il mondo stesso è illusione del pensiero e che, come in un sogno, noi stessi generiamo con la nostra mente ciò che vediamo, percependo quella separazione che in realtà non esiste, poiché tutto si manifesta come generazione del pensiero una volta superate le devianti passioni, le sovrastrutture ed i pregiudizi culturali.
Una volta che ci siamo resi conto che non c’è divisione tra noi ed il mondo e che noi stessi siamo parte della mente di Dio, diveniamo noi stessi ciò che osserviamo poiché ciò che osserviamo è frutto della nostra mente.
Il Graal é, in questo senso, ciò che “immaginiamo” poiché la realtà, come afferma Filippo, è nella “immagine” o meglio nella “immaginazione”.
Le nuove teorie della Fisica moderna ed il segreto del Controllo sulla Storia e sull’Uomo
Per comprendere il concetto di Ologramma rifacciamoci, proprio, allo straordinario fenomeno che molti hanno avuto occasione di osservare ammirando una sorta di miracolo moderno: le lastre olografiche.
Una lastra olografica consente di percepire, pur essendo essa un oggetto piano, il contenuto informativo tridimensionale delle figure che su essa sono impresse. In buona sostanza osservando una lastra olografica si ha la sensazione che ciò che vi si vede impresso in essa, sia qualcosa di realmente presente al di la di essa.
Il fenomeno è dovuto alla particolarissima caratteristica del metodo di impressione della immagine che fa si che l’informazione conservi la informazione della direzione secondo cui il raggio di luce[6] incide sulla lastra[7]. Tale raggio viene restituito nella giusta direzione successivamente, all’atto della osservazione della lastra.
Questa caratteristica consente di ricostruire, le fattezze tridimensionali dell’oggetto facendo in modo che ciascuno dei due nostri occhi percepisca ciò che percepirebbe, se fosse davvero posto di fronte all’oggetto reale impresso nell’ologramma.
Non ci interessa il complesso meccanismo di impressione, ma ciò che l’esistenza stessa di questo metodo di rappresentazione della immagine, ci consente di desumere.
Questo fenomeno rende, infatti, possibile sintetizzare in uno spazio bidimensionale, le informazioni che descrivono un oggetto a tre dimensioni.
L’ologramma è, quindi, la prova tangibile che è possibile concentrare in uno spazio a due dimensioni, informazioni che, nella realtà, ne occupano tre.
In pratica, se si rappresenta la realtà con il metodo olografico, non occorre usare uno spazio tridimensionale per contenerla ma è sufficiente uno spazio a sole due dimensioni.
Ma c’è di più.
Il metodo di impressione, che consente un tale “ottimale” sintesi di informazioni fornisce all’ologramma un’altra particolare e fondamentale caratteristica.
Se si frantuma una lastra olografica ogni suo frammento continuerà a contenere una copia dell’intera immagine dell’ oggetto che era rappresentato sulla lastra e, qualunque sia il frammento scelto, per quanto piccolo, sarà sempre possibile leggere in esso tutte le informazioni dimensionali dell’oggetto originario.
In buona sostanza, ogni parte della superficie di un ologramma, per quanto piccola, contiene tutte le principali informazioni riguardanti la immagine in esso rappresentata.
Tali informazioni sono strutturate in maniera che al ridursi delle dimensioni della superficie del frammento di lastra, e quindi al ridursi dello “spazio” in cui contenere informazioni, ciò che si perde sono le componenti meno importanti che rappresentano l’oggetto.
E’ da questa mirabile caratteristica degli ologrammi che si percepisce la particolare qualità di sintesi dell’informazione che sta alla base del principio olografico, ma anche il pregio di una sorta di analisi automatica che sta a monte di esso.
Infatti con questo metodo di rappresentazione si riesce ad estrarre, dalle immagini, le componenti elementari che le rappresentano e contemporaneamente ad ordinarle per importanza.
In buona sostanza la sintesi dello spazio a tre dimensioni, su di una superficie a due dimensioni è frutto di una decomposizione e strutturazione ottimale delle informazioni atta ad isolare le principali caratteristiche della immagine e a distribuirle uniformemente su tutta la superficie.
C’è da chiedersi se, applicando il principio del rasoio di Ockam[8], la natura non abbia preferito questa forma di rappresentazione che evita una dimensione superflua e non quella tridimensionale che noi percepiamo.
In pratica c’è da chiedersi se quello che da secoli affermano in diverse culture ed in diversi ambiti, le antiche filosofie occidentali ed orientali, come lo stesso Emetismo e la Gnosi cristiana, sia vero: “Ciò che vediamo è illusorio, la realtà va ricercata nella Immagine reale e non in quella mentale”.
In buona sostanza ciò che percepiamo con i sensi è falsato dal modello erroneo di rappresentazione.
La “Immagine” reale del mondo, invece, potrebbe essere olografica e l’intero universo potrebbe essere un ologramma in cui ogni singola parte contiene informazioni sul tutto.
Se poi si estende questa possibilità non solo allo spazio, ma anche al tempo, ogni frammento della realtà finisce per contenere tutto il passato e tutto il futuro dell’universo, sebbene con una risoluzione via via più degradata, tanto quanto più piccolo è il frammento.
E’ esattamente questo il principio di una delle più sensazionali teorie della Fisica moderna: la Teoria Olografica dell’Universo e, per quanto possa apparire difficile da credere, questa teoria sembra già avere avuto promettenti conferme dalla osservazione astronomica e dalla fisica sperimentale.
Non vogliamo entrare nel dettaglio di cosa sia un buco nero, ma in estrema sintesi possiamo affermare che esso è frutto di una concentrazione di massa talmente densa da far modificare radicalmente la geometria dello spazio intorno ad esso (curvatura) in modo che nulla può più uscirvi, nemmeno la luce, unico mezzo che permetterebbe di osservarne la presenza e quindi la esistenza. E’ per questo che il Buco Nero è un oggetto la cui esistenza è stata dedotta matematicamente.
Questa caratteristica negativa, però, non ne ha impedito la identificazione astronomica; è, infatti, proprio dagli effetti di distorsione che questi oggetti generano nello spazio circostante, che è stato possibile identificarli.
Da studi condotti su questi oggetti si ricava una conclusione davvero singolare: la massima entropia in una regione chiusa dello spazio, cioè l’entità che consente la misura della massima quantità di informazione che può essere contenuta in un questo determinato spazio, non è legata al suo volume ma dalla superficie che lo racchiude .
In pratica il nostro universo quadridimensionale (3 dimensioni per lo spazio ed una per il tempo) potrebbe essere “dipinto” sul suo confine fisico e quindi quella che crediamo essere la realtà, potrebbe essere una proiezione olografica di una “reale realtà” bidimensionale scritta sul confine dell’universo. La percezione tridimensionale potrebbe, quindi, essere una illusione!
In relazione, invece, alla fisica sperimentale, esiste un singolare esperimento che costituisce, forse, il migliore indizio sulla natura olografica dell’Universo: il fenomeno teorizzato matematicamente dal fisico Bell (1966) provato sperimentalmente nel 1987 dal fisico Alain Aspect.
L’esperimento mostra come due fotoni gemelli generati da una stessa sorgente nello stesso istante, tendano ad assumere indipendentemente dalla distanza dalla sorgente cui sono pervenuti, comportamenti speculari: quando, infatti, attraversano degli specchi birifrangenti, se l’uno devia in una direzione, l’altro, nel medesimo istante devia in quella speculare.
Considerato che dalle previsioni di Bell ciò è indipendente dalla distanza se ne deduce che i due elettroni sono in grado di scambiarsi informazioni istantanee a qualsiasi distanza.
Se, però, realmente i fotoni si scambiassero un qualche tipo di informazione, dovrebbero adoperare un segnale e tale segnale violerebbe le leggi della fisica in quanto si trasferirebbe istantaneamente ad una velocità infinita e quindi superiore a quella limite possibile nell’Universo: quello della velocità della luce.
A questo paradosso esiste una risposta razionale alternativa che può essere compresa con un esempio.
Immaginiamo un acquario inquadrato da due distinte telecamere da lati opposti con un singolo pesce che vi nuota all’interno.
Se supponiamo che l’unico modo di osservare l’acquario sia attraverso queste due telecamere ciò che l’osservatore potrebbe pensare vedendo le due immagini distinte e diverse del pesce è che , si tratti di due distinti pesci che nuotano scambiandosi informazioni instantanee tali da fare in modo che quando un pesce ruota a sinistra invii un segnale istantaneo all’altro obbligandolo a ruotare a destra.
Ebbene se questa possibile deduzione ci sembra assurda sebbene plausibile, essa è esattamente ciò che si afferma quando, senza voler avanzare diverse ipotesi, si suppone che i due fotoni dialoghino in maniera istantanea.
La soluzione “olografica” dell’esperimento di Bell potrebbe, quindi, essere legata ad una illusione dovuta al modo con cui noi percepiamo la realtà: in pratica i fotoni che a noi appaiono come distinti sono “immagini” del medesimo fotone che stiamo osservando attraverso lo specchio della nostra mente.
E’, inoltre, singolare notare come, già duemila anni fa, la gnosi e l’ermetismo egizio segnalassero la illusorietà ed ingannevolezza del nostro modo di vedere la realtà insistendo sulla necessità di risalire alla “Immagine” vera della realtà stessa, questo il termine usato in queste dottrine.
Si può intuire a quale mole di conseguenze si possa pervenire ragionando anche solo sulle pochissime cose cui abbiamo accennato in questa presentazione del modello Olografico dell’Universo.
La nostra percezione del mondo ci proviene da segnali.
Un segnale o un fenomeno, qualsivoglia complesso, che si ripete periodicamente con intervalli regolari fissi, viene, in matematica, definito periodico.
Il più semplice esempio di segnale periodico è l’oscillazione regolare e continua tra due posizioni estreme.
Questa oscillazione è caratterizzabile attraverso :
· l’“ampiezza”, cioè la massima distanza dal centro della oscillazione raggiunta dal segnale,
· la “frequenza”, cioè del numero di oscillazioni che i segnale compie nella unità di tempo, tipicamente in un secondo,
· il “periodo”, ovvero l’intervallo di tempo che il segnale impiega a percorrere una singola oscillazione completa
· e la “fase”, cioè del punto iniziale di partenza all’interno delle due posizioni estreme.
La funzione matematica che esprime tutto ciò viene detta funzione sinusoidale.
Esiste un singolare teorema, il Teorema di Fourier, che afferma che un segnale periodico comunque complesso può essere decomposto in una somma di funzioni sinusoidali di cui la prima, detta fondamentale, ha la stessa frequenza del segnale, mentre le altre hanno frequenze che sono multiple di quella principale.
Indipendentemente dalla complessità del calcolo dei coefficienti moltiplicativi di ciascuna di queste “componenti” elementari sinusoidali del segnale, cerchiamo di capire qual è il grosso risultato di sintesi della informazioni, cui si perviene se si rappresenta il segnale utilizzando la forma che ci viene da questo teorema.
Dai segnali, come quelli luminosi o sonori, ci proviene la conoscenza visiva ed acustica del mondo esterno.
Se questi segnali, comunque complessi, possono essere decomposti in “pezzi” più elementari attraverso il meccanismo espresso dal Teorema di Fourier, e se, come accade nel teorema di Fourier, è possibile identificarne le componenti elementari via via meno importanti ai fini della ricostruzione del segnale di partenza[9], abbiamo ottenuto uno strumento matematico che consente contemporaneamente di:
· analizzare un segnale identificandone le parti che lo compongono
· sintetizzare l’informazione contenuta nel segnale separando le parti fondamentali da quelle via via meno importanti
In pratica, uno strumento che consenta di “trasformare” il segnale di partenza decomponendolo in quello che si chiama “spettro”, attraverso il procedimento espresso, ci consente contemporaneamente di analizzare il segnale, di semplificarne la rappresentazione e la memorizzazione eliminando le componenti inessenziali, ed infine di “antitrasformarlo” ricostruendo una informazione sufficiente a riprodurlo come era in origine.
In altre parole se disponessimo di uno strumento che “prepara” il segnale nel modo indicato, prima di memorizzarlo, avremmo non solo ottenuto un immagazzinamento ottimale della informazione, ma avremmo, nel contempo “compreso” e “capito” la forma del segnale, estrapolandone le componenti elementari.
Questo ci riporta alla analogia che c’è tra questo procedimento puramente matematico di analisi e sintesi ottimale della informazione e quanto accade nei fenomeni olografici.In pratica il modello olografico è essenzialmente basato su questo principio matematico.
Esiste un fenomeno fisico che consente di ottenere questa “trasformazione” del segnale e che descriviamo,in sintesi, di seguito: il fenomeno della interferenza.[10]
Immaginiamo un segnale semplice come l’oscillazione periodica prodotta delle onde che si propagano quando buttiamo un sasso in acqua.Se i sassi gettati sono due, ad un certo punto le onde “interferiscono”, tra loro dando vita al tipico fenomeno di sovrapposizione periodica di esse e facendo si che in alcuni punti, che l’ampiezza dell’onda raddoppi perché le onde interferiscono sommandosi ed in altri si annulli del tutto, perché le onde interferiscono annullandosi a vicenda.
Questo è ciò che accade su una superficie piana opaca bianca smaltata quando la luce proveniente dall’esterno, che si riflette su tutto ciò che circonda la superficie impatta su di essa.
La luce, che è notoriamente un fenomeno ondulatorio, porta con se l’informazione di tutto ciò che è esterno alla superficie.
Essa, ogni volta che incontra un oggetto viene in parte assorbita, a seconda delle caratteristiche dell’oggetto stesso, ed in parte riflessa. La direzione della riflessione ed il fatto che solo alcune frequenze componenti la luce, vengono assorbite dall’oggetto su cui essa impatta, determina, il colore dell’oggetto stesso.
Tutto ciò compone l’informazione visiva.
La superficie smaltata su cui questi raggi di luce impattano provenendo da diverse direzioni, fa si che su ogni punto di essa arrivino tutte le informazioni provenienti dal mondo esterno e che, quindi, su di essa le onde luminose interferiscano sommandosi.In pratica, sebbene non ce ne rendiamo conto, ogni piccolissimo punto della superficie, impattato da tutte le direzioni, diviene una potenziale sorgente di tutte le informazioni che provengono dallo spazio esterno.
L’esperimento della camera oscura chiarisce questa singolarità.
Se si prende uno scatola e si pratica un foro sulla sua superficie, si ottiene l’isolamento della informazione accumulata sul punto in cui viene praticato il foro.
Il foro, grazie alla sua forma ristretta, fa si che l’informazione luminosa proveniente da una determinata direzione, anziché interferire sulla superficie del foro con altre onde provenienti da alte direzioni, transiti attraverso esso e vada ad impattare libera e sola contro la parete opposta interna alla scatola senza interferire con altri segnali che colpiscono la parte esterna della scatola.
Ecco quel fenomeno di ricomposizione del segnale originario che cercavamo. In pratica se sulla superficie esterna della scatola il segnale si “trasforma” secondo Fourier, facendo si che le componenti elementari singole si sommino per interferenza, all’interno di essa il segnale viene di nuovo separato e ricomposto e quindi si antitrasforma.Il risultato di tutto ciò è la famosa immagine capovolta usata dai primi fotografi e disegnatori per recuperare e “copiare” immagini dello spazio esterno.[11]
E’ sempre grazie alla nostra scatola, ma praticando, stavolta, due buchi, che possiamo osservare in piccolo il fenomeno di interferenza che avviene sulla sua superficie esterna della scatola..
Il doppio foro determina due gruppi di onde che, stavolta, interferiscono localmente sulla superficie interna della scatola e determinano una serie di strisce verticali di luce.
Tali strisce rappresentano i punti in cui le onde provenienti dai due fori si sovrappongono costruttivamente, intervallate da strisce regolari scure, che corrispondono ai punti in cui le medesime onde si annullano vicendevolmente.
Il modo in cui la nostra mente percepisce la realtà ci inganna sulla sua vera essenza: quella olografica
A questo punto possiamo introdurre l’anello mancante che lega le osservazioni del macrocosmo reale a quelle del microcosmo mentale: il modo in cui la mente rappresenta in se la realtà creandone un modello.
Sintetizziamo di seguito, i risultati degli interessantissimi studi di Karl Pribram che hanno portato alla formulazione della “Teoria Olografica della Mente”[12].
L’ipotesi di fondo è che, proprio per il rilevante potere di analisi e contemporanea sintesi della informazione che è insito nella trasformazione di Fourier di un segnale, il cervello usi proprio questo metodo di rappresentazione che consente:
· da un lato di distribuire uniformemente l’informazione come in un ologramma, rendendo impossibile identificare le parti in cui essa è suddivisa e rappresentata nella rete di neuroni,
· dall’altro di sintetizzarla isolando le componenti elementari principali e scartando le altre
· dall’altra ancora, di sovrapporre e comparare automaticamente l’informazione memorizzando non quello che si osserva, ma le componenti elementari comuni alle diverse esperienze che poi, ricomposte, consentono la ricostruzione mentale dell’osservato
Una serie di esperimenti condotti sui gatti e sulle scimmie [13] confermano che le celle della corteccia cerebrale rispondono non allo stimolo diretto ma alla trasformata di Fourier dello stimolo luminoso.
Infondo, se si analizza su quanto i modelli di simulazione neurale e le scienze che studiano il comportamento del cervello, ci dicono, la scoperta di Pribram ha una spiegazione quasi naturale.
Un modello di simulazione neurale è un modello matematico che, adoperato per programmare opportunamente un computer, gli consente di simulare alcuni processi elementari del cervello. Il modello cui faremo riferimento, per mostrare come l’idea di Pirmbram trovi conferme nella sperimentazione, é uno dei più noti e sperimentati modelli di simulazione neurale: il Perceptrone.
La cellula nervosa é composta da un nucleo centrale che “elabora segnali” provenienti dai canalicoli di ingresso detti Dentriti e li propaga alle cellule successive attraverso canalicoli di uscita detti Assoni. Il modello di simulazione di tipo Perceptrone, sostituisce i neuroni con degli elementi logici Perceptroni. Il singolo Perceptrone è un oggetto estremamente semplice.
Esso è un sistema costituito da una serie di ingressi assimilabili ai Dentriti di un neurone, attraverso cui questa entità riceve segnali o direttamente dall’esterno o da altri Perceptroni che lo precedono e che sono ad esso collegati in una rete che emula quella dei neuroni del cervello.
Ogni segnale su ciascuno dei collegamenti di ingresso viene moltiplicato per un valore tipico di quel collegamento detto “peso”, in pratica viene “amplificato” diversamente a seconda dell’ingresso da cui proviene i segnale.
Questo sistema serve a dare, per così dire, “più o meno importanza alla componente elementare del segnale su quel particolare ingresso”.
I segnali moltiplicati e quindi amplificati in misura del peso del rispettivo ingresso vengono sommati[14].
Ora, se supponiamo di alimentare ciascuno degli ingressi del Perceptrone con le componenti armoniche di un segnale luminoso decomposto secondo Fourier e di sostituire ciascuno dei pesi con il coefficiente giusto della serie di Fourier ciò che otteniamo è proprio la “antitrasformazione “ del segnale: in pratica il perceptrone ricostruisce l’immagine decomposta del segnale di ingresso in componenti semplici, in maniera analoga alla parete interna di una camera oscura.
Se si limitasse a questo, però, il Perceptrone opererebbe solo una ricostruzione dell’immagine non “intelligente”.
In realtà i segnale derivante dalla somma pesata degli ingressi viene fatto passare per un sistema “a soglia”.
Questo tipo di circuito fa si che il segnale di uscita del Perceptrone sia in diretta proporzione rispetto all’ingresso (tanto più alto quanto più alto è l’ingresso) sono all’interno di un certo intervallo, mentre al di sopra o al di sotto di tale intervallo, l’uscita diviene rispettivamente uguale a 0 o a 1.
In pratica la rete è in grado di trasferire un segnale che è un SI un NO o una gradazione di NI relativamente un segnale che è la somma di ingressi ciascuno cui il singolo Perceptrone da una importanza diversa a seconda del peso e quindi a seconda della specifica specializzazione che il Perceptrone acquista relativamente a quella particolare componente elementare di segnale.
Coma fa, un Perceptrone, ad acquisire la capacità di discernimento che gli è propria e di nessun altro dei all’interno della rete di cui è parte?
L’attività “intelligente” del Perceptrone è assicurata da un particolare processo di apprendimento il cui scopo è fare in modo che la rete dei Perceptroni generi un modello empirico della realtà, tale modello consentirà al contempo di “comprendere” la realtà , di osservala e di memorizzarla nello stesso tempo.
Vediamo in sintesi, come si svolge tale processo.
Il calcolo del giusto “peso” per ciascuno degli ingressi di un Perceptrone, avviene attraverso un meccanismo automatico di correzione basato su aggiustamenti progressivi dipendenti dall’errore che il Perceptrone commette quando, dato un ingresso risponde con una determinata uscita anziché con quella attesa.
In buona sostanza si offrono alla rete di Perceptroni, una serie di esempi di domande e risposte in sequenza continua.
La rete, pian piano, si adatta in modo che alla fine di questo processo ripetitivo, tutte le risposte offerte dalla rete siano quelle corrette offerte con gli esempi.
Ciò fa si che la rete neurale di Perceptroni, non solo generi un modello che risponde agli esempi gli sono stati dati e che quindi gli consente di memorizzare la sequenza domanda-risposta offerta, ma tale modello è anche uno strumento di analisi di casi simili che non facevano parte dell’insieme di esempio offerti.
Tale fondamentale caratteristica che rende “intelligente” la rete viene detta “Capacità di Generalizzazione”.
In buona sostanza una rete istruita è in grado di ragionare per similitudini a partire dagli esempi domanda-risposta offerti em quindi, è in grado di rispondere anche a domande che non gli erano mai state rivolte prima a patto che siano analizzabili per similitudine sulla base degli esempi appresi o che abbiano un qualche rapporto logico tra loro che era implicito nella sequenza domanda-risposta offerta per l’apprenfimento.
L’aggiustamento dei pesi dei Perceptroni, essendo un processo che parte dalla uscita della rete ed essendo fondato sulla comparazione tra il risultato atteso e quello ottenuto, coinvolge i neuroni a ritroso partendo dall’uscita e via via correggendo i pesi fino a giungere all’ingresso della rete.
A questo punto evidenziamo alcuni aspetti fondamentali del meccanismo che abbiamo esposto.
La rete neurale è costituita da elementi, iPperceptroni, il cui funzionamento è di tipo olografico nel senso che tende a rappresentare segnali suddividendoli in componenti elementari il cui “peso”, viene calcolato con un procedimento empirico ed automatico di correzione.
Il procedimento di apprendimento di una rete neurale assicura, la memorizzazione ottimale dei segnali che possono essere decomposti in componenti elementari il cui “peso” nell’ambito della rappresentazione è assimilabile alla importanza che il Perceptrone fornisce a quel ingresso, nel quadro della specializzazione che ha conseguito nel corso dell’apprendimento. Ciò assicura anche la possibilità di scartare componenti inessenziali alla rappresentazione perché, almeno per quel Perceptrone hanno “poco peso”.
Il funzionamento della rete neurale può essere assimilato ad un processo di “interferenza” tra diversi segnali. E’ questo processo che fa si che la predominanza di alcune componenti ne provochi una sorta di amplificazione e di persistenza, mentre la marginalità di altre ne provochi l’automatica scomparsa durante la fase di estrazione del modello di rappresentazione.
Questo processo di “interferenza mentale” delle esperienze consente, come nel processo olografico, l’estrazione non solo delle componenti principali di un segnale ma nel contempo delle e caratteristiche principali della realtà osservata, in pratica ne garantisce la comprensione contemporanea, la analisi, la sintesi la memorizzazione.
Come una lastra olografica frantumata conserva in ogni frammento l’informazione intera di ciò che l’ologramma conteneva, così, la memorizzazione neurale non è locale e danni, anche rilevanti, a parti del nostro cervello ci fanno perdere la “nitidezza” di alcuni ricordi ma non il ricordo nel suo complesso.
Il cervello è, quindi, una macchina che screma, analizza, sintetizza e genera modelli rappresentativi della realtà al suo interno, in maniera ottimale e con un unico processo.
Abbiamo descritto il processo di aggiustamento dei pesi parlando di comparazione tra risultato atteso e risultato ottenuto dalla rete di Perceptroni, ma chi fornisce al cervello il risultato atteso per ciascuna esperienza ed in che modo?
Il risultato atteso per una singola esperienza non può che essere la stessa esperienza percepita che si intende memorizzare.
In pratica in questo processo il risultato atteso in uscita è il medesimo che arriva in ingresso alla rete: ma come è possibile ciò?La rete, infatti, dovrebbe memorizzare da qualche parte ed in qualche modo, il risultato atteso per fare al comparazione con quello che si ottiene quando il medesimo segnale risultato viene proposto come domanda all’ingresso.
Questo però non è possibile visto che la funzione della rete è proprio quella di memorizzare oltre che analizzare la realtà, in pratica saremmo di fronte ad un circolo vizioso: per memorizzare dobbiamo memorizzare.
Nella soluzione di questo problema c’è quello che, a nostro avviso, è l’elemento che rende davvero straordinario questo meccanismo: la sua capacità di percepire olograficamente il mutamento della realtà nel tempo.
Non essendo possibile immagazzinare l’immagine da comparare con quella sottoposta all’ingresso, il segnale deve necessariamente essere sottoposto contemporaneamente sia all’ingresso che all’uscita della rete.
Essendo, però, necessario un certo tempo per l’elaborazione del segnale e l’aggiustamento dei pesi, il segnale che la rete si ritrova in uscita (risposta), dopo l’aggiustamento non sarà lo stesso che era stato utilizzato per l’aggiustamento stesso ma proverrà da una osservazione di un istante successivo della realtà.
Una prova di ciò sta, ad esempio, nella caratteristica della percezione visiva umana, sfruttata nel processo cinematografico. Se si fanno sovrapporre velocemente, i fotogrammi di un film, ad una velocità superiore ai 25 elementi al secondo, il cervello non è più in grado di percepire la discontinuità ed effettua una interpolazione tra le immagini dei fotogrammi percependo il movimento.
In buona sostanza se il fotogramma numero 1 è in ingresso alla rete ed in uscita ad esso, quando il cervello afrà corretto i pesi e ricalcolerà l’uscita pari ad 1 si troverà di fronte ad una risposta che non è più quella al tempo 1 ma ad un istante 2 successivo al primo, e così via.
Questa caratteristica apparentemente banale determina una capacità straordinaria del cervello: quella di analizzare i segnali nello spazio e la loro evoluzione nel tempo nello stesso momento in cui vengono memorizzati e sintetizzati, nelle componenti principali e via via in quelle meno importanti, con il procedimento di trasformazione olografica che abbiamo descritto in precedenza.
Il cervello, secondo questa visione del processo
mentale, analizza la realtà e le sue mutazioni, come un processo periodico
identificandone le similitudini e quindi gli elementi che permangono come
caratteristiche delle diverse esperienze sia nello spazio che nel tempo, tutto
ciò elaborando un unico modello descrittivo secondo un processo olografico.
In pratica il cervello oltre che una macchina che memorizza la realtà mentre la analizza e la sintetizza attraverso la decomposizione per parti gerarchicamente rilevanti, compie un ulteriore processo di analisi e sintesi delle mutazioni nel tempo della realtà ed elabora, anche in questo caso una decomposizione per parti gerarchicamente rilevanti delle mutazioni della realtà nel tempo.
Il cervello è, quindi, anche una macchina previsionale in grado di applicare la sintesi delle evoluzioni nel tempo delle diverse esperienze reali, intuendo le leggi che ne governano il cambiamento.
Il modello mentale della realtà, costruito dalla nostra mente e distribuito nella rete di neuroni che la costituiscono, se fosse interamente e globalmente percepito ovvero reso cosciente, fornirebbe una visione ed una “comprensione globale“ (olografica) della realtà come un insieme unico ed intimamente connesso di spazio e tempo.
Questa percezione del mondo come una unità interconnessa può essere avvertita a livello non cosciente, poiché la interconnessione non è spiegabile razionalmente ma é una sensazione che si sviluppa proprio per il modo in cui la mente individua ed estrae le componenti elementari della realtà memorizzando l’esperienza come interconnessione e combinazione di esse.
Questa “sensazione” di unità della realtà sebbene percepibile solo come una sorta di intuizione inconscia può essere esaltata e risalire a livello conscio attraverso la meditazione.
La percezione conscia della realtà è, invece, data dalla “osservazione” del modello mentale della realtà relativamente ad alcuni specifici aspetti che sono quelli su cui di volta in volta la mente si sofferma per dare risposte e quindi agire nel mondo in base agli eventi contingenti.
In buona sostanza la mente non sfrutta il mentale modello della realtà direttamente, ma “antitrasforma” e quindi “ricostruisce” le risposte ad alcuni problemi che l’esperienza pone applicando al modello le relative domande.
E’ qui la sostanziale differenza tra la forma di “comprensione” che si può ottenere in meditazione e quella che invece è resa tangibile a libello cosciente nel funzionamento normale della mente.
Nella meditazione il modello viene percepito senza applicare ad esso ingressi per ottenere uscite: è il modello mentale che guarda a se stesso senza interferenze.
Nel ragionamento conscio, invece, il modello viene semplicemente applicato ad un problema ricavando risposte.
Volendo riprendere la metafora già adottata,nel ragionamento conscio ogni esperienza ci propone sono uno specifico aspetto della unità mentale della realtà percepita dalla nostra mente ed è quindi come se stessimo guardando pochi pesci nell’acquario della Realtà attraverso milioni di telecamere: ciò ce li fa percepire come milioni di pesci distinti.
Ma torniamo sulla meditazione.
Un esempio tipico che può esser adoperato per illustrare cosa realmente sia un ologramma e quali sono le sue caratteristiche è il pensare ad un proiettore di diapositive privato della lente dell’obiettivo.
In questo caso, l’assenza della lente non consente più la separazione dei singoli raggi di luce che attraversano la pellicola della diapositiva.
In presenza della lente, infatti, ogni raggio viene separato ed indirizzato nella direzione coerente al punto della diapositiva da cui è stato emesso, in tal modo sul telo di proiezione si ottiene una immagine identica ma in gradita della diapositiva.
Se eliminiamo la lente tutti i raggi provenienti da tutti i punti della diapositiva si sommano ed interferiscono sul ogni singolo punto del telo facendo si che su ogni punto del telo convoglino le informazioni di tutta la diapositiva: tutto in uno.
Ciò che si ottiene è una macchia di luce, ed è singolare notare come proprio la “coscienza” di questa macchia di luce istantanea in cui si trova la spiegazione di tutto, sia la più comune delle “visioni” che si ottengono in meditazione.
Meditare è, quindi, la capacità di osservare il modello mentale del mondo senza lente, rendendo conscia la “comprensione globale“ (olografica) della realtà.
Gli effetti sono delle vere e proprie impressioni di “Ologramma” essi sono tipicamente: visione di macchie di luce multicolore ed ascolto di suoni. Nelle macchie e nei suoni si “osservano” tutte le relazioni mentali sulla realtà in un istante.
Anche i metodi tipici cui si perviene allo stato idoneo alla meditazione sono spiegabili da questo punto di vista.
Infatti chi pratica meditazione deve, prima di tutto, liberarsi di ogni legame con il mondo per entrare in contatto diretto con il solo modello mentale del mondo.
Non deve, in pratica, sottoporre ingressi alla rete neurale della sua mente, e non deve forzare pensieri; egli deve liberare la mente da ogni pensiero “particolare” che è frutto della osservazione del mondo, se si vuole, con una particolare “lente” e da una particolare direzione.
La meditazione è quindi, un porsi in “ascolto” cosciente del proprio subconscio intendendo con questo termine l’essenza olografica ed interconnessa del modello empirico della realtà che la nostra mente si è costruito con l’esperienza.
Affrontiamo, ora, questo il tema delle relazioni tra il modello olografico della mente e la formazione dei simboli ed degli archetipi.
L’archetipo ed il simbolo quale elaborazione “colta” dell’archetipo, sono, in estrema sintesi, le radici che espongono gli elementi comuni ad alcune esperienze del reale.
In tal senso sono assimilabili e collegabili a quelle idee elementari che si formano nella mente quando questa decompone i componenti elementari della esperienza costruendosi empiricamente un modello del mondo..
Essi incarnano le leggi formali, minimali e principali che accomunano e presiedono un gruppo di esperienze.
La costruzione di simboli ed archetipi, appare un evento automatico, all’interno del meccanismo descritto, che da un lato decompone la realtà per componenti isolandone quelle principali, e dall’altro compara la realtà amplificando e “fissando” le componenti comuni.
In altre parole, abbiamo visto che la mente comprende la realtà dividendola in componenti, isolando e conservando quelle che mantengono similitudini con altre esperienze: queste componenti rappresentano l’idea della realtà.
Un’idea raccoglie in se più esperienze simili, ma esiste sempre una esperienza vissuta che rappresenta e contiene meglio gli elementi di similitudine: quella esperienza, privata degli elementi inessenziali e specifici diventa un simbolo.
Il simbolo è, quindi, una particolare esperienza che sintetizza inconsciamente una idea della realtà.
La potenza del simbolom è che se si sviluppa mentalmente consente di risalire a tutte le esperienze simili.
Se, però, le esperienze che hanno portato alla formazione del simbolo nella mente di un singolo uomo, sono comuni, simili e note a tutti gli uomini, il simbolo assume una valenza universale.
L’archetipo è, quindi, la sintesi inconscia di idee universali.
L’Archetipo non è un grafico immediatamente comprensibile poiché non rappresenta più nessun oggetto reale (simbolo).
L’archetipo evoca inconsciamente simboli e quindi idee simili nella mente degli uomini stimolando reazioni inconsce.
I modelli archetipali che si determinano automaticamente nella mente non descrivono solo gli elementi comuni della realtà dal punto di vista spaziale, ma anche temporale: in pratica l’archetipo descrive anche i componenti elementari che accomunano e distinguono l’evoluzione temporale dei sistemi reali.
I simboli sono alla base delle raffigurazioni grafiche (graffiti) che l’uomo esegue per far comprendere e trasferire la propria conoscenza. Con il tempo, i simboli universali finiscono per essere rappresentati in modi simili da tutti gli uomini perché l’esperienza di “rappresentazione grafica” li priva di elementi inessenziali e specifici delle proprie esperienze.
Il tempo, quindi, priva i simboli di elementi non generali o inessenziali::restano, così unicamente i tratti grafici che rappresentano l’essenza e la valenza universale del simbolo, quella che “parla” all’inconscio di tutti gli uomini.
Ma il simbolo è un oggetto direttamente comprensibile che richiama una esperienza comune a più uomini o a tutti gli uomini. Esso, però può essere ulteriormente decomposto isolandone i tali tratti grafici essenziali e sintetici: tali tratti danno vita all’archetipo.
In buona sostanza l’archetipo non descrive e sintetizza fenomeni statici ma dinamici.
E’ proprio nel “fissaggio” o se si vuole nella polarizzazione di queste componenti e nella successiva ricostruzione delle immagini mentali e della loro mutazione, che il cervello elabora archetipi e costruisce su essi simboli per analogia.
L’archetipo, quindi, nasce in forma empirica dalla osservazione fenomenologia.
Se vogliamo, l’archetipo è il risultato stesso della elaborazione mentale.
Esso costituisce il meccanismo primario e primitivo che consente al cervello di “comprendere” la realtà sintetizzandola.
La enorme valenza dell’archetipo è quella di un seme cognitivo da cui possono nascere piante culturali di diverse per forme e fattezze ma sempre della medesima specie.
Qualunque tipo di sviluppo mentale di un archetipo, fondata su una costruzione progressiva su di esso simile a quella che viene operata da un frattale, è sempre valida poiché genera sempre una “pianta” culturale della medesima specie.
Ecco perché possedere consciamente l’archetipo di una specie cognitiva e saperlo sviluppare mentalmente equivale a possedere l’intero modello matematico empirico della specie cognitiva che ad esso si rifà.
Il vero archetipo non è quindi, un fatto soggettivo o una convenzione culturale, ma è frutto di un lungo processo di analisi che si sviluppa particolarmente nei mistici di diverse culture ed epoche che nei secoli hanno percepito la potenza di questa rappresentazione.
La sua valenza oggettiva dipende dal suo legame, da un lato con la fenomenologia del reale e dall’altro dal modello di analisi e rappresentazione comune: quello del cervello.
Nascita delle forme culturali e del sapere archetipico
Un processo di evoluzione dell’archetipo attraverso una sorta di “selezione naturale”, fa si, che l’archetipo transiti di generazione in generazione, spesso in forma più o meno complessa ed elaborata e quindi come simbolo, a mò di lascito ereditario.
E’ proprio questa “selezione naturale” che scarta simboli ed archetipi sviluppatisi in forma errata e quindi non più prolifici di riscontri fenomenologici, che genera la cultura mitologica tradizionale, le varie forme esoteriche, ma anche, a nostro avviso, il ritualismo e le espressioni religiose.
Ovviamente quando una cultura archetipica in continua evoluzione sociale come in una sorta di grande mente collettiva, prende la forma consolidata ed inamovibile della fede religiosa, perde la sua forza principale: la capacità di autocorreggersi e di migliorarsi poiché si congela nel dogma religioso.
Una ulteriore possibile degenerazione è legata al potere che la conoscenza delle strutture archetipiche determina quale strumento per il possesso delle radici stesse della la conoscenza.
Gruppi ristretti si sono spesso impossessati di queste forme archetipiche e del relativo studio, facendone un argomento di elite e di iniziazione che ha consentito, nelle varie epoche, da un lato di accumulare questa particolare forma di sapere in determinate e ristrettissime categorie sociali, dall’altro di adoperare la conoscenza che da esse proveniva per forme più o meno occulte di controllo sociale spesso affidate alla espressione religiosa della cultura archetipica.
La capacità di estrarre, analizzare e soprattutto conoscere ed associare gli archetipi alla conoscenza empirica che rappresentano, è paragonabile alla sapienza dell’agricoltore che conosce il seme e la pianta che da esso può germinare.
L’archetipo possiede, come detto, un intrinseco potere germinativo. Esso è in grado di stimolare, per la sua stessa presenza, una serie di costruzioni mentali che possono nascere in forma inconscia o conscia.
Più l’archetipo si distanzia da forme identificabili, del reale, più il suo potere germinativo di forme mentali diviene occulto.
E’ ciò che un po’ tutti abbiamo sperimentato in varie forme con la moderna cultura mediatica e con l’uso spinto di alcuni archetipi largamente usati e studiati dagli esperti della comunicazione e del marketing, che hanno lo scopo di stimolare comportamenti sociali comuni.
Infatti, l’archetipo specie se ripetuto ossessivamente, non genera solo la nascita di immagini mentali, ma stimola anche i relativi comportamenti associati alle azioni che esso ispira.
La capacità di miscelare archetipi come lettere di un linguaggio, può consentire, di generare potenti messaggi subliminali che, specie se ripetuti, posseggono un dirompente potere di regolamentazione sociale.
L’associazione e la combinazione di archetipi, infatti, proprio per la natura dinamica dell’archetipo stesso, ispira non solo forme mentali statiche ma anche dinamiche e quindi comportamenti come mutazioni degli atteggiamenti nel tempo.
Nelle antiche culture, il rito religioso praticato in luoghi di ritrovo comune, la disseminazione dei messaggi archetipici, specie se confinata in luoghi di più frequente uso, costituiva in passato, lo strumento principe per la determinazione dei comportamenti collettivi.
Oggi, i media, costituiscono lo strumento virtuale per il trasferimento massivo di queste potenti informazioni subliminali.
Per rendersene conto, basta osservare con quale meticolosità vengono selezionati simboli e messaggi pubblicitari, con quale accuratezza vengono individuati i luoghi ove sono posizionati e con quale perizia vengono mescolati messaggi del medesimo tipo o similari per produrre un effetto polarizzante , collettivo ed amplificato.
La nascita, sviluppo e formazione delle lingue e dei relativi alfabeti costituisce, forse, uno dei casi studio più interessanti dal punto di vista della estrapolazione dei modelli archetipali della realtà.
Il passaggio dai disegni murali nelle caverne, ai geroglifici e successivamente ad alfabeti come il fenicio o l’ebraico, non è, intuitivamente, così lungo e di difficile comprensione, come appare e come è effettivamente stato per il relativo processo storico di trasformazione.
Il disegno murale nelle caverne è, se si vuole, la prima forma espressiva dell’uomo.
Con il graffio l’uomo da un lato acquisisce la consapevolezza della sua conoscenza del mondo nel momento in cui rappresenta l’idea con un disegno che riproduce il proprio modello olografico sintetico mentale,, dall’altro è un modo per trasferire all’esterno e ad altri la propria conoscenza nelle forme sintetiche.
Quindi, questa forma espressiva, diviene non solo un modo per rappresentare a se stesso ciò che si è appreso e quindi, manifestare una sorta di dominio sulla realtà proveniente dalla capacità di saperla ricreare anche se solo in un disegno approssimativo, ma è anche uno strumento per comunicare con gli altri esseri umani.
E’ da queste forme di rappresentazione estremizzate, via unificate e sintetizzate che, sono nati simboli quali i geroglifici egiziani. Tali simboli si presentano come complesso e completo linguaggio visivo archetipico.
Il geroglifico altro non è se non l’estrazione di una serie di archetipi del reale, unificati attraverso un processo di analisi e sintesi durato, centinaia o migliaia di anni.
Il passaggio dal geroglifico ad alfabeti come quello ebraico o comunque alle scritture e lingue semitiche, non è altro che la ulteriore astrazione di simboli, che perdono ogni collegamento col reale e si avvicinano molto di più alla essenza dell’archetipo identificando le forme comuni a più concetti.
A questo punto non meraviglia affatto che già nei più antichi testi cabalistici come il Sefer Yetzirà, si sia arrivati ad una sorta di definizione matematica delle modalità di combinazione di questi elementi grafici secondo un sistema matematico completo e coerente.
Tale sistema si presenta come una sorta di modello di rappresentazione su un sistema multiplo di assi su ciascuno dei quali viene mappata una proprietà della realtà rappresentata dalla lettera-simbolo.
Sono passati oltre 20 anni da quando, con un carissimo amico oltre che compagno di studi, l’ing. Domenico Romano, affrontammo la preparazione dell'esame di Campi Elettromagnetici con il simpaticissimo oltre che preparatissimo prof. Giorgio Franceschetti.
Fu proprio da una accattivante introduzione al suo libro dedicato a questa affascinante e complessa materia, che, un po' per gioco, nacque l'idea bizzarra che ho esposto in un articolo apparso sulla rivista scientifica “Episteme” diretta dal porf. Umberto Bartocci della Universit di Perugia[15].
Ripercorro qui, la storia di quella teoria che nacque come un "gioco" fisico-matematico ma che, forse, può consentire oggi di rintrovare il legame fisico tra la teoria Olografica dell’Universo e la Fisica della propagazione delle onde.
Era appena uscito un volumetto di fanta-storia estremamente affascinante dedicato al famoso "Esperimento Philadelphia". La storia mai confermata dai vertici militari americani, narra di un esperimento svoltosi alla fine del 1945 che, nelle intenzioni degli studiosi che vi presero parte, avrebbe dovuto consentire la "deviazione" della luce con la conseguente mimetizzazione di un qualsiasi oggetto consentendo, in pratica, di vedere ciò che si trovava dietro di esso e quindi rendendo invisibile l'oggetto frapposto.
Il libretto, estremamente ben congegnato con tanto di "soffiate", di "scienziati dissociati", interviste, esperimenti preparatori, ecc., non sembrava affatto scritto da un semplice giornalista ma da qualcuno che aveva una conoscenza notevole di fenomeni elettromagnetici.
Eppure qualcosa non quadrava: nel libro c'era praticamente tutto ciò che serviva per una succosa ricetta di fanta-fisica, ma senza la necessaria conclusione.
L'idea di fondo, del testo, era basata sulla adozione di un campo elettromagnetico prodotto in una apparato contenuto in una misteriosa sfera, collegato ad un alternatore ed impiantato sulla nave che nel libro aveva il nome di Eldridge.
Il nome, che nel libro si dice sia stato attribuito all'esperimento dagli allora vertici militari americani, è "Rainbow Experiment".
La cosa che ci affascinò non fu tanto lo straordinario esito dell'esperimento - che provocò, a detta dell'autore, la reale sparizione della nave - ma i sub-effetti di quell'esperimento, narrati dall'autore con chiaro sensazionalismo e gusto dell'orrido.
La nave sparisce, ma compare in un porto a vari chilometri di distanza e in pochi istanti, ritorna al suo posto. Alla sua riapparizione i marinai sono, in parte impazziti, in parte fusi con la materia del vascello, in parte scomparsi del tutto.
Altra cosa interessante è la narrazione puntigliosa degli esperimenti che precedono quello definitivo, fatta utilizzando condensatori con dimensioni dell'ordine del metro, bobine giganti, e alternatori appositamente realizzati, il tutto condito con segnalazione delle frequenze di alimentazione, della capacità dei condensatori, della entità delle correnti impiegate, ecc.
Tra gli effetti segnalati c'è il sollevamento degli apparati, la loro vibrazione e oscillazione con frequenza pari a quella dell'alternatore ecc.
Insomma il tutto, anche se mai in alcuna parte del testo viene riportato, sembra chiaramente dovuto alla generazione di un campo gravitazionale collegato ai campi elettrici e magnetici ad alta frequenza utilizzati per alimentare gli apparati.
La variazioni nello spazio-tempo, anche se mai viene detto nel libro, sembrano dovute proprio agli effetti di un gigantesco campo gravitazionale tale da provocare la deviazione delle onde elettromagnetiche luminose intorno alla nave.
Per dirla in sintesi, sebbene il testo non ne faccia mai riferimento, esso descrive gli effetti del sogno dei fisici di quegli anni (1945): l'unificazione dei campi.
Da qui veniamo a questa bislacca idea e alla ispirazione che allora ci venne dal libro del prof. Franceschetti, il quale nulla mai seppe di questo nostro "gioco", visto il motivato timore di "saltare" la seduta d'esami per eccesso di "stupidità".
Prima di tutto andiamo all'oggetto del contendere: le equazioni di Maxwell, vediamole nella forma differenziale:
1) Ñ . D = r
2) Ñ . B = 0
3) Ñ ´
E = -
4) Ñ ´
H = J + .
Non chiediamo al lettore non esperto di comprendere le difficili notazioni matematiche di queste equazioni, ma semplicemente di guardarle come una sorta di quadro o di disegno per evidenziare alcune anomalie e dissimtrie che andiamo a vedere: è sufficiente questo per comprendere ciò che diremo in seguito.
Franceschetti faceva notare nel suo libro l'anomalia costituita dalla mancanza di simmetria del sistema di equazioni, evidente nell'assenza nella equazione 2) di un equivalente della densità di carica elettrica r che si trova nella equazione 1) , e nella equazione 3) di un equivalente della densità di corrente J che si trova nella 4) , per non dire dei segni con cui appaiono le due derivate temporali, una volta meno e una volta più.
Le Equazioni non apparivano “simmetriche”!
Il metodo tradizionale per renderle tali consiste nella introduzione di una ipotetica densità di carica magnetica r m e la corrispondente densità di corrente magnetica Jm . Non esistendo il primo dei due termini (o quantomeno non essendo mai stata trovata la carica magnetica) risulta inesistente e quindi inessenziale anche il secondo.
Insomma per simmetrizzare le equazioni si ci inventa un qualcosa che si sa non esistere!
Ma è l’unico modo di simmetrizzarle? Perché non provare a fare una ipotesi più forte e verificare se regge alla prova dei fatti?
A guidarci nel desiderio di simmetrizzare diversamente le Equazioni fu ilm motto di Einstein: "Dio non gioca a dadi!", ed allora ci ponemmo il problema di un possibile intervento di simmetrizzazione sulle equazioni che, però, includesse anche il campo gravitazionale.
Molte sono le similitudini tra il comportamento del campo elettromagnetico e di quello gravitazionale a partire dalle analogie dalla equazione che esprimone il Campo secondo la legge di Coulomb e che espone l'intensità della forza di interazione tra due cariche elettriche:
Fq
=
Questa espressione, formalmente, è simile all'intensità della forza di gravità che agisce tra due masse nello spazio:
Fg =
G
Ciò che ci limitammo a fare fu esprimere le equazioni del campo gravitazionale in una forma matematica differenziale e quindi simile a quella delle equazioni di Maxwel e mescolarle ad esse al fine di ottenere equazioni simmetrizzare grazie a questa nuova entità, eccole qui di seguito riportate a puro titolo di completezza, ancora una volta non chiediamo al lettore di comprenderne il significato:
7) Ñ . D = r
8) Ñ . B = r m
9) Ñ . R = r meq
10) Ñ ´
E = l 0(Jk + ) - Jm -
11) Ñ ´
H = J + - Jk -
12) Ñ ´
X = k 0(Jm + ) - k 0l 0(J +
) .
Adoperando queste equazioni abbiamo mostrato, nel nostro lavoro su Episteme, come i fenomeni che si erano osservati nell’esperimento Filadelfia, tutti, anche i più incredibili, avevano spiegazione grazie a questa proposta matematica che, in più, tale proposta era compatibile con le osservazioni sperimentali e non introduceva fenomeni palesemente che nella realtà si dimostravano palesemente falsi.
Non è questo, però, che ai fini della nostra trattazione ci interessa.
L’elemento fondamentale che emerge da queste equazioni è la particolarissima forma d’onda che da essa emerge e quindi il diverso metodo di propagazione delle onde elettromagnetiche.
In pratica nelle equazioni tradizionali di Maxwell ogni qual volta ci sono campi elettrici variabili nel tempo (ad esempio oscillanti) perpendicolarmente alla direzione variazione (o oscillazione), si produce un campo magnetico parimenti variabile (o oscillante).
Se abbiamo una sorgente di Campo elettrico filiforme, il campo attorno ad essa visto in sezione assume la forma di una serie di cerchi concentrici.
Se il campo è variabile attorno ad ogni cerchio, quindi perpendicolarmente ad esso, si avvolge un altro cerchio: quello del campo magnetico.
Abbiamo, così, una sorta di salsicciotto avvolto a cerchio.
Visto che il campo Magnetico si comporta allo stesso modo, avvolgendosi intorno al campo elettrico originario genera a sua volta un campo elettrico nuovo.
Tutto questo produce una onda che si
propaga nello spazio con due componenti perpendicolari tra loro: una componente
elettrica, l’altra magnetica.
Le nostre nuove equazioni, però, aggiungono a queste due componenti elettriche e magnetiche inseparabili e perpendicolari tra loro, una terza componente: quella gravitazionale.
Essa è perpendicolare a tutte e due in pratica si dispone in ciascun punto dell’onda elettromagnetica, secondo la direzione dell’asse Z in figura assumendo un versi opposti a seconda se ci si trova a destra o a sinistra della sorgente che in figura è nel centro del sistema di assi.
Questa nuova componente gravitazionale variabile e perpendicolare sia al campo elettrico che a quello magnetico, variando nel tempo produrrebbe, a sua volta, nuovi campi elettrici e magnetici e quindi un onda trasversale alla direzione di propagazione che vediamo in figura.
L’onda complessiva, quindi, non si propaga più linearmente, ma ruotando intorno al centro del sistema di assi come una sorta di sperale.
La valva del Nautilus, un particolare mollusco, rende bene l’idea della forma che si genera all’atto della propagazione dell’onda elettro-magneto-gravitazionale:
Non ci siamo resi immediatamente conto di questa singolare caratteristica, ma dobbiamo al fisico napoletano Renato Palmieri, la ispirazione per questa osservazione che stabilisce un inatteso e straordinario legame tra la teoria da lui formulata unicamente su basi geometriche e denominata :”Fisica Unigravitazionale” e la nostra formulata unicamente su basi matematiche e su principi di simmetria.
A questo punto, però cerchiamo di approfondire le enormi conseguenze che scaturiscono dalla Fisica Unigravitazionale di Palmieri incredibilmente coincidente con quanto esposto nella nostra teoria sulla Unificazione dei Campi.
La geniale intuizione di Palmieri stà nella particolarissima modalità con cui le onde di questo tipo, interferiscono tra loro.
Se le onde fossero puramente sferiche, come si ipotizza tradizionalemente, la loro interferenza non produrrebbe alcun effetto di sovrapposizione costruttiva, ma se le onde si propagano secondo questa particolare forma a Spirale si determinano nello spazio singolarissimi fenomeni di interferenza costruttiva che danno vita a vere forme geometriche straordinariamente simili a quelle che si generano in natura.
Vediamo, ad esempio, il caso della interferenza di due sorgenti puntiformi che emettono onde che si propagano ruotando in maniera discorde:
E’ impressionante come, con questa semplice osservazione, sembri automaticamente spiegabile una singolarit tipica del mondo organico e degli esseri viventi: la simmetria bilaterale.
Vediamo, invece, gli effetti di una interferenza tra onde prodotte da due sorgenti, che si propagano ruotando in verso concorde:
Anche qui sembra immediatamente spiegata la forma a spirale tipica di tutte le galassie.
In buona sostanza la interferenza delle onde elettro-magneto-gravitazionali, grazie a questa propagazione a spirale diviene costruttiva e genera delle forme quanto si vuole complesse in dipendenza dalla distanza, dal verso di rotazione, dalla posizione e dal numero delle sorgenti.
Ma quali sono gli effetti prodotti da questo tipo di onde?
E’ evidente che il “condensarsi” e l’aggrupparsi delle onde a formare figure, porta con se il condensarsi ed aggrupparsi degli effetti elettromagnetici e gravitazionali insieme, che ad esse si accompagnano.
A questo punto , a seconda del tipo di interferenza, è possibile che vengano esaltati comportamenti elettrici, magnetici o gravitazionali, ma ciò che è certo è che queste forme di interferenza vivono di vita propria e non hanno bisogno, ad esempio, di materia per esplicare gli effetti gravitazionali.
Ciò che stiamo dicendo è che la Materia non ha pià necessità di esistere visto che le forme di interferenza che si determinano nello spazio facendo interferire sorgenti puntiformi, hanno tutte le caratteristiche di un corpo reale pur non avendo alcuna realtà fisica.
In buona sostanza, secondo questa nuova visione che mette insieme la Fisica Unigravitazionale di Palmieri e la nostra teoria della Unificazione, tutto ciò che è nel Cosmo é effetto di una interferenza “formante” di sorgenti diffuse e la Materia stessa è una mera illusione.
Ciò è straordinariamente concorde non solo con quanto sostenuto dalla gnosi e dall’ermetismo, ma anche con quanto sostenuto dalla Teoria Olografica.
Il mondo è una illusione e se si vuole comprenderlo è necessario risalire alla natura delle sorgenti che interferendo in vario modo lo formano.
Da questo punto di vista la comprensione di questa intima unione delle cose attraverso la molteplicità delle interferenze che una singola sorgente ha con le rimanenti, operata attraverso la intuizione empirica nella nostra mente, può alla lunga, aver consentito di identificare la natura elementare di tali sorgenti ed il modo con cui, le onde spiraliformi da queste emesse, componendosi tra loro in vario modo, generano il mondo.
Quelle sorgenti sono assimilabili a quelle che nella mistica ebraica e cabalistica sono le lettere delle parole usate da Dio per creare il mondo.
Il segreto della Creazione nel libro della Formazione del Mondo
E’ un testo databile tra il III ed il VI sec. d.c. che costituisce il più antico documento noto della mistica ebraica ed è un riferimento fondamentale per i cabalisti di tutte le epoche.
Secondo il Talmud [16]nel quale l’opera viene denominata Hilchoth Yetzirà[17] il testo era oggetto di studio da parte dei rabbini Chanina e Oshaya. Essi vi si dedicavano durante le vigile del sabato e, grazie ad opere magiche ispirate al Sefer, solevano crearsi vitello grande un terzo del naturale per mangiarlo.
Come l’episodio talmudico illustra e come ritiene lo stesso Sholem Gersom, figura tra le più rappresentative tra i moderni studiosi e storici della Cabala ebraica[18], il testo era probabilmente adoperato per pratiche magiche connesse al potere delle lettere e delle parole.
La corrente di pensiero che ha prodotto questo scritto riflette lo stile della mistica della Merkavà, ovvero della speculazione sulla Chochma[19] e la corrispondente descrizione dell’ascesi estatica attraverso i misteri del trono divino.
L’opera suddivisa in 6 capitoli, espone in forma schematica e criptica le modalità secondo cui lo Spirito del Dio Vivente procedette per la creazione del Universo.
Strumento fondamentale della creazione sono le 10 Serifot, che vengono descrite nel primo capitolo, e le 22 lettere dell’alfabero ebraico, suddivise nel testo in 3 madri, sette doppie e 12 semplici.
Le dieci Sefirot descrivono le coordinate dello “spazio della creazione” e sono ripartite in
Due Etiche: Profondità del Bene e Profondità del Male
Due temporali: Profondità del Principio e Profondità della Fine
Sei spaziali: Profondità dell’Alto e del Basso, dell’Est e dell’Ovest, del Nord e del Sud
Interessante è notare che questa individuazione delle coordinate di base per la creazione dell’Universo non é dissimile da quella che la alcuni fisici di avanguardia hanno di recente proposto nel campo dei modelli tesi alla armonizzazione della Teoria della Relatività Generale con la Meccanica Quantistica.[20]
Il Sefer Yetzirà, come sembra narrare l’autore stesso, é frutto[21][ di una visione estatica d’insieme che l’autore paragona alla un “lampo”, su tale modo di rappresentare il momento della intuizione metidativa ci siamo soffermati nei precedenti paragrafi.
Il causa prima del moto incessante delle Sefirot l’una nell’altra, è la parola di Dio che si propaga, dice l’autore, “come un uragano” tra esse.
Il testo pone al centro della creazione la potenza generante della Parola di Dio. Perché essa possa esistere è, ovviamente, necessario disporre di un linguaggio e di un alfabeto.
A sottolineare questa centralità della Parola di Dio come strumento creante interviene la stessa composizione che l’autore attribuisce all’ Spirito di Dio che è nella prima Sefirot.
Lo spirito di Dio è composto dalla Parola, dal Soffio ed dalla Voce o Verbo.
La prima creazione dello Spirito è, quindi, la forma della parola, cioè il linguaggio e quindi le 22 lettere fondamentali, queste sono create dal Soffio proveniente dallo Spirito che costituisce la seconda Sefirot.
Sempre dal Soffio viene creata, poi, la terza Sefirot: l’acqua.
Da questo momento la creazione opera in tre distinti domini:
Il Mondo o se si vuole il macrocosmo
L’Anno o se si vuole il tempo
L’Anima dell’uomo e della donna, o se si vuole il microcosmo uomo inteso come una unità corporea ed etica
La creazione delle prime 3 Sefirot a partire dalla Sefirot dello Spirito corrisponde alla creazione avviene a mezzo della “attivazione” delle tre lettere fondamentali o “Madri”: l’Alef @, la Mem N la Shin Y.
La prima è legata alla Sefirot dell’Aria, la seconda a quella dell’Acqua e la terza a quella del Fuoco.
La prima parte della creazione, quindi, produce gli elementi che occuperanno lo spazio non ancora creato.
Per attendere alla creazione dello spazio Dio seleziona tre lettere nel “segreto delle tre madri” per attribuirsi un nome:
Yod I dall’Alef @: nel seguito dell’opera viene associata al Fare nel microcosmo dell’Anima umana e per questo è legata all’Alef , espressione del Soffio e strumento creativo di Dio.
L’Hei D dalla Mem N: nel seguito dell’opera associata al Conversare e quindi alla parola mediatrice e per questo legato alla Mem che l’autore descrive come mediatrice tra Alef e Shin o meglio tra il Corpo, strumento del fare divino rappresentato dall’Alef e la Testa strumento del pensiero divino personificato dalla Shin.
La Vav E dalla Shin Yche nel seguito dell’opera viene associata al Riflettere e quindi alla Verbo espressione del concetto pensato e quindi prodotto primo Testa a sua volta strumento del pensiero divino personificato dalla Shin..
Non si può escludere, anzi ritengo estremamente probabile, che l’autore intendesse suggerire con il termine “scegliere nel segreto delle Madri” non solo una scelta consapevole di Dio tra le 22 lettere generate a partire dalle lettere madri, ma anche un rapporto di forma delle singole lettere selezionate rispetto alla lettera di origine.
Lo yod, infatti, è un apice assimilabile alla parte superiore sinistra o inferiore destra del simbolo che rappresenta l’Alef.
Questo simbolo, secondo alcuni cabalisti (Grad), rappresenta l’elemento l’atto creativo insito nella “separazione”, tale atto è espresso, appunto, dalla barra inclinata tra i due apici o se si vuole le due “yod”.
Altri cabalisti non esitano, credo non a torto, ad associate i due yod che sembrano formare i vertici in alto a sinistra ed in basso a destra, dell’Alef a due gocce d’acqua.
La barra obliqua dell’Alef diviene, quindi, lo scorrere dell’acqua richiudendo in se una fondamentale caratteristica della vita: il movimento. L’Aleph, sebbene non rappresenti l’acqua ma l’impalpabile aria, ha anche la funzione simbolica dell’Umido e quindi del principio fondante che è alla base dell’acqua stessa.
Lo yod, come goccia di acqua, viene facilmente associato, per forma, al seme con chiarissimo riferimento sessuale alla componente maschile ed ecco, che lo yod diviene, nella cabala, la rappresentazione stessa del maschio e del componente germinatore. La riconnessione al Fare o Creare è, quindi, immediata e da qui quella con lo Spirito di Dio.
La Hei, potrebbe essere legata alla Mem la cui forma chiusa pare ricordare la funzione di mediazione e “richiusura” tra elementi opposti che il Sefer le attribuisce.
Tale lettera, privata del tratto inferiore, potrebbe ricordare la Hei simile ad un PI greco.
Non è difficile vedere, nella forma della Hei, l’archetipo di un tempio con le due barre verticali che compongono due colonne: quelle che ornavano l’ingresso al tempio di Gerusalemme.
Da qui la connessione alla proprietà fondamentale di Dio che è il suo “comunicare” che lo fa associare al Verbo ed alla Parola creatrice è pressoché automatica. La parola (Hei), quindi, come necessaria alla mediazione, e la mediazione (Mem) come fondante del principio della creazione nell’equilibrio tra gli opposti.
Per la Vav, infine, è
facile risalire alla forma di una delle tre barre verticali simili a “fiammelle” presenti nel simbolo della Shin.[22][.
La Shin, come simbolo del fuoco e la Vav come scintilla da essa tratta non può non essere associata all’atto creativo più importante di Dio su cui si concentra tutto il Sefer: l’uomo o l’Adam Kadamon, archetipo dell’uomo, più Dio che uomo stesso.
La Vav sebra essere l’archetipo fondamentale dell’uomo stesso poiché nella sua forma ne ricorda la forma eretta esaltandone, nella parte alta, la testa con una protuberanza.
La scintilla divina, o idea, che si manifesta nella massima creazione che è l’uomo sintetizzato dalla Vav.
Queste che paiono speculazioni gratuite, possono essere, a ben guardare, esattamente le analisi ed il risultato di sintesi della osservazione del reale e della trasformazione di grafi pittorici, in geroglifici, e da questi agli ideogrammi ed alla lettera semitica e quindi alla derivazione ebraica.
Il nome di Dio, quindi, nella cabala è associato chiarissimamente alle azioni del pensiero nella loro sequenza:
Il seme germinatore genera le idee fondanti, la mediazione del verbo come rappresentazione mentale trasformata dei pensieri genera, analizza le idee e le ricompone, la scintilla creatice finale della intuizione genera una nuova idea sintesi dal seme originario.
In buona sostanza il Sefer ci stà descrivendo le radici del processo mentale attraverso il suo risultato: l’archetipo associato a ciascuna lettera ebraica.
Ma torniamo al Sefer.
Creato il proprio Nome, Dio procede alla permutazione delle lettere che lo compongono producendo dando vita 6 possibili configurazioni YHV,YVH,VYH, VHY,HYV, HVY che danno origine rispettivamente alle sei direzioni dello spazio Alto, Sud, Est, Ovest, Basso, Nord) e quindi alla creazione dello spazio stesso (Alto, Basso, Est , Ovest, Sud, Nord). Ogni cardine di questo spazio è contrassegnato da una delle sei lettere doppie, rispettivamente: Bet, Reisch,Kaf, Dalet, Pei, Gimel, mentre al centro, di questo spazio, nel posto riservato allo Spirito di Dio vi è la Tau.[23]
La creazione dello spazio delle lettere “doppie”, ciascuna associata ad uno dei sei versi cartesiani, offre la possibilità di conbinarli a coppie per formare le nuove 12 direzioni che si aggiungono alle sei basilari (Est - Alto, Est – Nord, Est – Sotto, Sud – Alto, Sud – Est, Sud – Sotto, Ovest – Alto, Ovest – Sud, Ovest – Sotto, Nord – Alto, Nord – Ovest, Nord – Sotto).
Ciascuna di queste direzioni composte è disposta su uno dei tre piani assonometrici che sono quello Nord-Sud-Est-Ovest, quello Nord-Sud-Alto-Basso, quella Est-Ovest-Alto-Basso.
Per essere più precisi, rappresentando ciascun piano con un quadrato, le 12 direzioni composte si dispongono ai vertici di ciascuno dei tre piani.In ciascuno dei vertici di questi piani viene posta una delle dodici lettere semplici, mentre nei punti mediali dei lati che rappresentano ciascun piano restano collocate le 6 lettere semplici con le sei direzioni primarie.
Le lettere vengono, poi,
raggruppate per tre in “divisioni” secondo le 6 direzioni fondamentali andando,
quindi, a formare 4 divisioni di 3 lettere ciascuna. Se, infine, ciascun piano lo si contrassegna con una delle tre lettere madri, si
ottiene una figura spaziale che rappresenta l’intero
alfabeto ebraico.
Il Sefer sembra, quindi, esplicitare ciò che noi avevamo proposto come procedimento di formazione degli alfabeti primitivi dal grafo, come archetipi e quindi come semi cognitivi.
Le singole lettere paiono rappresentare il principio olografico come lo abbiamo descritto.
Si parte dalle componenti principali della Trasformazione di Fourier attraverso cui la mente ha identificato gli elementi periodici e ripetitivi del reale per scendere a quelle via via meno importanti.
Nel caso in esame le tre proprietà fondamentali identificate dal modello alfabetico del Sefer costituiscono la componente principale dello sviluppo in serie di Fourier di qualunque pensiero.
Le tre madri sono collegate, dal Sefer, alla Alef, la Mem e la Shin.
Le tre lettere sono collegate al macrocosmo ed al reale assumendo rispettivamente la funzione rappresentativa dell’Aria, della Terra e del Cielo.
Questa rappresenta, come è facilmente intuibile, la prima grande divisione che l’uomo percepisce nel momento in cui inizia a comprendere il mondo esterno.
La terra, solida e fredda su cui poggia i piedi e da cui trae nutrimento e vita, da qui il collegamento con l’acqua. Essa è la mediazione comprensibile tra l’incomprensibile (Shin) e l’impalpabile (Aleph).
Il cielo come entità misteriosa ed irraggiungibile associata al fuoco, al divino ed alle energie su cui l’uomo non ha potere (vulcani, incendi, ecc…) che dominano sul suo futuro.
L’aria che respira, da cui prende vita. Impalpabile ed impronunciabile come l’Alef, ma carica di vita come l’Umido trasporta e trasferisce vita.
A questo senso macroscopico si associa l’autopercezione umana del reale.
La Alef diviene il corpo la cui vita è legata al respiro ed all’atto creativo di Dio con il Soffio.
L’associazione nasconde la impossibilità di percepire se stessi come mondo esterno che è nel contempo il principio dell’autocoscienza e la base della percezione e dell’appropriamento della realtà.
Nella associazione tra l’Alef ed il corpo c’è la incassificabilità dell’autocoscienza. L’esistenza certa ma l’impossibilità di spiegarla. L’Alef è un postulato, anzi il postulato della vita.
La Shin è la parte misteriosa del se, la mente, quella che ci ricongiunge a Dio e che nasconde il “Fuoco Sacro”.
La M è la parte umana e comprensibile: il ventre. Quello che ci ricongiunge ai nostri bisogni umani come il cibo senza i quali non potrebbe esistere nel l’Alef-corpo né la Shin-testa.
Da queste tre lettere si passa, poi, alle sette doppie che costituiscono la seconda componente dello sviluppo in serie di Fourier secondo cui la mente mappa il reale.
Anche qui vi è il principio di contrapposizione tra opposti con l’aggiunta della mediazione, e quindi il numero 3, predomina.
6 lettere sono disposte secondo le 6 direzioni fondamentali dello spazio ed esprimono il secondo livello di analisi: quella, appunto, spaziale.
Le sei lettere vengono tutte disposte in coppie opposte ed al centro di esse è posta la Tau, anch’essa assimilabile ad una sorta di PI greco già notata nella Vav (cui è molto più vicina della Vav come forma).
La Tau sembra essere una Vav all’estremità inferiore della quale è posta una protuberanza, una sorta di yod. Essa è, quindi, il tempio che al suo interno o sotto di essa nasconde lo yod, il seme divino.
Infatti la Tau è chiaramente collegata ai divino poiché essa è associata al Sabato, giorno sacro per gli ebrei ed espressione massima della mediazione nella settimana e del riposo creativo e dalla creazione, al pianeta Giove, il più grande visibile nel cielo da sempre associato alla divinità ed alla Bocca espressione del verbo divino.
Da qui si dipartono le rappresentazioni opposte delle proprietà del reale e dei fini cui tende la vita umana.
Ogni lettera delle sei si contrappone all’altra e rappresenta in se due proprietà opposte, ma tutte collegate ai fini etici cui tende l’uomo:
Saggezza e stoltezza nella Beit contrapposte a Ricchezza e povertà nella Ghimel
Vita e Morte nella Kaf contrapposte a Fecondità e sterilità nella Dalet
Pace e Guerra nella Reish contrapposte a Dominio e Schiavitù nella Pei
Il dualismo del destino umano ed il fine stesso della vita riassunto in sei lettere “doppie” poiché doppia è la strada che l’uomo può percorrere.
In questo sistema cartesiano l’uomo viene rappresentato non come essere vivente ma come essere pensante che nella sua interazione con il mondo finisce manifestare ciò che egli è e la sua personalità.
Ogni uomo e la sua personalità e quindi la rilevanza che da ai diversi fini della vita, ma anche il modo in cui si pone di fronte al mondo può essere pienamente rappresentato secondo questo stupefacente modello, ponendo un punto nello spazio a 6 dimensioni.
Il comportamento divino stà nel mezzo di queste sei direzioni e quindi nella capacità di saper mediare tra le esigenze diverse: essa stà, quindi, nella Tau.
E’ singolare notare come, in questa rappresentazione, non sembrino esserci valutazioni etiche, il bene ed il male sono facce della stessa lettera e della stessa medaglia.
Sembrerebbe, anzi, che nel tempio centrale, nella Tau, che è Bellezza o Bruttezza, ci siano due divinità parimenti rilevanti: il Dio buono ed il Dio malvagio, avvicinandoci a quella che è la tipica concezione dualistica dell’Essenismo ebraico, prima e della gnosi dopo.
Altra notazione rilevante è inerente la funzione percettiva assunta dalle 6 lettere ciascuna delle quali rappresenta una delle due metà dei sensi attraverso cui l’uomo percepisce la realtà: le due narici, i due occhi e le due orecchie, oltre che la bocca posta al centro.
Interessante è notare che manca il tatto, salvo osservare che il tatto viene posto, dal Sefer, ad un livello superiore a questo piano. Il tatto in cui c’è l’autocoscienza è nelle lettere superiori, nelle tre Madri.
In esse, infatti, c’è la percezione del caldo e del freddo, del liquido e del solido, del palpabile e dell’impalpabile.
Il tatto, quindi, nel Sefer ha una rilevanza enorme ed è il senso che ci ricollega al divino.
Le 12 lettere rimanenti passano a descrivere su tre piani individuati inizialmente (macrocosmo, microcosmo e tempo) in cui la Realtà del Sefer viene suddivisa, ad un livello di dettaglio ancor più spinto.
Il corpo umano viene identificato per le sue parti note, interne ed esterne, e ciascuna viene associata ad una manifestazione comportamentale umana (ridere, dormire, adirarsi, ecc..).
Il Sefer Yetzirà è, come si è visto, il riferimento primario per la Ghematria e definisce anche il principio di associazione ed equivalenza numerica delle parole per permutazione.
Il principio della permutazione, ad esempio, è chiaramente espresso non solo dal modo in cui Dio firma le 6 direzioni dello spazio permutando le tre lettere del suo nome (il fattoriale di 3 è 3!= 1 x 2 x 3), ma soprattutto nella regole delle 231 case che si leggono nella Sezione 16 del Capitolo IV.
Qui viene fornito l’algoritmo della permutazione e combinazione in forma poetica.
Dette “Pietre” le lettere dell’alfabeto e “Case” le parole che si formano con le pietre-lettere, l’autore propone il seguente schema di permutazioni
Con 2 pietre si
ottengono 2 Case (2!= 1 x 2)
Con 3 pietre si
ottengono 6 Case (3! = 1 x 2 x 3)
Con 4 pietre si
ottengono 24 Case (4! = 1 x 2 x 3 x 4)
Con
5 pietre si ottengono 120 Case (5! = 1 x 2 x 3 x 4 x 5)
Con 6 pietre si
ottengono 720 Case (6! = 1 x 2 x 3 x 4 x 5 x 6)
Con 7 pietre si
ottengono 5020 Case (7! = 1 x 2 x 3 x 4 x 6 x 7)
Affermando, implicitamente, che le parole del vocabolario non possono superare 7 lettere, ma anche che le parole sono in numero finito: 5892.Ciascuna di esse si comporta come un insieme di coordinate nello spazio delle proprietà, o delle idee, o ancora, se si vuole, della mente di Dio.
Secondo il Sefer Yetzirà, quindi, la parola esprime l’insieme delle proprietà dell’oggetto che rappresenta definendolo univocamente, ma anche consentendo di rapportarlo a tutta la creazione ed agli elementi del creato per identità, attraverso la identificazione di parole di eguale lunghezza e che adoperano le medesime lettere ma con ordine diverso.
Da questo principio scaturisce un’ulteriore principio base della Ghematria[24]: l’affinità per valore cabalistico.
Attribuendo ad ogni lettera un valore posizionale nell’ordine in cui appaiono nell’alfabeto ebraico e numerando da 1 a 10 le prime 10, da 20 a 30, le seconde dieci e 100 in poi le ultime, si ottiene un metro per la misura del valore cabalistico di una parola, tale valore si ottiene con la somma dei valori di ciascuna lettera.
Il primo problema è nel valore cabalistico di ciascuna lettera. Si potrebbe, ad esempio, facilmente obbiettare che il valore cabalistico non è dovuto alla posizione ordinale nell’alfabeto ebraico, ma in quello di importanza che gli attribuisce il Sefer Yetzirà, ma per la verità anche il Sefer lascerebbe aperta la porta alla interpretazione tradizionale cabalistica poiché nel Capitolo II Sezione 4 e 5 la combinazione delle lettere avviene in coppie, ciascuna lettera con tutte le altre, nell’ordine posizionale che hanno nell’alfabeto e non in quello di importanza che il Sefer stesso stabilisce.Il problema non è risolvibile unicamente attraverso il Sefer. Ciò che, invece, il Sefer chiarisce bene è la contrapposizione delle parole nello “spazio della creazione”. Ogni parola e quindi ogni oggetto della creazione ha il suo gemello simmetrico che propone proprietà complementari in una sorta di rapporto causa effetto: Dominio contrapposto a Pace, Fertilità a Vita, Saggezza a Ricchezza, non sempre chiari nel loro senso ma evidentemente voluti dall’autore.
Le derivazioni di questo sistema di rappresentazione simbolico della conoscenza sono, evidentemente, innumerevoli e gli sviluppi potenziali infiniti, come conferma la varietà degli studi cabalistici, ma quello che ci piace sottolineare è la impostazione algoritmica e geometrica del problema della espressione linguistica ebraica che fa, comunque, del Sefer un caso unico di modelllo rappresentativo coerente di un linguaggio e delle sue regole di rappresentazione.
Il Sefer Yetzirà, però, non si limita a suggerire questa deduzione possibile ad oltre 1500 anni della sua presunta data di composizione, ma va ben oltre.
Il Sefer suggerisce anche una associazione del suono prodotto dalla lettera alla proprietà di questa. Esso, infatti, suggerisce l’associazione del fischio della “Shin”, o del “silenzio” della Mem alla loro rispettiva funzione ed all’elemento che rappresentano (Fuoco e Acqua) ispirando una riflessione estesa a tutte le lettere dell’alfabeto ebraico ed alla possibilità che i suoni ad essi associati siano correlati onomatopeicamente, alle proprietà che queste rappresentano.
Per una lingua fondata su ideogrammi che sono archetipi e semplificazioni estreme di simboli che, a loro volta erano probabilmente, in origine, graffiti e quindi raffigurazione di oggetti o idee, tutto ciò non è affatto “magico” o “straordinario”.
Non è strano infatti, che di un graffito, di per se semplificazione già di una idea o di un oggetto, con l’isolamento delle caratteristiche principali, si possa ottenere per affinamenti successivi nel tempo un archetipo perfetto che finisce, necessariamente, per eliminare tutte le proprietà non essenziali isolando quella principale.
Quindi non meraviglia affatto che nel tempo si siano affinate le identificazioni di proprietà riducendole progressivamente e pervenendo a soli 22 ideogrammi che combinati danno tutte le rimanenti possibili proprietà.
Non meraviglia nemmeno che il suono di ciascuno di questi archetipi abbia finito per “ricordare” il “rumore” di ciò che esso rappresentava.
Un sistema di archetipale evolutosi nel tempo come quello della lingua ebraica diviene, così, un modello perfetto di rappresentazione simbolica della conoscenza in cui la forma di una lettera, la proprietà che essa rappresenta, ed il suono possono far leva sul subconscio collettivo “creando” o ispirando idee simili nella mente umana, pur in assenza di cause che ispirino quelle idee, ma per il solo “pronunciare” la parola stessa.
Se anche volessimo supporre che un testo come il Sefer è frutto dell’analisi postuma di un solo uomo o di più gruppi di uomini, si dovrebbe riconoscere che costui è un genio ed è riuscito a rilevare un numero talmente grande di coincidenze simboliche nell’alfabeto ebraico, nella forma delle lettere e nella loro composizione da riuscire a costruire un libro nel complesso perfetto che consente, ancora oggi, di effettuare numerosi e validissimi ragionamenti etimologici e di affinità semantiche, basandosi unicamente sulle lettere che formano le parola ebraiche e sulla loro combinazione.
Personalmente credo sia davvero folle non riconoscere la impossibilità di tali coincidenze e supporre, che la leggenda che vuole questo testo come una delle più antiche espressioni della letteratura ebraica abbia più che un fondamento, specie se si tiene conto di quanto esposto nei precedenti paragrafi in relazione al comportamento olografico ed archetipico della mente.
Sarebbe, quindi, davvero un peccato non approfondire e studiare questa miniera di sapere empirico e soprattutto studiare la formazione del modello linguistico ebraico che emerge da questo testo dimenticando l’uso improprio che ne è stato fatto nel tempo in ambito magico e pseudoesoterico.
Realizzato in soli 2 anni tra il 1163 ed il 1165 dal monaco Pantaleone della abbazia di Casole in Puglia, il mosaico di Otranto è di certo tra le più straordinarie opere musive medievali con i suoi ben 16 metri di tessere e le misteriosissime immagini che vi sono rappresentate.
Il primo elemento che appare anche ad occhi non esperti, è l’anomalia dovuta alla totale assenza di immagini neotestamentarie ed alla presenza, di un numero impressionante di rappresentazioni mostruose che conferisce all’opera un aspetto tetro e misterioso.
In realtà il mosaico della navata centrale non è il solo, ve ne sono due più piccoli nei transetti sui quali, però non ci soffermeremo.
L’elemento che più risalta nell’intero mosaico è il grande albero che possiede due soli rami vistosi, vicino alle radici, peraltro non raffigurate.
E’ nel Vangelo di Filippo che troviamo una prima soluzione all’enigma dell’assenza delle immagini neotestamentarie in quest’opera:
“L’apostolo Filippo disse:<<Il falegname Giuseppe, … piantò un giardino; con gli alberi che aveva piantato fece una croce: il suo discendente fu sospeso a quello che aveva piantato: il suo discendente è Gesù, l’albero è la Croce>>.Ma l’albero della Vita è in mezzo al giardino. Tuttavia è dall’ulivo che si estrae il crisma per mezzo del quale si ha la resurrezione” (V.F. 73,10)
L’albero è quindi, la Croce del Cristo: ecco quindi il simbolo neotestamentario.
L’associazione Albero-Croce non è, in realtà, presente solo nel Vangelo di Filippo. Una esposizione completa del simbolo dell’albero paragonato alla Croce lo troviamo, ad esempio, nelle lettere del vasto epistolario del monaco Paolino di Nola, su cui torneremo più avanti.
Ciò che, però c’è di nuovo in questa rappresentazione dell’albero nel Mosaico di Otranto, è la esplicita volontà di non raffigurare immagini del nuovo testamento quasi per non mescolarle ad una rappresentazione che ne corromperebbe la valenza.
Nel brano di Filippo, rispetto alla valore tradizionale della coppia Albero – Croce, c’è in più un collegamento tra l’albero piantato dal falegname Giuseppe, e la Croce che avrebbe portato alla morte suo figlio.
Il concetto viene approfondito, nel seguente brano:
“In mezzo al paradiso crescono due alberi: uno genera animali, l’altro genera uomini. Adamo mangiò dell’albero che genera animali, divenne animale e generò animali. L’albero da cui mangiò Adamo è l’albero della Conoscenza…Se avesse mangiato del frutto …dell’albero della Vita…gli dei venererebbero gli uomini” (V.F. 71,20)
Nel mosaico in altro a sinistra, si notano, ben in evidenza, i due alberi di cui parla Filippo collocati nel Paradiso terrestre. L’intera scena della cacciata di Adamo ed Eva dal Paradiso, ha una particolare predominanza e, guarda caso, ospita la più enigmatica delle figure nell’opera: Re Artù: personaggio, in apparenza, fuori contesto.
In ambito gnostico l’episodio del peccato originale costituisce non il momento della condanna ma al contrario il momento della riscossa dell’Uomo contro l’Ignorante Dio del Vecchio Testamento: il Demiurgo.
L’uomo, purtroppo però, mangiò dall’albero sbagliato infatti come afferma Filippo, se Adamo avesse mangiato dall’albero della Vita e non da quello della Conoscenza, ora “gli dei venererebbero gli uomini”.
In Filippo si legge infatti:
“Quello (l’Albero della Conoscenza, nel Paradiso del Demiurgo) ha ucciso Adamo mentre in questo luogo (il Paradiso del Nous) l’Albero della Gnosi fece vivere l’uomo. La Legge era l’albero (della Conoscenza) . Esso ha il potere della conoscenza del bene e del male: non lo esentò dal male né lo stabilizzo nel bene” (V.F. 73,30)
In buona sostanza l’albero della conoscenza del Bene e del Male, non ha fornito all’uomo la vera conoscenza ma lo ha fatto oscillare in eterno tra Bene e Male.
Quell’albero è la Legge prodotta dal Demiurgo, il Dio ignorante, geloso, egoista ed ingiusto del Vecchio Testamento.
E’ con la ribellione alla Legge e con il superamento di essa, tema peraltro caro anche all’apostolo Paolo, ripreso ed ampliato in ambito gnostico, che l’uomo può iniziare il suo cammino di liberazione, ma non può farlo da solo.
Il Logos Cristo - Albero, insegna all’uomo gnostico, la Via per superare i vincoli della Legge e per riconoscere in se la scintilla divina.
Esiste una corrispondenza posizionale davvero impressionante tra l’albero Sephirotico nella Cabala ebraica ed i simboli nel Mosaico di Otranto: è in questa corrispondenza la soluzione del senso profondo e gnostico dell’opera musiva.
L’albero Sephitorico viene descritto per la prima volta nel “Sefer Yetzirà” che abbiamo analizzato nel precedente capitolo soffermandoci alla esposizione della teoria della creazione del Cosmo operata da Dio adoperando la lingua ebraica.
Il Mosaico di Otranto ci consente di ritornare sulla Cabala ebraica e sulle 10 Sephirot che rappresentano le tre lettere madri e le 7 doppie, e quindi riassumono le 10 proprietà fondamentali con le quali, secondo la Cabala ebraica, è possibile rappresentare le principali caratteristiche della Creazione e generare nuova creazione combinando le lettere come armoniche di una trasformata di Fourier.
Vediamo, però, le corrispondenze tra le 10 Sephirot della Cabala ebraica e gli elementi grafici del mosaico di Otranto, partendo dal Basso:
I due elefanti contrapposti, su cui ci soffermeremo più avanti, da sempre simbolo di saggezza, e le stesse radici assenti dell’albero corrispondono alla Sephirot del Regno
Il leone a quattro corpi in evidenza in basso a sinistra ha corrispondente lo Splendore nella Cabala
Mentre con simbologia inconfondibile re Alessandro, raffigurato mentre, come narrato in una leggenda antica, prova a salire al cielo a cavallo di due grifoni, è indubbiamente la Vittoria quale emblema dell’Uomo imbattuto
La mano di Dio che, al centro del Mosaico, ordina a Noè di costruire l’Arca è il simbolo della Sephirot del Rigore
Ad essa si contrappone la Sephirot della Pietà rappresentata dall’Arca
In alto troviamo l’Intelligenza raffigurata con i due alberi del Bene e del Male che corrisponde alla Sephirot della Conoscenza cui si contrappone la Saggezza rappresentata da Re Artù che cavalca un caprone
Infine la Corona è sotto il presbiterio raffigurata da 16 cerchi in cui sono presenti varie raffigurazioni mostruose tra cui spicca Leviatan e soprattutto una Sirena a Due code che ricorda da vicino il simbolo della duplicità nell’Abraxas, essere mostruoso con due serpenti intrecciati al posto dei piedi, che era l’emblema della gnosi.
Non si può non cogliere una particolare ironia nei messaggi simbolici, e nei goffi personaggi di questa Cabala, specie se si riflette sul loro valore, proprio nella Cabala ebraica.
E’ strano, ad esempio, che l’Intelligenza sia associata ad un gesto tutto sommato stolto: quello di ribellione di Adamo che non mangiò dall’albero della vita ma da quello della Conoscenza.
Lo stesso Re Artù è raffigurato in maniera ironica, mentre cavalca un Caprone associato da sempre alla stupidità e non certo alla Saggezza come si ricava dalla corrispondenza con l’albero cabalistico.
Infondo anche la Pietà di Dio raffigurata con l’Arca appare ben strana se questa pietà riguardò solo una famiglia rispetto a tutto il mondo.
Lo stesso Alessandro, re imbattuto, inserito quale simbolo della Vittoria, viene rappresentato nell’unico momento di sconfitta, quando questi cercò di raggiungere Dio con il carro trainato da due grifoni.
Lo splendore poi, è raffigurato, non a caso con un leone, che nei bestiari medievali, era l’emblema delle passioni. Lo stesso Galvano, nel Parzival di Von Eschenbach, in una simbolica ed emblematica lotta su un letto mobile, è costretto a combattere la tremenda battaglia contro il suo leone passionale.
Ma proseguiamo sottolineando l’ironia di Pantaleone nella sua associazione degli elementi simbolici alla Cabala.
I 4 corpi sono le quattro sostanze della Materia correlate alle quattro passioni nella cosmogenesi Valentiniana che costituiscono il discutibile “Splendore” del Demiurgo; egli, quale stolto Artigiano si serve di esse per creare il mondo.
Ben strani appaiono, poi, gli Animali che dovettero esser caricati nell’arca e che sono rappresentati subito sotto essa a destra del mosaico.
Pantaleone rappresenta, infatti, solo esseri Mostruosi che sembrano richiamare gli uomini-animali che si generarono per l’errore di Adamo, del resto molti di questi animali, nel mosaico, hanno volti antropomorfi. Se Pantaleone vuole suggerire, come appare dalla collocazione, che questi siano gli animali salvati dall’arca si capisce con quale ironia si rivolga alla presunta pietà del Demiurgo nel salvare il “meglio” della creazione.
Ma che senso ha questa raffigurazione l’albero – Cristo che sostituisce il tronco dell’albero Sephirotico?
Nella Cabala ebraica, i due rami laterali di questo albero rappresentano il bene ed il male. Solo grazie alla presenza dei nodi centrali nel tronco si ha, quindi, la possibilità di raggiungere il “riposo” e quindi l’equilibrio tra il Bene ed il Male.
Questa, almeno, la visione tradizionale dell’albero cabalistico che, però, non rispecchia appieno il senso del Sepher Yetzirà, almeno nella divisione netta tra bene e male che le Sephirot della Cabala espongono.
Le sette lettere doppie nel Sepher, sei delle quali corrispondono ai due rami opposti dell’albero, in realtà non hanno una connotazione positiva (Bene) o negativa (Male) specifica ma, come abbiamo visto, rappresentano, ciascuna, sia caratteristiche negative che positive ed è proprio questo l’elemento che rende doppia la valenza di tali lettere.
Da qui la possibilità di molteplici letture e di diverse interpretazioni esoteriche e cabalistiche del Sepher e della traduzione grafica delle Sephirot.
Ma torniamo al rapporto tra l’Albero Sphirotico ed il Mosaico.
Il Cristo- Albero è, quindi, la strada per riparare all’errore, di Adamo e per mettere in grado l’Uomo di costruire, attraverso il Logos, il ramo mancante iniziando l’ascesa al Pleroma (l’unione del Tutto con il Padre) con la ricerca della scintilla divina in se.
Ma, a ben guardare, l’albero sembra essere una sorta di squarcio che attraversa tutta la Cattedrale: anche questo squarcio ha una funzione spiegata nel Vangelo di Filippo.
Esso viene correlato allo squarcio nel velo del Tempio che si produsse alla morte di Gesù, ecco le parole con cui Filippo descrive il valore simbolico di quell’evento:
“Per
questo il velo si è squarciato …dall’alto in basso. Quelli dall’alto l’anno
aperto per noi che siamo dal basso affinché possiamo entrare nel segreto della
verità”(V.F. 75,10)
Ecco quindi, il senso dell’albero-Cristo. Il Logos portato dal Cristo con la Via della Gnosi consente all’uomo di salire verso l’alto perché solo con la morte del Cristo e con la sua discesa agli inferi si produce l’apertura di quel canale che da quel momento consentirà, a coloro che intraprendono il cammino gnostico, la ricongiunzione con il Padre.
Analizziamo, ora, il punto da cui parte l’albero: le sue radici sostituite da due elefanti rappresentati nell’atto di accoppiamento.
Nella mitologia medievale si pensava che l’Elefante, simbolo della saggezza e della castità, si accoppiasse con la sua compagna una sola volta e che per farlo preferisse stare di spalle ad essa.
Tra i due elefanti nel mosaico c’è una specie di coda che dal maschio entra nelle terga della femmina.
Un altro elemento fondamentale per comprendere la simbologia degli elefanti appoggiati all’albero è una antica credenza medievale, relativa al modo in cui gli elefanti amavano riposare: appunto quello di restare appoggiati ad un albero.
È tagliando le radici dell’albero che, nella mitologia medievale, i cacciatori catturavano gli elefanti che cercavano riposo appoggiandosi ad esso e cadendo senza potersi più rialzare.
Vediamo come tutto questo assume un senso nel Vangelo di Filippo:
“Molte cose in questo mondo stanno ritte e vivono fino a tanto che le loro parti interiori sono nascoste, ma quando vengono allo scoperto muoiono…così pure dell’albero fintanto che la radice è nascosta fiorisce e cresce, ma se la radice è esposta l’albero secca….
Perciò il Logos dice:<<L’ascia è già posta alla radice degli alberi>>……ognuno scavi fino alla radice del male che è il lui, lo sradichi dal suo cuore fino alla radice (V.F. 82,30 – 83-20)
Abbiamo, quindi, il taglio della radice dell’errore che avviene quando lo gnostico al termine della sua introspezione psicoanalitica vede il male in se e nello stesso momento in cui lo conosce lo annienta.
Da quel momento egli ha catturato la castità della saggezza, virtù entrambe rappresentate dall’elevante, ed è divenuto come un fanciullo, ma nello stesso tempo questo suo stato, che nella gnosi è chiamato appunto “riposo”, è anche quello più produttivo.
Dice Filippo “
“Troverai che tutto ciò si applica direttamente all’immagine, e questo è l’uomo conforme all’immagine. Compie le sue azioni grazie alla sua forza, ma genera i suoi figli (le opere) grazie al suo riposo” (V.F. 72,10)
In buona sostanza, la introspezione mistico-psicoanalitica descritta dal Vangelo di Filippo e rappresentata simbolicamente attraverso gli archetipi ed i simboli del Mosaico di Otranto, porta l’uomo a liberarsi della sua sudditanza agli istinti quali motore dell’agire e a vedere non più Bene e Male ma la unit della natura duale del Bene e del Male comprendendoli come necessari strumenti di composizione e dissoluzione che possono essere superati da una visione unitaria del Tutto.
Infatti al centro della gnosi cristiana, ma anche della filosofia e teologia del Corpus Ermeticum c’è proprio il superamento della divisione in Se e della divisione tra se ed il mondo per afferrare la Unità del tutto.
Nei precedenti paragrafi abbiamo delineato l’importanza che i sacramenti rivestono nell’ambito della iniziazione gnostica. Soffermiamoci, ora, sul rito e sulle modalit in cui esso si esplicava analizzando, ancora, il Vangelo di Filippo. Il brano seguente indica alcuni elementi indispensabili per la corretta esecuzione del rito:
“Senza luce, nessuno può vedersi nell’acqua oppure in uno specchio, ma neppure senza acqua e senza specchio potrai nuovamente vederti nella luce. Per questo motivo è necessario battezzare nella luce e nell’acqua “(V.F.69,20)
Va notato che, dal punto di vista della Cabala Ebraica, l’acqua, costituita dalla Mem lettera della mediazione sia anche legata alla Terra e quindi alla Materia.
La shin, invece, collegata al fuoco e quindi alla luce è rappresentativa del Cielo.
L’uomo, immergendosi nell’acqua, riceve lo Spirito e quindi l’Alef, il soffio Divino, e Genera l’unione tra le tre lettere madri con il gesto battesimale della immersione.
E’ essenziale comprendere l’importanza del “vedersi nell’acqua” e quindi di vedere la propria Immagine.
La gnosi insiste molto, come abbiamo segnalato in precedenza, sul tema della Immagine e della visione distorta del mondo che abbiamo dai nostri sensi.
La verità è nella Immagine e per questo per vedersi come si è davvero è necessario specchiarsi nell’acqua ed unirsi alla immagine che vi si legge fisicamente con una immersione completa che è metafora della immersione nella verità del Se.
Torniamo, però, alla valenza architettonica e metaforica delle costruzioni che si rifanno alla gnosi.
Il rito gnostico veniva celebrato, infatti, alle prime luci dell’alba di fronte all’altare, era quindi, necessario che dalla finestra dietro l’altare, penetrassero la luce del sole sorgente imponendo, quindi, una orientazione absidale ad est dell’edificio.Negli edifici cristiani si riprese, probabilmente, questo costume architettonico di origine gnostica.
Ma non fu il solo.
Ecco, infatti, come in Filippo viene descritto il Tempio gnostico
“A Gerusalemme c'erano tre case che fungevano da luogo di sacrificio: una aperta dal lato occidentale era detta il <<santo>>; l'altra aperta dal lato meridionale era detta <<il santo del santo>>; la terza aperta dal lato orientale era detta <<il santo dei santi>>; in questo luogo penetrava soltanto il sacerdote” (V.F.69,20)
Filippo non sta parlando, evidentemente, del Tempio di Salomone, che apriva ad oriente e non ad occidente (il Tempio di Salomone, del resto, era scomparso con la distruzione della città nel 70 d.C. ), ma ci descrive la forma del Tempio gnostico. Se, però, la “casa” che Filippo chiama il Santo è l’intera cattedrale, ove sono ubicate il <<santo del santo>> ed il <<santo dei santi>>?
Il brano seguente sembra volerci indicare il modo in cui i tre edifici erano costruiti:
“Il battesimo è la casa <<santa>>; l’unzione è il <<santo del santo>>; la camera nuziale è il <<santo dei santi>>. … La redenzione ha luogo nella camera nuziale. Ma la camera nuziale è superiore, poiché tu non troverai nulla come essa” (V.F.69,20)
Per farlo adoperiamo, ancora una volta, un brano del Vangelo di Le due camere, il <<santo del santo>> ed il <<santo dei santi>>, erano quindi “comprese” cioè interne all’edificio principale della Cattedrale.
Non è difficile riconoscere nel <santo del santo>> le tipiche cripte che sono edificate sotto le chiese medievali.
Spesso tali cripte, infatti, aprivano, spesso, con una scala solo a sud e, tenendo conto della inversione del senso gnostico, esse erano collocate in posizione “superiore” ovvero inferiore rispetto alla Chiesa Madre.
Non resta, quindi, che identificare il <<Santo dei Santi>>.Filippo:
“Ma la camera nuziale resta nascosta: è il Santo dei Santi.
All’inizio, infatti, il velo nascondeva, in certo modo, il controllo che Dio ha sulla creazione.Ma allorché il velo si squarciò e l’interno sarà manifesto, allora questa casa sarà lasciata deserta, o meglio, sarà distrutta. Ma la divinità non fuggirà interamente da questi luoghi … ma starà sotto le ali della Croce e sotto le sue braccia.
Quest’arca sarà la loro salvezza, quando il diluvio delle acque li investirà.
Coloro che fanno parte della tribù sacerdotale potranno penetrare al di là del velo insieme al sommo sacerdote.” (V.F:84,30-85-10)
Da quanto leggiamo la camera non deve esser molto grande in quanto destinata solo al sommo sacerdote.
Tale camera deve trovarsi “sotto le ali della croce e sotto le sue braccia”.
Tenendo conto del fatto che una chiesa cristiana ha la forma di una croce, il trovarsi sotto le ali e sotto le braccia vale a dire che deve essere collocata all’incrocio dei due bracci costituiti dai transetti laterali e dalla navata centrale.
Tale camera deve risultare nascosta; per accedevi è sufficiente una piccola imboccatura in grado di far passare l’unica persona che può entrarvi: il Sommo Sacerdote.
E’, quindi, naturale che l’ingresso di questa piccola camera sotterranea sia costituito da una semplice botola priva di segni di identificazione posta al centro della chiesa e quindi in prossimità dell’altare.
A ben guardare, nel mosaico di Otranto, questa botola c’è: essa è il punto in cui appare infissa la spada-albero ed è quello indicato da Re Artù.
Resta da capire cosa ci sia sotto quella Botola.
Da una interessante discussione avuta con mons. Grazio Gianfreda custode della cattedrale e massimo studioso del mosaico, ho saputo che sollevando la botola, attraverso una piccola scala in legno, si accede ad una tipica camera sepolcrale medievale.
Di camere sepolcrali simili spesso totalmente ignote, ne sono state scoperte parecchie specie sotto le chiese del XII e XIII secolo.
Queste camere hanno alcune caratteristiche tipiche che si aggiungono alla botola di accesso aperta ad est ed alla piccola scala in legno.Esse hanno quasi sempre, una volte a botte, e sono dotate di seggi per l’inumazione, ove il cadavere veniva posto nudo e seduto. A fianco del cadavere erano praticati alcuni canalicoli per la colatura del materiale di decomposizione.
Sono queste le Camere nuziali di origine gnostica?
Nel mosaico di Otranto un ulteriore indizio sembrerebbe far pensare che la soluzione dell’enigma sia proprio quella da noi fornita.
Scendendo dalla navata destra nella stupenda cripta inferiore della cattedrale, si nota, subito prima dell’ingresso a sinistra, una antica tomba ad arcosolio che dovette recare un grande dipinto distrutto e reso irriconoscibile da un crudele lavoro di scalpellatura della superficie affrescata.
L’atto vandalico non ha risparmiato le ossa del morto in quanto la tomba è stata profanata, ma stranamente chi lo fece si premurò di lasciare intatti solo i segni cristiani: le croci Templari che appaiono all’interno di essa ai quattro lati e la spada del defunto, raffigurata su una delle pareti a simboleggiare una ulteriore croce.
Che l’Ordine del Tempio fu cancellato in una sola notte con una infamante accusa di eresia è fatto noto, meno noto è che tra i capi di accusa la parola gnosi non appare mai, sebbene molte delle accuse suggeriscono l’adozione di pratiche gnostiche da parte dei monaci guerrieri.
L’anello finale che, a nostro avviso, dimostra la validità della tesi da noi proposta, ci viene in maniera inattesa dalla iniziazione al 30mo grado della massoneria di rito scozzese.
Tale grado è, se si escludono i successivi 3 gradi amministrativi, il più alto grado iniziatico che un massone può raggiungere.
Il richiamo ad un rito massonico sembrerebbe un assurdo cronologico, in quanto le origini note della massoneria risalgono al 18mo secolo, ma è anche vero che la Massoneria, da sempre, sostiene di aver ereditato tradizioni precedenti.
Nel caso del rito del 30mo grado, questa eredità diviene chiaramente manifesta nelle diverse fasi.
Partiamo dall’emblematica sequenza di scambi di battute tra l’iniziando ed il Maestro che riportiamo di seguito:
Domanda: Donde i Cavalieri Kadosh trassero le loro dottrine?
Risposta. Dall'Oriente, ove, se dobbiamo prestare fede alla Tradizione del nostro Ordine, essi avevano trovato la vera versione della Buona Novella [i.e. Vangelo].
Domanda: Dove si costituì, da principio, il Collegio dei Cavalieri Kadosh?
Risposta: In seno all'Ordine Templare.
Domanda: Che cosa avvenne di tale Collegio dopo la soppressione dell'Ordine?
Risposta: Si ricostituì tra i Templari sfuggiti alla proscrizione e poi trovò un rifugio in seno alla Massoneria.
Domanda: Quale scopo persegue?
Risposta: Riprendere la ricostruzione del Terzo Tempio e vendicare le sofferenze dei martiri.
Se, però, la presunta connessione tra il rito del 30mo grado e l’ordine del Tempio può apparire una falsificazione operata per dar fascino al rituale, non si può rimanere del medesimo parere se si osservano gli elementi simbolici che caratterizzano il rito e che riportiamo di seguito:
Il Tempio adoperato per il rituale, viene denominato "Areopago dei Cavalieri Kadosh".
Esso è suddiviso in quattro parti.
Il Vestibolo paramenti neri, lampada triangolare, presenta un accesso ad est attraverso una Botola che porta alla porta dell'atrio sotterraneo.
L'Atrio paramenti bianchi, scanni per i Cavalieri Kadosh, una urna con fiamma ad alcol, un lume, l'Ara con il Vangelo di Giovanni aperto al Prologo e sormontato da una spada.
L'Anti-Sala paramenti azzurri con volte a botte raffigurante il cielo stellato, 3 lumi a candele gialle poste a triangolo, contiene due colonne che sostengono un velo rosso (Tenda Rossa) con dipinta una croce templare nera o gialla.
La Sala del Consiglio voltata a botte, ha paramenti rossi, 9 luci facenti parte di un candelabro a 9 bracci con candele gialle. Esso si trova sull'Ara dove è ancora situato il Vangelo di Giovanni (il più gnostico dei Vangeli canonici), aperto alla pagina del Prologo e sormontato da una spada.
Le coincidenze e le interconnessioni appaiono davvero troppe per pensare al caso, specie se si tiene conto del fatto che, almeno ufficialmente, il Vangelo di Filippo era ignoto nel 700 ed è stato scoperto solo nel 1945.
Chiuderò questa trattazione, segnalando un dipinto di straordinaria importanza, da me portato all’attenzione dei media sia per l’unicità iconografica, sia per la probabile datazione in epoche più remote rispetto a quella proposta, ma soprattutto per il tremendo e rapido stato di degrado che ne stava determinando la scomparsa prima del recente restauro: la Maddalena Incoronata del complesso paleocristiano delle Basiliche di Cimitile.
Partiremo ancora dal Vangelo di Filippo mostrando quale straordinario contributo questo documento ci offre per comprendere meglio perché la figura della Maddalena sia stata ritenuta così importante in ambito gnostico.
Analizziamo il seguente brano, a mio avviso, altamente significativo:
“Tre persone camminavano sempre con il Signore: sua madre Maria, sua sorella, e la Maddalena, che è detta la sua compagna : infatti si chiamava "Maria” sua sorella, sua madre e la sua compagna”. (V.F. v.59.10)
Pur nella brevità, come accade spesso in questo documento, il verso è pregno di significati che vanno oltre ciò che è intuibile con una lettura superficiale.
Le “compagne” di Gesù sono la madre la sorella e la consorte.
Il verso riassume l’importanza che le figure femminili hanno per la costruzione della personalità di un uomo e sono riportate in sequenza cronologica: la madre è la compagna nella fanciullezza, la sorella è la compagna di giochi nella adolescenza mentre la Maddalena é la compagna della vita e la consorte nella maturità.
E’ quindi evidente che, in ambito gnostico, il rapporto di “matrimonio” o quantomeno un rapporto affettivo che andava al di là della semplice amicizia tra Gesù e la Maddalena, era ritenuto un fatto scontato.Ma questo è solo il senso immediato del brano.
Esso riferisce, in forma appena, celata un nuovo importante elemento di rilievo: l’etimologia del nome Maria.
E’, infatti, singolare osservare che se il testo che abbiamo di fronte fosse stato originariamente scritto in lingua ebraica, il termine compagna sarebbe stato tradotto con MRY e cioè con Meryah.
Filippo ci avrebbe, quindi, suggerito la possibilità che il nome di Maria non venisse dall’ebraico Miriam ma che fosse un appellativo che qualificava il ruolo della Maddalema: quello di compagna di Gesù. Se ciò è vero sarebbe anche spiegato il perché di un numero così cospicuo di Marie nelle narrazioni dei vangeli.
E’ probabile, quindi, che lo stesso appellativo Magdalena, fosse una designazione adoperata per proteggere i nomi veri dei personaggi femminili.
Da una antica leggenda medievale, ripresa da Iacopo da Voragine nella sua Leggenda Aurea, il nome Magdalena sembrerebbe provenire da MGDL ovvero Migdal che in ebraico equivale a Torre.
E’ singolare osservare come, nel mosaico di Otranto, la seconda figura per dimensioni, oltre l’albero sia la grande Torre di Babele.
Tenendo conto da un lato del significato che la Torre di Babele ha, essendo il secondo grande momento di orgoglio nel quale l’uomo sfidò il Demiurgo costruendo un edificio che avrebbe dovuto arrivare fin alla sua dimora, e dall’altro del fatto che tutte le coppie femminili nel mosaico raffigurano la donna a sinistra del maschio, oltre che notando la dimensione della torre e l’etimologia proposta, abbiamo pochi dubbi che la Torre di Babele simboleggi nell’opera la “compagna - torre” o Meryah Migdal dell’ Albero – Croce – Gesù.
Un altro interessante contributo Per meglio comprendere il ruolo svolto dalla Maddalena nella gnosi, è il modo in cui di essa si parla in un altro dei Vangelo gnostici ritrovati a Naj Hammadi: Vangelo di Tommaso:
“Gesù disse: “Ecco io la guiderò in modo da farne un maschio affinché ella diventi uno spirito vivo uguale a voi maschi. Perché ogni femmina che si fa maschio entrerà nel Regno dei cieli” Vag.Tom. v.144
Anche qui le riflessioni possibili sono numerose.
La Maddalena era depositaria delle parti più segrete del messaggio di Gesù che ella comprendeva a fondo tanto da essere invidiata dagli altri discepoli ed in particolare da Pietro, come lo stesso Vangelo di Tommaso narra: da qui la leggenda della sua superiorità rispetto agli apostoli ricordata soprattutto nella Chiesa di rito ortodosso.
Anche qui potremmo osservare un’altra interessante coincidenza etimologica che non crediamo, come spesso accade nella gnosi, casuale. La coppia “eccellere” e “apprendimento” può esser reso in ebraico dalla coppia MGD LMD altra possibile etimologia del termine Maddalena che rende appieno la sua funzione.
Ma il testo ci dice qualcosa in più, la Maddalena, donna che si fa uomo, racchiude in se il mito gnostico dell’androgino che meglio di ogni altro esprime al fusione, la ricongiunzione, il ristabilimento dell’equilibrio e il riposo finale gnostico cui questi giunge superando e vincendo le passioni ed il Mondo.
Il brano che, però, a nostro avviso meglio compendia quanto sia centrale il ruolo che la Maddalena ha nella gnosi è, sempre dal Vangelo di Filippo, il seguente::
“La Sofia (Conoscenza) , chiamata sterile, é la madre degli angeli. La compagna del Figlio é Maria Maddalena. Il Signore amava Maria più di tutti i discepoli e spesso la baciava sulla bocca. Gli altri discepoli, vedendolo con Maria, gli domandarono “Perché ami lei più di tutti noi?”. Il Salvatore rispose “Com’è ch’io non vi amo quanto lei?” (V. F.64.1)
L’accostamento Sophia – Maddalena, non è certo casuale, esso indica una corrispondenza stretta tra le due figure che fa comprendere chiaramente il ruolo straordinario della Maddalena: ella è la manifestazione terrena della Sophia inferiore.
L’obiettivo di Gesù è salvare la Sophia Inferiore dai suoi dolori, divenendone compagno ed attivando il processo storico che, con il tempo, era destinato a ricondurre tutto il mondo del Demiurgico al Padre attarverso un lungo processo di purificazione.
La Maddalena è, quindi, la soluzione terrena al danno prodotto da Sophia ma è anche la sua contro immagine: la Sophia è l’emblema della caduta, la Maddalena è quello della risalita al Padre.
Entrambe, però, hanno una caratteristica volutamente segnalata da Filippo, che le accomuna: la sterilità.
E’ singolare come in ambito gnostico la Sophia, come la Maddalena, siano spesso appellate come prostitute, si veda ad esempio il seguente brano sempre tratto da un documento ritrovato a Naj Hammadi:
Perché io sono la prima e l'ultima,io sono colei che é onorata e dileggiata,io sono la prostituta e la santa,io sono la moglie e la vergine,io sono la madre e la figlia…( “Il Tuono , Mente Perfetta”)
Le donne sterili erano spesso ripudiate dai mariti in un ambiente come quello ebraico, che richiedeva alle famiglie prolificità. Una donna che avesse perso la famiglia paterna o i parenti prossimi, e che fosse stata ripudiata, si ritrovava priva di sostegno economico e la prostituzione poteva essere una delle vie più agevoli ad assicurare la sopravvivenza dopo la perdita delle fonti di sostentamento.
Inoltre è evidente che la sterilità ben si adattava al particolare mestiere svolto de queste donne.
Probabilmente, quindi, in ambito gnostico, la sterilità della Maddalena era considerata un fatto fisico oltre che simbolico.
Ma il brano in Filippo ci dice qualcosa in più: la Sophia, come la Maddalena, pur essendo sterile viene definita come “madre degli Angeli” o meglio madre della scintilla spirituale che è negli uomini e quindi madre di tutti gli uomini che ritrovano la propria parte spirituale. Ella come la Maddalena, è la Madre del “Vero Uomo” ovvero generato nella Camera Nuziale, che diviene tale quando si riappropria della sua parte divina che gli era stata negata dalla dimenticanza delle sue origini stimolata dagli Arconti.
Non può sfuggire, a questo punto, come l’esistenza di una dinastia regale derivante dalla unione tra Gesù e la Maddalena, proposta nei romanzi e saggi fantasiosi già in precedenza menzionati, appaia ben strana stante la sterilità della donna e comunque incompatibile teologicamente con il pensiero gnostico sempre che si faccia riferimento ad una eredità “di sangue”.
Arriviamo, quindi, al più controverso e mal usato dei brani apocrifi: il bacio sulla bocca che Gesù soleva dare alla Maddalena riportato in Filippo.
E chiaro che la separazione dal mondo ed il superamento delle passioni come frutto malvagio del Demiurgo mal si sposano con il presunto rapporto “particolare” tra Gesù e la Maddalena, se con questo si intende, come fanno alcuni, la possibilità di un rapporto sessuale tra i due.
Tale interpretazione è frutto della ambiguità fortemente voluta dai testi gnostici per ingannare gli Arconti e coloro che sono si lasciano ingannare dagli Arconti divenendone inconsapevole strumento.
L’accoppiamento fisico tra Gesù e la Maddalena , per la gnosi, è quindi, totalmente da escludere.
Allora che senso ha il bacio? Bisogna escludere un rapporto particolare tra Gesù e la Maddalena?
Assolutamente no, anzi la gnosi lo sottolinea con forza, ma tale rapporto non è un rapporto sessuale ma puramente mistico: la Maddalena è la sposa mistica di Cristo che ritrova in questo legame, se stessa e la sua purezza e traccia la strada per tutti gli uomini che vogliono riscoprire il Padre.
Il bacio sancisce questo legame, e non ho dubbi che gli gnostici avessero la certezza che questo bacio o questi numerosi baci (come sostiene Filippo) ci siano stati davvero.
E’ lo stesso Filippo che ci spiega nel brano seguente, del quale purtroppo è andata perduta la parte iniziale, , la funzione del bacio:
“…dalla bocca, poiché se il Logos viene da quel luogo, egli nutre dalla sua bocca e sarà perfetto. Il perfetto, infatti, concepisce e genera per mezzo di un bacio. E per questo che non ci baciamo l’un l’altro. Noi siamo fecondi dalla grazia che è in ognuno di noi. (V.F. 59.10)
Il bacio è, quindi, il trasferimento della conoscenza senza la parola corrotta dagli Arconti, è l’unione di intenti, è il segno della compenetrazione mistica di due persone.
Non a caso anche nel processo ai Templari, un bacio sulla bocca veniva scambiato tra l’iniziando ed il maestro, tale bacio, in sede inquisitoria, fu ritenuto omosessuale ed osceno ma che in realtà aveva un fortissimo valore simbolico.
Al bacio sulla bocca, i Templari, se vogliamo comunque dar credito alla confessioni estorte con la tortura, ne univano altri in altre parti del corpo. Sebbene però i Templari, come io ritengo anche dalla lettura dei capi di accusa e delle loro risposte agli inquisitori, furono, almeno in parte, degli gnostici puri, è da escludere che potessero davvero dare vita agli accoppiamenti contro natura di cui vennero accusati, semplicemente perché questi erano contrari al principio primo ed all’obiettivo primo della gnosi: il superamento delle passioni e l’abbandono del mondo e dell’inganno arcontico.
A questo punto il legame Maddalena – Sophia - Sposa Mistica di Gesù, ma anche quello di Regina quale sposa di Gesù è più che mai evidente, come evidente è il ruolo guida che la Maddalena assume e la sua importantissima funzione sacerdotale che la costituisce come erede diretta del messaggio di Gesù.
Concludendo, per la gnosi la Maddalena è il simbolo stesso della eredità di Gesù ed è la guida da seguire: ella è l’emblema della Chiesa gnostica.
A questo punto parliamo di un dipinto unico presente presso la Basilica dei Martiri nel Complesso paleocristiano di Cimitile nei pressi di Napoli: la Maddalena Incoronata.
La straordinarietà del dipinto è, principalmente, nella presenza di una ampia corona sulla testa della Santa che mai, almeno da viva, è stata rappresentata in questo modo.
Il motivo teologico di tale straordinarietà è facilmente spiegabile poiché iconograficamente la regalità è associata o alla verginità donata a Cristo, e non è questo il caso della Santa, o al martirio, ma la Maddalena non ne subì alcuno, o alla reale regalità della santa come nel caso di Sant’Elena, ma la Maddalena non rientra nemmeno in questa categoria.
Non intendo proporre le diverse argomentazioni da me addotte per predatare il dipinto, ma è singolare notare come, proprio il vescovo Paolino, artefice primo della realizzazione del complesso di basiliche cimitilesi, in una sua lettera scritta negli ultimi anni del 300, ci proponga l’associazione metaforica Maddalena – compagna mistica di Cristo e Chiesa che evidentemente dovette essere accolta, almeno in un primo momento, anche in ambito cristiano
Scrive, infatti, Paolino:
Con chiome siffatte anche la famosa donna del Vangelo, simbolo della Chiesa, asciugò i piedi di Cristo, irrigandoli di lacrime e di olio profumato ...... non corse alla tavola riccamente imbandita di quel fariseo, ma ai piedi del Cristo e si lavò e si nutrì in essi ... compì la sua libagione col pianto, fece l'offerta con l'unguento, sacrificò con l'amore ... meritò non solo la remissione dei peccati ma anche la Gloria che il suo nome fosse proclamato insieme col Vangelo ...
Beata lei che gustò Cristo nella carne e ricevette il corpo di Cristo nella realtà fisica ... Beata lei che meritò di essere presentata con questa immagine come simbolo della Chiesa ... (Epistola 23 par.32 e 33)
Questo ruolo fondamentale di simbolo della Chiesa e di sacerdotessa, è ben chiarito dal Mantello rosso sacerdotale che copre le spalle della Santa nell’affresco cimitilese, come la sua straordinaria regalità è ingigantita ponendole sulla testa un nimbo che amplifica le dimensioni della corona.
Il segno del suo ruolo sacerdotale è nel grande vaso di alabastro che ha nelle mani con il quale sancì la regalità di Gesù ungendogli il capo d’oli profumati; questo ruolo, in ambito ebraico, spettava solo al Sommo Sacerdote.
E’, ancora una volta, il Vescovo Paolino che, sempre nella lettera 33 e poche righe dopo quelle dedicate alla Maddalena, riflettendo sulla figura da lui proposta, afferma:
“... Per questo con lei, impregnata dei profumi di siffatti fiori o delle rugiadose essenze, viene a congratularsi lo Sposo in persona… e nel Cantico dei Cantici l’accarezza dicendo “Colomba mia, perfetta mia, giacché il mio capo è bagnato di rugiada” Paolino - epistola 23 par.33
Con questa ulteriore metafora tratta dal più sensuale dei canti biblici, Paolino propone un elemento iconografico che verrà spesso ripreso dagli artisti medievali: la Chiesa, sposa mistica di Cristo.
L’ambiguità di questa metafora e della iconografia che ad essa si rifarà in tempi successivi, sebbene sicuramente non voluta dall’irreprensibile monaco nolano, è fortissima: alla coppia Maddalena – Chiesa, Paolino, fa seguire quella Chiesa – Sposa mistica creando un vincolo forte tra i tre simboli.
Ciò che, però, lascia particolarmente sorpresi, è un’altra particolare coincidenza relativa alle metafore che Paolino usa per la chiesa nel suo vasto epistolario: in realtà solo due donne vengono da lui, innalzate all’ambito ruolo di emblema della Chiesa, la già menzionata Maddalena e la Regina di Saba.
La Regina di Saba, nella epistola 5, viene paragonata alla Regina del Sud citata nelle profezie del Vangelo di Matteo, la donna dal volto scuro che fu sposa di Salomone come la Chiesa è sposa di Cristo.
Anche sulla regina di Saba Paolino, sicuramente senza rendersene conto, riprende un tema caro alla gnosi, l’associazione della Maddalena - Sophia alla Regina del Sud.
L’affresco della Maddalena Incoronata, con il suo volto volutamente brunito richiama anche questa ulteriore metafora con tutto l’emblematico carico di significati gnostici che il volto scuro della prostituta redenta e redentrice assume.
Concludendo, la Maddalena Incoronata di Cimitile è, a nostro avviso, un anello centrale nella transizione iconografica che crediamo abbia condotto gli artisti medievali, partendo dalla ambigua ed imbarazzante rappresentazione gnostica della santa, prostituta, regina e sposa, simbolo della Chiesa a quello più innocuo delle Vergini Incoronate.
[1] I Vangeli gnostici, a cura di L. Moraldi, Adelphi, Milano, 1984; 1999.
[2] Le lettere - Paolino da Nola, a cura di G. Santaniello, LER (Libreria Editrice Redenzione), Napoli, 1992.
[3] L'ultima Cena degli Esseni, Mario Canciani, Mediterranee, Roma, 1995.
[4] The Messianic Seal
of the
(http://www.christianity.com/partner/Article_Display_Page/1,1183,PTID4859%7CCHID5%7CCIID120157,00.html)
[5] Il Vangelo di Tommaso Apostolo, commentato da Mario Guarracino, Filelfo, Firenze, 1986.
[6] I Gradi della Massoneria di Rito Scozzese Antico ed Accettato, Eugenio Bonvicini, Bastogi, Foggia, 1996.
[7] "Il Mosaico di Otranto - L'ultimo oltraggio di un monaco gnostico?", Sabato Scala, Episteme n. 5, 2002.
[8] "La leggenda dei Merovingi nella Corona del mosaico di Otranto", Sabato Scala, Episteme n. 5, 2002.
[9] "Il culto gnostico della Maddalena", Sabato Scala, Episteme n. 6, 2002.
[10] "La gnosi nel mosaico di Otranto", Sabato Scala, Hera Magazine, nn. 36 e 37, 2002 e 2003.
[11] Testi di Qumran, F. G. Martinez, a cura di Corrado Marone, Paideia, Brescia, 2003.
Sabato Scala autore e un caro amico di Enrico valbonesi di http://www.antigravity.it
email e.valbonesi@libero.it
[1] C.H. Tr.II,14 e seg.
[2] C.H Tr.VI,2 e seg.
[3] C.H IV,11 e seg.
[4] C.H. introduzione di Otaria Ramelli al trattato sulla Ogdoade e sull’Ennade
[5] C.H. 10,25
[6] Luce coerente e diffusa prodotta da un laser .
[7] Più precisamente, ciò che si conserva, in più, rispetto ad una lastra fotografica tradizionale, è , oltre le informazioni di ampiezza e frequenza, anche quella di fase. Il metodo che consente tutto ciò è la interferenza tra due raggi di luce coerente, uno che impressiona la lastra direttamente e sotto una precisa direzione, l’altro che impatta sulla lasta dopo essersi riflesso e rifratto contro ed attraverso l’oggetto che si vuole fotografare.
[8] Il principio geniale enunciato da Guglielmo Ockam (1295-1349) afferma che per afferrare il modo di operare della natura è necessario “tagliare il superfluo”. Tale principio potrebbe essere enunciato, in forma moderna, nel seguente modo “tra varie spiegazioni possibili di una data osservazione, quella più semplice ha maggiori possibilità di essere vera" tenendo però conto di quanto affermò, in merito ai pericoli di tale approccio, Albert Einstein “Ogni teoria dovrebbe essere la più semplice possibile, senza divenire semplicistica”
[9] Più e alto il multiplo adoperato per la sinusoide componente del segnale fondamentale, minore è il contributo che tale componente offre alla ricostruzione del segnale di partenza.
[10] Una buona e chiara sintesi la si può, ad esempio, trovare on-line all’indirizzo http://www.dizionarioinformatico.com/allegati/fourier/Fourier1.html
[11] In verità la qualità della immagine che si ottiene è scadente poiché è impossibile evitare del tutto il fenomeno di interferenza che insieme alla perdita di luminosità determina una perdita complessiva di risoluzione e quindi chiarezza della immagine.
[12] Una ottima e chiara sintesi dei lavori di Pribram si trova al seguente indirizzo: http://www.acsa200.net/bncgroup/jponkp/ nell’articolo di Jett Prideaux del Virginia Commonewhealt University dal titolo “Comparison between Karl Pribram’s “Holographic Brai Theory” and more conventional models of neuronal computation
[13] De Valois e altri, 1979
[14] In realtà la somma viene poi passata attraverso una funzione di soglia, in pratica una funzione che risponde alla somma pesata degli ingressi linearmente in un certo intervallo dopo il quale qualunque sia il valore in ingresso si ha sempr uan risposta unitaria.
[15] EPISTEME Physis e Sophia nel III millennio An International Journal of Science, History and PhilosophyN. 6 (I e II) - 21 dicembre 2002 l’articolo di Sabato Scala cui si fa riferimento è intitolato “Simmetrizzazione delle equazioni di Maxwell con l'introduzione del campo gravitazionale, un'idea bizzarra?”
[16][1] Nel trattato di Sanhedrin (65b e 67 b)
[17][2] Letteralmente:”Norme relative alla creazione”
[18][3] parola derivata da Mekubal=ricevere essa studia il principio nascosto della <<Maasè Bereshit>>, l’opera della creazione dello studio
[19][4] Che significa Saggezza Divina
[20][5] Vedi lavori di Burkward Heim che alle 4 coordinate dello spazio-tempo aggiunge due coordinate nello spazio delle probabilità e due in quello che viene chiamato “spazione dlle forme” o delle “idee”.
[21][6] Sezione 5 Capitolo I
[22][7] Che rappresenta, appunto, il Fuoco
[23][8] Singolare l’affinità con il principale simbolo francescano (il Tau appunto) sostitutivo della croce e con il pi greco matematico, numero fondante delle principali realizzazioni architettoniche egizie: le piramidi oltre che simbolo primo del cerchio e del problema archimedeo della sua quadratura
[24][10] Vedi ad esempio http://www.menorah.it/articoli/cabala/ghemat/cosa.htm